Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 27 gennaio 2003

Abdelmalek Sayad, La doppia assenza. Dalle illusioni dell'emigrato alle sofferenze dell'immigrato, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2002 (La double absence, Paris, Editions du Seuil, 1999).


Abdelmalek Sayad, sociologo algerino, ha dedicato la sua vita allo studio del fenomeno dell'emigrazione-immigrazione. Quando è venuto a mancare nel 1998 non aveva ancora potuto riunire assieme secondo una prospettiva comune, come pure era sua intenzione, l'insieme dei suoi studi. Aveva però affidato a Pierre Bourdieu un "abbozzo di piano, una specie di sommario"(p. 1) a partire dal quale sarebbe stato tratto il presente volume: "un'opera coerente, centrata sui testi essenziali, più che una pubblicazione letterale e integrale", secondo le intenzione concordate dei sociologi algerino e francese (p. 3). Sfrondato dalle ripetizioni e portato ad efficacia dal lavoro di sintesi di Bourdieu, il libro, che Cortina pubblica in edizione italiana a cura di Salvatore Palidda, affronta il tema delle migrazioni facendo propria una prospettiva che appare subito disorientante e "sovversiva" rispetto agli assunti della tradizione accademica dominante.
Il punto di attacco è dirompente: la riflessione sociologica e politica in materia di migrazioni, quella che viene comunemente definita la "scienza delle migrazioni" non riesce che a produrre saperi funzionali ad un miglior sfruttamento (economico e simbolico) delle migrazioni stesse. Essa non sa né può opporsi all'immagine dell'immigrato come mera forza lavoro, che si sposta seguendo passivamente le pressioni meccaniche indotte dalla divisione del mercato mondiale del lavoro lungo rotte utilitaristicamente determinate. Le migrazioni, nella ricostruzione scientificamente dominante, seguono logiche di sviluppo di tipo idraulico. Non c'è da stupirsi che una simile opzione ermeneutica produca come sua quasi naturale conseguenza l'immagine mediaticamente onnipresente di confini minacciati dall'insostenibile pressione delle ondate migratorie. Per Sayad, studiare le migrazioni in termini di flussi serve forse a produrre e riprodurre quei flussi in maniera vieppiù consapevole, ma non avvicina di un passo alla complessità del fenomeno migratorio. Di più, ciò che viene messo in chiaro dal nostro autore è che una simile prospettiva, lungi dal muoversi secondo linee di pretesa neutralità assiologica, riproduce come un calco le "linee di pensiero" sulle quali si organizza e si legittima la dominazione stessa. Una logica etnocentrica, insostenibilmente carica di valori, che spinge la scienza sociale verso una fatale rimozione. L'oggetto da studiare è, insegna questa logica, sempre e comunque l'immigrazione. Il rimosso di questo processo, l'emigrazione, non può però, a parere di Sayad, essere sottratto alla discussione senza far letteralmente scomparire l'oggetto che si vorrebbe indagare. Ed ecco il primo punto fermo della riflessione di Sayad: ogni immigrazione è sempre anche una emigrazione, e viceversa ogni emigrazione è anche una immigrazione.

"Ogni studio dei fenomeni migratori che dimentichi le condizioni d'origine degli emigrati si condanna ad offrire del fenomeno migratorio solo una visione nel contempo parziale ed etnocentrica: da una parte, come se la sua esistenza cominciasse nel momento in cui arriva in Francia, è l'immigrante - e lui solo - e non l'emigrante a essere preso in considerazione; dall'altra parte, la problematica, esplicita ed implicita, è sempre quella dell'adattamento alla società di accoglienza" (p. 44)

Ogni presenza, per prodursi deve produrre anche assieme a se stessa una reciproca assenza. Ogni immigrato nelle nostre società è assieme un emigrato dalla sua società d'origine. Ogni studio del fenomeno non può dimenticare questo essenziale dato di partenza. Di fatto l'impatto dell'emigrazione-immigrazione è stato quasi sempre studiato mettendolo in rapporto solo ed unicamente ai suoi effetti sulla società di accoglienza. Non si sono adeguatamente approfonditi gli effetti dell'emigrazione sulla società di partenza, e, ancor meno, si è tentato di leggere l'insieme del processo come un tutto. La stessa condizione dei migranti nella nostra società, che pure non può essere letta senza far riferimento al rapporto intrattenuto dagli stessi con la società d'origine, è pensata essenzialmente nei termini dell'accoglienza, dell'integrazione, dell'assimilazione tutti concetti che l'autore ritiene sbilanciati, etnocentrici, parziali (cfr. anche R. Gallisot - M. Kilani - A. Rivera, L'imbroglio etnico in quattordici parole chiave, Dedalo, 2001). Sayad non vuole certo sostituire alla retorica dell'accoglienza una retorica della nostalgia. Quando avvicina il rapporto tra il migrante e la società d'origine, ne mette in luce innanzitutto il carattere di aperta conflittualità. Detto in altri termini, l'emigrato-immigrato si presenta alla riflessione di Sayad come una figura doppiamente sovversiva, sovversiva cioè tanto rispetto alla società d'accoglienza, quanto (ma storicamente innanzitutto) rispetto alla società di origine.
Il libro si sofferma lungamente sulla storia della emigrazione-immigrazione algerina in Francia, che del processo dell'emigrazione-immigrazione viene elevata a caso esemplare. Sayad ne distingue con chiarezza momenti e modelli, ponendoli con accuratezza storica e consapevolezza politica sullo sfondo del rapporto coloniale che la genera. Lo sguardo di Sayad continua anche in quest'ambito a mantenersi complesso: il fenomeno migratorio é pensato come assieme individuale e collettivo (p. 89), insieme causa ed effetto del sottosviluppo, causa ed effetto della modernizzazione. Espressione del legame diseguale tra la Francia e l'Algeria, la vicenda dell'emigrazione-immigrazione algerina in Francia diventa il paradigma del rapporto di oggettiva complicità che si instaura tra paesi di emigrazione e di immigrazione. Tale complicità si fonda su una lettura simmetricamente funzionalista (o, per usare un espressione cara ad Alain Morice, utilitarista), capace di interpretare il fenomeno solo nei termini riduttivi di un calcolo di costi e benefici. Ma immediatamente al di sotto della retorica del costi-benefici, al di sotto cioè di una

"questione apparentemente tecnica viene posto oggettivamente l'intero problema della legittimità dell'immigrazione, problema che tormenta tutti i discorsi di natura analoga. Non c'è pressoché alcun discorso sugli immigrati e sulla funzione dell'immigrazione, soprattutto quando è svolto esplicitamente e scientemente, come nel caso della "teoria economica dei costi e dei profitti comparati dell'immigrazione", che non consista ora nel legittimare ora nel denunciare l'illegittimità fondamentale dell'immigrazione" (p. 108)

Il tema della legittimità del migrare, posto all'ordine del giorno per motivi inversi e complementari sia dai paesi di emigrazione che da quelli di immigrazione, ci permette di avvicinare quello che, a parere dell'autore, può essere considerato il carattere essenziale (e costantemente rimosso) del fenomeno migratorio: il suo essere atto eminentemente politico (cfr. ad es. p.123) che nessuna teoria dei costi benefici sarà mai in grado di avvicinare proficuamente.
Le parti in gioco, nella vicenda politica dell'emigrazione-immigrazione, sono tre: da un lato gli emigrati-immigrati, dall'altro gli Stati d'origine e quelli d'accoglienza. Rispetto ad essi l'emigrante-immigrante appare qui come portatore di interessi autonomi e, spesso, opposti ad entrambi.
Sul carattere politico dell'emigrazione-immigrazione Sayad si sofferma in particolare nel corso del penultimo capitolo del libro (che in Italia era già apparso in una traduzione parziale all'interno della rivista "aut aut" con il titolo La doppia pena del migrante. Riflessioni sul "pensiero di Stato"¸ "aut aut", n. 275, 1996). Scrive Sayad:

"Malgrado l'estrema diversità delle situazioni, malgrado le sue variazioni nel tempo e nello spazio, il fenomeno dell'emigrazione-immigrazione manifesta delle costanti, cioè delle caratteristiche (sociali, economiche, giuridiche, politiche) che si ritrovano lungo tutta la sua storia. Queste costanti costituiscono una sorta di fondo comune irriducibile, che è il prodotto e al tempo stesso l'oggettivazione del "pensiero di stato", una forma di pensiero che riflette, mediante le proprie strutture (mentali), le strutture dello stato, che così prendono corpo."(p. 367)

Lo stato nazionale per esistere deve discriminare, deve darsi dei confini, deve definirsi delimitandosi. Se il confine é essenziale alla (auto)definizione dello stato, l'immigrato ricorda allo stato l'arbitrarietà della sua genesi. Di fronte a questi confini la figura del migrante appare portatrice di una virtù intimamente perturbatrice e inevitabilmente sovversiva. Lo stato, ogni stato, ama pensare se stesso nei termini di una mitica omogeneità; il migrante perverte questa immaginata integrità (e integralità) dell'ordine statal-nazionale, costringendolo a interrogarsi sull'arbitrarietà dei propri limiti, attaccandone la definizione originaria, ponendola al di sotto di una luce inevitabilmente storica e contingente. Comprendere questo significa comprendere come

"Le categorie sociali, economiche, culturali, etiche … e, per farla breve, politiche, con cui pensiamo l'immigrazione e più in generale tutto il nostro mondo sociale e politico, sono certamente e oggettivamente (cioè a nostra insaputa e, di conseguenza, indipendentemente dalla nostra volontà) delle categorie nazionali, perfino nazionaliste"(pp. 367-368)

L'emigrazione-immigrazione non può che essere pensata, a parere di Sayad, all'interno del quadro dello stato (nazione), non può essere pensata che come pensiero di stato. Nella autoriflessione dello stato nazionale sulle migrazioni dobbiamo dunque scorgere uno stato che pensa se stesso, i propri limiti e con ciò la propria verità. Questa autoriflessione attraversa tutti noi,

"figli di uno stato nazionale, e quindi figli delle categorie nazionali che portiamo in noi stessi e che lo stato ha messo in noi. Noi tutti pensiamo l'immigrazione (cioè gli "altri" da noi, ciò che sono, ma in questo modo, attraverso di loro, ciò che noi siamo quando li pensiamo) come lo stato ci chiede e ci addestra a pensarla, cioè in fin dei conti come la pensa lo stato stesso. Ecco, in sintesi, ciò che può essere il pensiero di stato" (la traduzione viene qui tratta dalla prima versione italiana del saggio apparsa su "aut aut", p.12)

De-naturalizzato e ri-storicizzato dalla sua ingombrante presenza lo stato percepisce il migrante come minaccia. Egli delegittima il legittimo, sbugiardandone la presunta naturalità e desacralizzandone i discorsi fondativi. É qui che risiede la sua colpa originaria, ed è qui la ragione per la quale l'immigrato non potrà mai essere un "elemento neutro"; egli appare piuttosto come un "reato latente", un reato che consiste nel solo fatto di essere un immigrato, violentatore di confini e irrisore di miti fondativi:

"Così, prima ancora che si possa parlare di razzismo o xenofobia, la nozione di doppia pena è contenuta in tutti i giudizi emessi sull'immigrato (e non solo i giudizi emessi dai tribunali). Essa si radica nel "pensiero di stato" base antropologia su cui poggiano tutti i nostri pregiudizi sociali. La "doppia pena" esiste oggettivamente nel nostro modo di pensare, ancora prima di esistere in una forma oggettivata, come sanzione di un tribunale giudiziario o di una decisione amministrativa" (p. 372)

Ad essere colpevole è la stessa presenza dell'immigrato: egli è fuori posto (déplacée) ed è per questo che la sua posizione non può essere connotata politicamente. Non alla politique si deve, secondo le regole del pensiero di stato, ispirare il rapporto dell'immigrato con il paese di accoglienza, ma alla politesse, alla buona pratica di dare nell'occhio il meno possibile, di accettare ogni regola del gioco così come essa è formulata dai padroni di casa. Ed è parte di queste buone maniere la regola non scritta per la quale all'immigrato spetta un ruolo di "neutralità politica" cui deve corrispondere una "iper correttezza sociale". L'immigrato, potenziale eversore dell'ordine morale, politico, economico e simbolico costituito, è una minaccia. Egli contiene in sé il germe della paura. E da ciò l'imperativo decisivo " imposto ad ogni presenza straniera": "Rassicurare, rassicurarsi".
Una doppia spirale di paura lega dunque l'emigrato-immigrato ad una società che teme e dalla quale è temuto, e rispetto alla quale l'unico atteggiamento di bon ton è quello di una sostanziale e rassegnata sottomissione, funzionale al suo migliore sfruttamento da parte del sistema economico.

L'importanza del lavoro di Sayad è corroborata dalla straordinaria attualità delle tematiche affrontate. Il tema della paura nel discorso politico e spettacolare intorno all'immigrazione è usato in forma sempre più massiccia e con risultati così "brillanti" da far pensare che non sarà abbandonato molto facilmente. La sua straordinaria efficacia elettorale è stata sperimentata nel corso degli ultimi anni in molti dei paesi che si autodefiniscono occidentali, dall'Australia alla Francia, dalla Spagna sino all'Italia, dalla Svizzera alla Gran Bretagna. Lo spettro del migrante-criminale (e dopo il 9/11 potenziale-terrorista) è stato agitato nelle arene elettorali di paesi che si ritengono civilissimi e che si dotano nel contempo di frontiere sempre più militarizzate, in previsione di temuti assedi o alluvioni.
Michael Moore nel suo bellissimo film documentario Bowling for Columbine descrive gli Stati Uniti d'America come un paese costituzionalmente in preda alla paura. Di questa paura l'ottimo regista americano ricostruisce la storia attraverso una breve animazione che parte con la rievocazione dell'arrivo dei primi coloni, in fuga dalle guerre di religione ed in preda ad un comprensibilissimo panico, e arriva a mostrare, passando attraverso le fobie e le violenze della segregazione razziale, come la grande paura della microcriminalità che attualmente stringe in un gelido abbraccio spettacolare il popolo americano, abbia ancora molto a che fare con la costruzione sociale di un nemico definito da caratteri razziali (o etnici, se vogliamo usare questo eufemismo). Del resto, l'ipercarcerazione cui neri ed ispano-americani sono oggetto negli States è fatto noto da tempo, fatto sul quale spesso noi europei costruiamo un senso di superiorità morale nei confronti dei cugini d'oltre Atlantico. Ciò avviene ormai, bisognerebbe ben dirlo, del tutto a sproposito. L'accanimento dei sistemi giudiziari e penali europei nei confronti dei migranti (di ogni colore, solo in questo si conserva una pallida immagine della presunta vocazione europea all'universalismo..) è del tutto paragonabile, se non persino peggiore nella perversa selettività, a quello dei tribunali e delle carceri americane (cfr. a proposito L. Wacquant, "Nemici convenienti". Stranieri e migranti nelle prigioni d'Europa, contenuto in Simbiosi mortale. Neoliberalismo e politica penale, Ombre Corte, Verona, 2002; S. Palidda, La criminalization des migrants en Europe, in "Actes de la recherche en Sciences Sociales"¸ n. 129, 1999).
La prospettiva di una cittadinanza europea affiancata dalle politiche migratorie attualmente adottate e dalle retoriche politiche messe in gioco sui mercati elettorali dei singoli paesi, rischia di far precipitare l'Europa lungo una china tragicamente pericolosa, lungo la quale ciò che potrebbe sostanzialmente dissolversi è il concetto stesso di cittadinanza. La cittadinanza infatti, persa lungo il cammino gran parte delle sua connotazione originariamente progressiva, rischia oggi di divenire il più potente tra gli strumenti di esclusione sociale. E' questo un punto sul quale la riflessione teorica non può essere assente senza ritrovarsi partecipe della piena responsabilità di ciò che sta per avvenire.


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A cura di:
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
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Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.