Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 24 marzo 2003

Fabrizio Sciacca (a c. di), Libertà fondamentali in John Rawls, presentazione di Salvatore Veca, Giuffré, Milano 2002, pp. 145.

Questa raccolta di saggi curata da Fabrizio Sciacca, che si apre con una presentazione di Salvatore Veca e un saggio firmato da un nome altrettanto autorevole, quello di Robert Alexy, conferma - se di conferma ci fosse stato bisogno - l'importanza che l'opera di John Rawls ha avuto, e ha, nell'ambito della filosofia politica normativa contemporanea quale fonte di sempre nuovi stimoli di riflessione e di approfondimento. Non esagera Salvatore Veca - che della fortuna di Rawls in Italia è stato uno dei principali artefici - quando nella presentazione del volume afferma che "Il contributo di Rawls alla filosofia politica contemporanea ha assunto i caratteri di un paradigma" (p. V). Un paradigma la cui importanza teorica si deve senz'altro anche alla grande capacità - dimostrata fino all'ultimo da Rawls [basti pensare a: Political Liberalism (1993), Law of Peoples (1999), Collected Papers (1999), e Justice as Fairness: A Restatement (2001)] - di modificare, aggiustare e ampliare le tesi originariamente formulate in A Theory of Justice (1971).
Solo in misura molto limitata si riuscirà qui a dare al lettore un'idea dell'articolazione argomentativa dei contributi analitici che costituiscono questo volume, nei quali Rawls - come sottolinea Veca - funziona quale "eccellente terminus a quo per la ricerca contemporanea in filosofia politica" (p. V).

In La teoria delle libertà fondamentali di John Rawls (pp. 1-36), Robert Alexy considera le modifiche apportate da Rawls al primo principio di giustizia, in seguito alle critiche formulate da Herbert Hart. Secondo Alexy - la cui interpretazione dell'opera rawlsiana viene a costituire un necessario punto di riferimento per pressoché tutti i lavori contenuti nel volume - Rawls ha cercato di rispondere alle obiezioni mosse alla versione originaria della sua teoria ricorrendo al concetto liberale di persona. Un concetto che nelle opere successive a A Theory of Justice viene ad essere il principale fondamento delle "basic liberties", della loro priorità, e in ultima analisi dell'intera teoria della giustizia.
"La persona liberale si contraddistingue per due poteri (moral powers): 1. la capacità per un senso del diritto e della giustizia (capacity for a sense of right and justice) e 2. la capacità per una concezione del bene (capacity for a conception of the good)" (p. 4).
Questa concezione della persona ha un primo riflesso immediato sul tipo di beni principali che verranno scelti nella posizione originaria. Persone che non sono orientate alla massimizzazione della preferenze personali, e che hanno il loro più alto interesse allo sviluppo dei loro poteri morali, non sceglieranno beni adatti per qualsiasi scopo: "i beni che uno vuole dipendono da che tipo di persona è" (p. 7).

Un secondo ruolo importante il concetto liberale di persona lo gioca nella teoria del consenso per intersezione. Qui, esso solleva diversi problemi, perché a differenza del consenso astratto della posizione originaria, il consenso per intersezione vuole essere un consenso reale, e, quindi, dovrebbe presupporre una qualche realtà politica identificabile come "persona liberale" (cfr. p. 10).
Alexy formula un'articolata analisi dei problemi connessi alla trasformazione delle libertà fondamentali in diritti costituzionali, nella quale auspica sia la sua estensione alle libertà di movimento, di occupazione e al minimo indispensabile per la vita, sia l'introduzione di principi di ponderazione, necessari qualora "la maggior parte dei criteri della lista delle libertà fondamentali, vengano "ricondotti alla dimensione dell'agire" (p. 33). Il punto più controverso della teoria rawlsiana rimane, tuttavia, per Alexy, il tentativo (in questo senso non lontano dalla teoria del discorso, cfr. p. 34) di raggiungere un "consenso razionale ed effettivo" sui diritti fondamentali, avvalendosi del concetto liberale di persona. Tale concetto supporta la possibilità di un effettivo consenso per intersezione solo in modo limitato anche in uno stato costituzionale democratico. Nella maggior parte delle tradizioni costituzionali, infatti, esistono influenze non solo della tradizione kantiana, ma anche di quella hobbesiana. Lavorare per sciogliere queste difficoltà della teoria rawlsiana potrebbe essere utile, secondo Alexy, per immaginare "la possibilità di incardinare i diritti fondamentali non solo nella tradizione della democrazia occidentale, ma anche nelle competenze e negli interessi dell'umanità intera" (p. 36).

Persio Tincani, in Chi sono le parti? Per una posizione pre-originaria (pp. 37-73), prende in considerazione la teoria della giustizia di John Rawls e la teoria della democrazia di Robert Dahl. Il limite di entrambre queste teorie, secondo Tincani, consiste nel loro non considerare seriamente il problema delle regole che "disciplinano l'accesso delle persone alla sfera deliberativa", ovvero delle regole per mezzo delle quali esse vengono individuate (p. 37). Non motivando "su basi di giustizia" chi sono le parti che partecipano all'accordo che si stipula nella posizione originaria, e non affrontando il problema della composizione del demos, Rawls, da un lato, e Dahl, dall'altro, sottovalutano il fatto che la scelta dei criteri di inclusione/esclusione implica, in entrambe le situazioni da loro considerate, "una decisione politica preventiva". Chiedendoci di immaginare le parti come capifamiglia, Rawls - per esempio - ci invita a considerarle come gruppi di persone, che esistono prima della posizione originaria, e che funzionano secondo regole e principi distributivi che si possono supporre diversi da quelli che saranno scelti sotto il velo di ignoranza (cfr. 47), e tali da lasciare spazio a diseguaglianze nella distribuzione. Ciò ha delle evidenti implicazioni sul piano della scelta dell'allocazione dei beni. Basti pensare anche soltanto al fatto che, avendo consapevolezza del vantaggio di cui godono all'interno del gruppo che rappresentano, gli individui che partecipano al momento deliberativo nella posizione originaria non avranno alcun interesse ad allargare il numero delle parti, perché questo aumenterebbe il grado della scarsità (dotazioni individuali costerebbero di più di dotazioni finalizzate ad un gruppo). Per risolvere questo nodo, Tincani propone, in conclusione, un esperimento mentale: la "posizione pre-originaria", nella quale le parti, sotto un velo d'ignoranza modificato, sono chiamate a scegliere le regole per la cittadinanza.

In La libertà come primo valore: continuità o discontinuità? (pp. 75-89), Maria Paola Ferretti, dopo aver ricordato la differenza tra teorie liberali discontinuiste e teorie liberali continuiste, ovvero tra teorie che cercano "per i valori liberali una giustificazione indipendente dalle concezioni del bene che la giustizia si propone di regolare" e teorie che sostengono la continuità tra giusto e bene, si chiede a quale delle due appartenga il liberalismo rawlsiano. Se "L'obiettivo dichiarato" in Una teoria della giustizia era "individuare una serie di ideali politici che gli individui riconoscono come validi, ma che sono almeno in linea di principio, distinti dai loro fini personali" (p. 76), il Rawls di Political Liberalism risulta, secondo Ferretti, meno coerente con questo intento. Prendendo in parte spunto dalla lettura di Alexy, Ferretti mostra come nel secondo Rawls non solo l'attenzione si sposti dalla libertà alle libertà, ma anche come queste ultime appaiano ora "funzionali alle virtù politiche, riconducibili all'esercizio dell'autonomia" (p. 82). In altre parole, nel Rawls di Political Liberalism le libertà fondamentali non sono più il valore supremo, venendo sostituite in tale posizione dal valore "dell'autonomia che è alla base della concezione liberale della persona difesa da Rawls" (p. 85). Ricorrendo alla teoria di Hillel Steiner, Ferretti mostra l'incompatibilità esistente tra una concezione discontinuista e una concezione che subordini la libertà a qualsiasi altro valore specifico, sia pure esso costituito dai valori necessari a formare una persona morale liberale. Nella teoria di Steiner infatti la priorità della libertà viene giustificata esclusivamente in base ad "un'esigenza di imparzialità". Solo se si concede all'altro un pieno esercizio della libertà, che contempli anche il fatto che l'altro possa farne un uso moralmente sbagliato, gli si riconosce lo status di uguale agente morale.

In La libertà come ideale ragionevole, Vincenzo Maimone affronta tre delle principali difficoltà segnalate dai critici della teoria rawlsiana: la prima concerne il problema se i principi di giustizia siano realmente oggetto della scelta delle parti nella posizione originaria; la seconda riguarda "l'applicabilità di tali principi; la terza prende in esame la questione delle libertà fondamentali e della regola di priorità. La tesi sviluppata nel saggio è che "la correlazione tra la descrizione della libertà e della sua priorità e il concetto di ragionevole, fornisca una risposta alle obiezioni" (p. 93) sopra ricordate.
Anche Maimone nella sua argomentazione si sofferma sull'importanza che nella teoria del secondo Rawls assume la concezione liberale della persona, quale condizione essenziale al dialogo, alla cooperazione e ad un rapporto di reciprocità tra individui che - in una società caratterizzata dal fatto del pluralismo - possono avere diverse dottrine comprensive ragionevoli. La stabilità della cornice costituzionale di una società democratica sembra derivare, in ultima analisi, dal fatto che essa sia decisa a partire dal confronto e dal dialogo tra persone morali ragionevoli (cfr. p. 115).

In Rawls e la teoria della giustizia internazionale (pp. 117-133), Corrado Del Bò si sofferma in particolare su The Law of the Peoples, estendendo a quest'opera l'analisi di Alexy sulla concezione liberale della persona in Rawls. Insistendo sul carattere sistematico della produzione filosofica di Rawls, Del Bò ricorda come la prima versione del Diritto dei popoli sia contemporanea alla pubblicazione di Political Liberalism, ovvero al passaggio di Rawls dall'idea della giustizia come equità (come dottrina liberale comprensiva) ad una concezione liberale della giustizia, attenta al fatto del pluralismo e tale da poter essere accettata anche da chi aderisce a dottrine politiche diverse dal liberalismo, purché ragionevoli. Su questo stesso sfondo teorico, il diritto dei popoli vuole essere un'estensione dell'idea liberale di giustizia nel contesto internazionale (cfr. pp. 122-123). Vi sarebbe, infatti, secondo Del Bò, una sostanziale simmetria tra la posizione originaria di primo livello e quella di secondo livello. Nell'ambito internazionale l'accettazione del fatto del pluralismo significa che per aderire ad un diritto dei popoli liberale non è necessario che le parti siano costituite da società liberali. E' sufficiente che si tratti di società "decenti", ovvero società al loro interno ben ordinate, e di popoli liberali, nel senso che (pur non disponendo delle due competenze morali della persona liberale) devono supporsi in grado di offrire "equi termini di cooperazione agli altri popoli" e tali da avere "interessi fondamentali da perseguire" (cfr. 131). Questi presupposti sono necessari per raggiungere anche in ambito internazionale un accordo che non sia un mero modus vivendi.
Dopo aver sottolineato le difficoltà in cui incorre Rawls nel giustificare perché i soggetti pertinenti sul piano del diritto internazionale dovrebbero essere i popoli, e non gli stati (come nelle dottrine realiste) o gli individui (come nella prospettiva cosmopolita), Del Bò analizza il parallelismo esistente tra la posizione originaria di primo livello e quella di secondo livello. Sebbene Rawls non derivi dalla posizione originaria tra i popoli una dottrina dei due principi di giustizia adattata al livello internazionale, tuttavia si può suggerire, secondo Del Bò, una "lettura comparata tra gli otto principi del diritto dei popoli e i due principi di giustizia della società giusta" (p. 133), lettura che ribadirebbe la sostanziale continuità tra le due posizioni originarie.

Fabrizio Sciacca, in Ingiustizia verso restrizione (pp. 135-145), identifica i diversi spazi in cui possono delinearsi situazioni di ingiustizia, per poi soffermarsi sulla forma di ingiustizia identitaria. Si tratta, forse, della forma più grave di ingiustizia in quanto mette "in crisi il soggetto concepito proprio come persona" (p. 140). Nella teoria rawlsiana, secondo Sciacca, esisterebbe "una stretta parentela tra la difesa del concetto liberale di persona e l'interpretazione restrittiva in tema di libertà fondamentali [...]" (p. 141). La restrizione delle libertà alle libertà veramente fondamentali (con la conseguente esclusione dal novero dei diritti costituzionali dei diritti sociali) e la loro sottrazione alle decisioni del potere legislativo, decisioni necessariamente contingenti, soggette al mutare delle maggioranze parlamentari, sono coerenti con la difesa del concetto liberale di persona. In Rawls come in Kant, per Sciacca, solo un contesto certo di diritti costituzionali "può funzionare come misura preventiva per forme macroscopiche di ingiustizia politica" (p. 145).


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A cura di:
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Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
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Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.