Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 28 maggio 2003

Vandana Shiva, Il mondo sotto brevetto, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 144 (Protect or Plunder. Understanding Intellectual Property Rights, Zed Books, London 2001)


Fino agli anni ottanta i brevetti riguardavano soltanto gli addetti ai lavori: gli inventori che ne facevano richiesta, coloro che erano incaricati di esaminarne le domande, e gli avvocati specializzati. Di recente sono entrati nelle nostre vite, diventando un problema di tutti. A partire da questa constatazione, Vandana Shiva ne Il mondo sotto brevetto analizza le complesse questioni etiche implicate da questa trasformazione.

Due avvenimenti, secondo Shiva, hanno determinato questo cambiamento irreversibile: 1) la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di considerare il vivente alla pari di una invenzione e di permettere all’Ufficio Brevetti americano (US Patent Office) la prerogativa di concedere brevetti sul vivente e 2) l’introduzione della discussione circa i brevetti e i diritti di proprietà intellettuale (IPRS) tra le priorità dell’Uruguay Round del Gatt.

Secondo l’autrice l’invasione dei brevetti nella sfera del vivente comporta conseguenze disastrose. L’accordo sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio (TRIPS, Trade Related Intellectual Property Rights Agreement) ha universalizzato le leggi statunitensi minando la possibilità di provvedere ai bisogni alimentari e sanitari per i paesi in via di sviluppo, e ha messo in pericolo addirittura la democrazia. “Il sapere indigeno relativo a varietà vegetali […] utilizzato in India per secoli al fine di soddisfare bisogni quotidiani, rischia concretamente di essere brevettato dal mondo occidentale ai soli fini di profitto” (p. 7). È questo, secondo Shiva, il fenomeno della biopirateria, promosso proprio da quei diritti di proprietà intellettuale che vorrebbero invece impedirla attraverso la brevettabilità del vivente. Il sapere medico indigeno viene saccheggiato e tradotto in un atto di inventiva occidentale da una mentalità ostinatamente colonialistica. Lo stesso trattamento è riservato ai pesticidi naturali, alle piante, alle sementi. Tutti questi prodotti sono il frutto di sperimentazioni durate secoli, e adesso sono espropriati e brevettati. Questa pirateria legalizzata, afferma Shiva, non è una conseguenza dell’inadeguatezza di verifiche prima di concedere un brevetto su una invenzione fittizia, ma è dovuto all’origine stessa dei brevetti – nati per difendere gli interessi dei monopoli occidentali.

Shiva elenca gli argomenti addotti dai sostenitori dei brevetti, con l’intento di confutarli e per condannare senza appello le rivendicazioni di diritti di proprietà intellettuale. La lobby occidentale dei brevetti sostiene che essi sono necessari per stimolare gli investimenti e il trasferimento di tecnologie dal mondo ricco a quello sottosviluppato. Shiva sostiene, al contrario, che i paesi industriali usano i brevetti come mezzi di coercizione politica e che i brevetti non sono necessariamente uno stimolo per la produzione di tecnologie (Shiva rimanda a una ricerca svolta nel 1984 negli USA per sostenere questa tesi). Inoltre, prosegue l’autrice, non esistono nessi dimostrati tra gli investimenti e la qualità dei diritti intellettuali: la prova è l’elevata cifra spesa dalle società biotecnologiche per la ricerca e lo sviluppo in anni in cui i brevetti erano assenti. Shiva critica anche l’argomento secondo il quale i brevetti permetterebbero all’inventore di rientrare nelle spese di ricerca: dati empirici (non meglio specificati) dimostrano, sostiene Shiva, che nei paesi sviluppati i brevetti consentono di recuperare solo una esigua percentuale delle spese di ricerca sostenute, mentre per paesi come l’India la percentuale è prossima allo zero.

L’unica ragione dell’esistenza dei brevetti, afferma Shiva, è il profitto delle imprese, un monopolio ingiusto e discriminatorio. “La questione dei brevetti è per definizione carica di elementi di conflitto. Essi, anzi, incarnano il conflitto fra diritti individuali e interesse pubblico” (p. 9). Le leggi sui brevetti difendono gli interessi privati, e necessariamente trascurano gli interessi pubblici, in maniera direttamente proporzionale alla forza di quella difesa. Questo perché, secondo Shiva, esiste un conflitto intrinseco tra interessi pubblici e privati, una contraddizione insanabile che rende il difensore degli uni automaticamente il detrattore degli altri. Shiva, è evidente, esclude implicitamente ma drasticamente la possibilità, anche in linea di principio, che l’interesse individuale e l’interesse pubblico possano trovare un terreno di accordo, o addirittura possano procedere nella medesima direzione.

Ma c’è anche un’altra ragione addotta da Shiva per condannare i brevetti: essi sarebbero il sintomo dell’arroganza umana, la vittoria degli scienziati ‘stregoni’, il trionfo della tracotanza di uomini che si ritengono i ‘creatori’ degli organismi viventi. In una parola, uomini che giocano a fare Dio (Playing God, secondo una felice espressione inglese). Questo argomento di Shiva è piuttosto debole, e riceve un ulteriore indebolimento quando Shiva, per rinforzare la condanna etica dei brevetti, cita le parole di Mark Hatfield, senatore americano contrario ai brevetti sugli animali, fautore di “un’etica del rispetto della vita, che saprà sconfiggere la tentazione di trasformare la vita creata da Dio in mero oggetto di commercio” (p. 11). È oltremodo discutibile introdurre l’autorità di Dio a difesa dell’intoccabilità del vivente: innanzitutto, il richiamo a Dio non può aspirare a essere recepito da tutti; inoltre, è inammissibile ignorare tutti gli altri numerosi casi in cui il vivente viene ‘toccato’, casi sui quali sia Shiva che Hatfield non avrebbero nulla da obiettare: la medicina, ma anche l’agricoltura tradizionale, toccano il vivente e ne stravolgono i connotati. Condannare i brevetti in quanto costituiscono una offesa alla creazione divina è grottesco.

Prima di procedere nell’analisi, Shiva compie un excursus storico riguardo ai brevetti, distinguendone tre diversi tipi d’uso: come strumento di conquista, come compenso all’inventiva, come strumento di trasferimento di tecnologia. I brevetti attuali hanno ereditato il carattere coloniale, e hanno invaso un territorio finora incontaminato: il sapere. In questo modo “la colonizzazione odierna si fonda su una guerra condotta sul terreno intellettuale” (p. 20).

Il cuore dell’attacco di Shiva ai brevetti è costituito dal tentativo di sfatarne le numerose leggende. La prima leggenda narra che i brevetti stimolano la creatività e l’inventiva; al contrario, la loro assenza determina una carenza di ingegno e fantasia. Secondo Shiva questa idea si fonda su una concezione artificiosa del sapere e dell’innovazione, secondo la quale il sapere è qualcosa di isolato nel tempo e nello spazio, è un sapere autistico e slegato dal tessuto sociale e dal sapere degli avi. Questa concezione ‘privatistica’ del sapere è una costruzione teorica che permette di trasformare il sapere in capitale, in merce e in strumento di controllo dei mercati. Secondo Shiva il sapere è invece un fenomeno collettivo che si sviluppa per accumulazione e si fonda sugli scambi all’interno della comunità. La scienza è una impresa corale, mentre il brevetto è concesso su una proprietà intellettuale privata: ecco la contraddizione individuata da Shiva, nata e alimentata dalla “finzione secondo cui un’innovazione scientifica nascerebbe dall’inventiva individuale” (pp. 23-24).

Shiva poi solleva una questione importante: lo squilibrio economico tra paesi ricchi e paesi poveri. Il divario economico, sostiene Shiva, è il risultato di secoli di colonialismo e di un meccanismo di sottrazione delle ricchezze del Terzo Mondo a vantaggio del mondo industrializzato. Lo United Nations Development Programme (UNDP) segnala un flusso di 50 miliardi di dollari ogni anno come aiuti al Terzo Mondo, e un flusso inverso di 500 miliardi di dollari a causa del debito e delle disuguaglianze negli scambi commerciali. Secondo i fautori dei brevetti, la povertà del Terzo Mondo è dovuta alla mancanza di creatività e in ultima analisi alla carenza di norme a difesa del diritto di proprietà intellettuale. Questa spiegazione non convince Shiva, che nega che la molla della creatività sia il profitto e attribuisce la povertà del Terzo Mondo alle differenze strutturali del sistema economico internazionale. I brevetti sono più legati ai monopoli sull’importazione piuttosto che al compenso per la creatività, che per Shiva è soltanto una copertura. Pertanto, i brevetti non fanno che esasperare la disparità tra il ricco Occidente e il Mondo dei poveri.

La seconda leggenda riguarda l’incoraggiamento che i brevetti offrirebbero al trasferimento di tecnologia e all’innovazione della ricerca nei paesi poveri. Per Shiva è vero il contrario: una impresa che si trova ad esportare prodotti in paesi in via di sviluppo, in regime di monopolio garantito dai brevetti, non è affatto incentivata a investire nella ricerca e nello sviluppo in quei paesi. La tecnologia indigena viene saccheggiata e recintata dai brevetti e le normative sui brevetti sono, secondo Shiva, “un sistema con cui il Nord del mondo drena tecnologia e ricchezza a discapito del Sud, e non un meccanismo per trasferire tecnologia dai paesi ricchi a quelli poveri” (p. 31).

La terza leggenda racconta che, in assenza dei brevetti di proprietà intellettuale, il sapere rimarrebbe nascosto e non vi sarebbe incentivo per la ricerca. Shiva rifiuta entrambe queste asserzioni. Il sapere è di per sé libero scambio e sono proprio i brevetti, afferma Shiva, a imporgli un giogo, rischiando di stravolgerne anche la finalità: il bene pubblico che viene scalzato dal profitto privato. La segretezza che i brevetti impongono minaccia anche la fonte del sapere; la capacità produttiva e il potenziale creativo del sapere ricevono un colpo mortale, per l’autrice, dai diritti di proprietà intellettuale.

L’accusa che Shiva muove al sistema dei brevetti è chiara; l’unico rimedio – afferma Shiva - consiste nella condivisione equa dei benefici, ovvero “nella rivendicazione del patrimonio intellettuale collettivo attraverso l’affermazione del diritto di proprietà intellettuale collettivo” (p. 67). Ciò che Shiva intende sostenere è che esistono alcuni beni fondamentali (“le risorse collettive della comunità”) sui quali non si dovrebbe rivendicare un brevetto, perché la conseguente esclusione di qualcuno dal godimento di quei beni è moralmente inammissibile. Una tale discriminazione è senza dubbio profondamente ingiusta. Però Shiva insiste su un aspetto che è, con tutta evidenza, poco rilevante: la dichiarazione di guerra alla brevettabilità del vivente – “la vita non può essere sottoposta a brevetto” (p. 111) e “i brevetti sul vivente creano uno squilibrio tra diritti e doveri” (p. 113). La dicotomia classificatoria vivente-nonvivente non implica di per sé alcuna ingiustzia né discriminazione. La distinzione rilevante deve essere tra i cosiddetti diritti fondamentali (alla vita, alla salute) e diritti non fondamentali (a possedere una automobile di lusso). Non credo che Shiva sosterrebbe una battaglia contro un brevetto imposto su una pianta (dunque, sul vivente) utilizzata per la cosmesi, sebbene il diritto di proprietà intellettuale impedirebbe a molti di accedere a un prodotto cosmetico. Viceversa, Shiva non potrebbe disinteressarsi della discriminazione ai danni dei più poveri causata da un diritto intellettuale su un congegno meccanico (un respiratore, una valvola cardiaca artificiale). Il punto è se i diritti di proprietà intellettuale escludono l’accesso a un diritto fondamentale. Non mi sembra una questione rilevante se il diritto si impone sul vivente oppure no.

I brevetti sui farmaci costituiscono un caso particolarmente significativo. In molti paesi in via di sviluppo il costo delle cure sanitarie è così elevato da escludere la quasi totalità della popolazione. Il ricorso ai farmaci generici consente di abbassare drasticamente i costi, ma causa la denuncia da parte delle case farmaceutiche che hanno brevettato farmaci analoghi (si pensi al braccio di ferro tra il Sudafrica e i colossi farmaceutici sui farmaci per combattere l’AIDS). Il dilemma morale nasce dall’esclusione di molti individui – ma ne basterebbe anche uno – dal godimento di un diritto fondamentale; tale discriminazione non è una conseguenza necessaria del brevetto imposto al vivente, anzi si tratta di una questione di tutt’altra natura. Shiva, pur mettendo in luce questioni importanti di giustizia distributiva, non riesce a evitare slogan d’effetto, ma privi di significato (soprattutto in assenza di una proposta di rimedio): ‘salviamo la biodiversità’, ‘combattiamo la biopirateria’, oppure ‘combattiamo il trarre profitto dalla vita e dalla morte’ (riprendendo una espressione usata da Gandhi) – riferendosi all’immoralità di trarre profitto dalle malattie.

L’applicazione universale del TRIPS – previsto entro il 2005 – avrebbe, per Shiva, soltanto conseguenze funeste. Il TRIPS è un meccanismo che induce “una de-intellettualizzazione della società civile, per trasformare la mente in un monopolio delle imprese” (p. 110); inoltre “priva la gente del diritto alla sopravvivenza e alla soddisfazione dei bisogni più elementari” (p. 111). In conclusione, il TRIPS “ci costringe a rinunciare ai nostri valori morali, alle nostre priorità economiche e alla nostra sovranità” (p. 111) delineando una nuova e più invasiva forma di colonizzazione (che Shiva definisce – non felicemente – colonizzazione finale). A partire da queste premesse, è evidente che il sistema dei brevetti deve essere eliminato, piuttosto che subire una revisione. In ogni modo, Shiva parla di ‘sostanziale revisione’, sebbene le sue proposte prendano la direzione di una confusa e mai dichiarata volontà di rimozione, per rifondare “i nostri sistemi politici ed economici sulla democrazia e la diversità” (p. 128).

I motivi per una sostanziale correzione, oltre a quelli già esposti da Shiva, sono: l’emergere di nuove tecnologie – come Terminator – e di manipolazioni genetiche pericolose; e l’emergere di movimenti sociali contro i brevetti sul vivente. Tali motivi non sembrano a Shiva esigere dimostrazioni o spiegazioni da parte sua. Verrebbe da domandare a Shiva quali sono le nuove tecnologie, oltre a Terminator, cui implicitamente fa riferimento e che imporrebbero una revisione al TRIPS (e, soprattutto, perché); inoltre sarebbe opportuno che l’accusa mossa a Terminator (“una minaccia per gli agricoltori e per la sicurezza alimentare” (p. 113)) fosse sostenuta da ulteriori argomenti. Se poi Shiva ritiene che sia sufficiente l’emergere di un movimento sociale contro x per giustificare la condanna di x, rischia di essere accusata di ingenuità, o di malafede. Se nascesse un consistente movimento sociale contro il diritto di libertà per tutti gli individui, saremmo forse legittimati a invocare il ritorno alla schiavitù?

La revisione del sistema dei brevetti, secondo Shiva, oltre a modificare nei dettagli il TRIPS dovrebbe modificare il significato di ‘innovazione’ e di ‘proprietà’. Il concetto di innovazione proposto da Shiva deve riconoscere “il diritto intellettuale collettivo e cumulativo” (p. 122) e quello di proprietà deve opporsi all’odierna accezione prevalente nella formulazione dei diritti di proprietà intellettuale che “alludono a una mercificazione e a una concentrazione della proprietà nelle mani dei privati, essenzialmente ai fini dello scambio commerciale. Il rapporto di una comunità con il proprio sapere è di assoluta non mercificazione e allude a un patrimonio comune e condiviso. Sarebbe perciò preferibile denotare l’insieme del sapere collettivamente condiviso e dotato di valore (anche se non necessariamente di prezzo) con la formula 'diritti intellettuali della comunità'” (pp. 122-123).


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A cura di:
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.