Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 11 dicembre 2000

L. Mumford, La cultura della città, nuova ed. a cura di M. Rosso e P. Scrivano, Torino, Edizioni di Comunità,1999.
J. Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, prefaz. di C. Olmo, Torino, Edizioni di Comunità, 2000. Edizione originale



La realizzabilità di forme di vita comunitaria all'interno dello spazio metropolitano: è questo il nucleo tematico attorno al quale ruotano La cultura delle città di Lewis Mumford e Vita e morte delle grandi città di Jane Jacobs, veri e propri classici della riflessione novecentesca sulla città, di nuovo in libreria grazie alla meritoria iniziativa delle Edizioni di Comunità. Scritti a distanza di ventitré anni, rispettivamente nel 1938 e nel 1961, i due testi mantengono intatta la loro incisività e costituiscono uno stimolo ed un'occasione perché si approfondisca, con piglio spregiudicato ed approccio interdisciplinare il rapporto tra spazio, architettura e società così come si delinea nel contesto urbano.

Pur accomunati da una prospettiva che li porta a considerare prioritarie le componenti umane, culturali e sociali della vita cittadina, Mumford e Jacobs furono protagonisti di un'accesa polemica sulla presunta capacità demiurgica ed organizzativa della pianificazione, ovvero sulla maggiore o minore efficacia dei progetti di governo e regolazione delle dinamiche in atto nello spazio cittadino. Per la Jacobs urbanisti, architetti e tecnici sono infatti ciechi alla complessità e alla natura fluida e sfaccettata delle relazioni tra gli attori che calcano il palcoscenico metropolitano; ciò nonostante, essi hanno la pretesa di imporre su quelle relazioni valutazioni e progetti astratti e costruiti a tavolino. Da questo vizio, miscela di presunzione e di utopismo, non sarebbe esente il lavoro di Mumford, se è vero che questi individua nella pianificazione e nella capacità di dare direzione, senso e disciplina al disordine del vivere urbano le sole vie d'uscita dallo "sviluppo ameboidale" e dal destino "necropolitano" delle città contemporanee.

Tale polemica pare eccessiva laddove si consideri che il tipo di pianificazione caldeggiato da Mumford non si inscrive sic et simpliciter nell'alveo di quella "urbanistica ortodossa" contro cui si scaglia la Jacobs: trattasi anzi di un modello d'intervento fortemente critico nei confronti della razionalità urbanistica dominante, così prona ad imperativi meccanicistici e a considerazioni di taglio unicamente economico da dimenticare la legittima attenzione per le esigenze umane, organiche e biologiche dei soggetti interessati. Soggetti che invece, nell'impostazione di Mumford, dovrebbero essere parte attiva nella gestione dell'ambiente urbano, all'insegna di un decentramento politico e amministrativo essenzialmente democratizzante, avente il proprio punto focale nella figura geografica e culturale della regione.

La centralità degli abitanti nei processi di organizzazione della metropoli costituisce un punto altrettanto rilevante nel testo della Jacobs: a suo avviso sono, e devono essere, i cittadini a modellare ed impregnare di sé le strade, le piazze, le abitazioni, i parchi, gli spazi pubblici di cui sono i principali fruitori. La differenza principale tra i due autori starebbe allora nel diverso ruolo accordato alle istituzioni: l'indagine della Jacobs è una sorta di microfisica delle interazioni urbane, uno studio di quelle dinamiche autonome, informali e spontanee che procedono dal basso e risultano ben piùefficaci rispetto agli interventi forzosi ed autoritari di pianificatori colpevolmente indifferenti alla "vita reale" della gente. Diversamente, è alla razionalizzazione di questi interventi, ispirati non piùa considerazioni meramente tecniche ma mossi anche e soprattutto da intenti pedagogici, etici e politici, che Mumford affida il riscatto della città contemporanea, sull'orlo della crisi a causa dell'insensato congestionamento dei suoi spazi vitali.

Schierarsi a favore dell'una come dell'altra proposta è cosa difficile e probabilmente improduttiva: i processi di governo del tessuto cittadino sono il frutto di intrecci e compromessi tra piani e progetti istituzionali dettati dall'alto ed esigenze e rivendicazioni provenienti dal basso, fatte proprie da chi vive e conosce direttamente le aree interessate; è l'impatto di un progetto sulla realtà, con i cambiamenti, le modulazioni e gli aggiustamenti che esso subisce quando si confronti con persone, territori e cose specifici, a determinare lo scenario, peraltro mai definitivo, delle nostre città.

Sospendendo dunque il giudizio tra il razionalismo vagamente paternalistico di Mumford e l'armonicismo, dai toni a tratti anarchici, della Jacobs, c'è tuttavia un elemento che in qualche modo accomuna i due testi, costituendone la traccia nascosta: l'idea di comunità. Entrambi gli autori pensano quest'ultima in termini piuttosto angusti e limitati: le immagini di vita quotidiana che essi evocano ci ricordano più la dimensione chiusa e localistica del villaggio che quella confusa, vibrante ed eterogenea della metropoli. Il discorso vale soprattutto per Mumford, ché la Jacobs si mostra consapevole del sentimentalismo, non privo di pericolose ricadute politiche, che accompagna ogni discorso urbanistico legato alla progettazione di piccole unità abitative con pretese di ordine ed autosufficienza.

Si ha l'impressione che sui due lavori, pur con diverse sfumature, aleggi un approccio protezionistico alla questione del vivere in comune, come se la posta in gioco fosse, sempre e comunque, la difesa da attacchi provenienti dal mondo esterno e la conservazione incontaminata dell'armonia del proprio spazio vitale. Pensiamo a Mumford: piuttosto che la condivisione inclusiva di spazi pubblici ed una molteplicità di contatti, incontri ed eventualmente contagi tra differenze, peraltro garantite nel loro anonimato, la città da lui auspicata offre uno scenario di comunità tendenzialmente statiche, se non addirittura blindate, ciascuna rinchiusa all'interno di un ambiente definito ed organizzata su basi essenzialmente personalistiche. Quanto alla Jacobs, che pure considera la diversità d'usi dello spazio urbano e l'interconnessione tra le sue parti interne requisiti importanti perché la città non si risolva in un agglomerato di paesi irrelati e reciprocamente indipendenti ma mantenga costante la propria intrinseca confusione, quell'impressione è certamente piùattenuata ma certo non viene meno. Si consideri l'enfasi e l'insistenza dell'autrice sui meccanismi di controllo autogestito del territorio, riassumibili nella formula degli "eyes on the street": essi sembrano prefigurare una realtà urbana ossessionata dalla sicurezza, dalla paura per l'alterità ed un attitudine difensiva nei confronti dello spazio pubblico.

Inevitabile, allora, che la mente vada ai fenomeni, ormai dilaganti negli States, di privatizzazione del suolo pubblico e di autoghettizzazione su basi ora etniche ora (e soprattutto) socio-economiche di ingenti porzioni della popolazione urbana. Non si traggano da questo conclusioni affrettate e semplicistiche: qui non si vuole tracciare una linea a ritroso, un percorso genealogico che individui nel catastrofismo di Mumford (e nel suo unico rimedio, un futuro regionalista in cui pianificazione architettonica e rigenerazione morale procedano di pari passo), e in certa ossessione poliziesca della Jacobs, le prime avvisaglie di quella fuga dalla cittadinanza, e dagli oneri etici e sociali che essa comporta, oggi riscontrabile in America ed in modo crescente nella stessa Europa; e della quale la proliferazione di aree residenziali protette, di gated communities sempre piùsimili a utopie private (privatopias, parafrasando un recente libro di Evan McKenzie) come pure il successo di apparati di sicurezza gestiti con piglio imprenditoriale, sarebbero gli esempi più lampanti.

Accostare in modo poco problematico e acontestuale le proposte di Mumford e Jacobs alle realtà urbane che Mike Davis ha descritto negli ultimi anni è riduttivo oltre che ingeneroso, soprattutto quando si concentri l'attenzione sull'ispirazione partecipativa e democratica che anima il versante politico del loro discorso. Un'ispirazione assolutamente in contrasto, è bene sottolinearlo, con le strategie defettive ed impolitiche delle sempre maggiori fette della popolazione statunitense che scelgono la ritirata privatistica ed opportunistica dai vincoli del patto sociale e si chiudono in isole urbane autoreferenziali e fuori dal mondo.

Ciò detto, non si può non percepire un'aria di famiglia tra il pensiero dei due autori ed un'opzione filosofico-politica neo-comunitaria, assai in voga negli ultimi anni, che spesso si rivela essere la proiezione allargata, e pericolosa, di un individualismo statico e presuntuosamente autosufficiente, gelosamente attaccato al feticcio dell'identità come ad un'essenza immutabile che il supposto gruppo d'appartenenza proteggerebbe da ogni sorta di contaminazione. Non è un caso che la traduzione urbanistica ed architettonica di tale movimento culturale si risolve in quella tendenza "neovernacolare" cui Mumford, come pure riconoscono Michela Rosso e Paolo Scrivano (curatori del volume), pare ammiccare al punto da riattualizzare le città-giardino di Ebenezer Howard. Modelli urbanistici che la Jacobs osteggia, salvo poi lasciarsi prendere dal sogno di quelle neighborood units inizialmente tacciate di sentimentalismo, ed indulgere ad una rappresentazione eccessivamente personalistica, ed in quanto tale potenzialmente esclusivistica, delle dinamiche urbane.

Sarà bene ribadirlo: nei due lavori non è possibile ritrovare le origini, di natura teorica si intende, del suburban sprawl e neppure del successo di agenzie di protezione privata alternative ai servizi istituzionali della polizia di stato (si pensi al famigerato progetto del "Neighborood Watch Crime"). Va però detto - ed è su questo punto che i lavori di Mumford e Jacobs sembrano carenti - che nelle società e nelle città in cui viviamo e ci troveremo a vivere si avverte il bisogno di progetti urbanistici assolutamente inclusivi ed egualitari, di spazi in cui la convivenza e l'interazione delle differenze non pregiudichino il godimento della garanzia dell'anonimato e la possibilità di relazioni impersonali, prerogative tradizionali della città nonché condizione di azioni libere e incontrollate. Per disinnescare il potenziale esplosivo che grava sulla metropoli contemporanea, esposta più d'ogni altro contesto al flusso e all'insediamento di diversità di ogni tipo, spesso accompagnate da stereotipi deteriori, è di questo che abbiamo bisogno: del recupero della politica, nel suo sostanziale significato di agire libero e in comune di persone diverse, e della demistificazione di ogni mitologia identitaria, tanto nelle sue declinazioni individualistiche quanto in quelle di gruppo. Detto altrimenti, occorre pensare la comunità in termini essenzialmente cosmopolitici, al di là di ogni territorializzazione definita, ovvero come spazio flessibile e indeterminato dello stare insieme, tessuto connettivo che mette in relazione le parti superando e scardinando la loro eventuale fissazione e cristallizzazione all'interno di confini prestabiliti. L'oggettività della relazione, che nel contesto qui discusso non è che la condivisione dell'ambiente cittadino, la vita convissuta entro spazi e luoghi pubblici ed aperti, deve insomma imporsi sulla soggettività delle parti, in modo da relativizzare le loro pretese egemoniche. A tale scopo possono contribuire i rapporti informali, spontanei e, nella loro quotidiana banalità, coesivi tanto cari alla Jacobs; come pure i piani urbanistici razionali ed equilibrati, pensati come strumenti per l'uomo e non come fini in se stessi, a cui fa riferimento Mumford. E' però essenziale che quei rapporti e questi piani abbiano luogo in un contesto metropolitano che mantenga un'essenziale porosità tra le sue componenti fisiche e ideali ed i cui frammenti di vita comunitaria non diventino gusci identitari e gabbie dell'appartenenza ma siano pezzi di mondo in continuo divenire.


Marco Stangherlin

Edizioni originali: Lewis Mumford, The Culture of Cities, San Diego, New York, London, Harcourt Brace & Company, 1938, renewed 1966; Jane Jacobs, The Death and Life of Great American Cities, New York, Random House, 1961. Torna su


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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
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Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.