Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

D. Miller, On Nationality, Oxford, OUP, 1997
Y. Tamir, Liberal Nationalism, Princeton (N.J.), PUP, 1993


Il sentimento di appartenenza nazionale non è oggetto di un processo di irrimediabile declino, contrariamente a quanto affermato da chi parla di età "post-nazionale", intendendo riferirsi a quella attuale, e prefigura una quanto mai prossima realizzazione di qualche forma di cosmopolitismo. Senza dubbio, tuttavia, tale sentimento di appartenenza è divenuto, nel suo fondamento e nelle sue implicazioni, decisamente problematico: di qui l'opportunità di una riflessione intorno ai suoi possibili significati ed alle sue conseguenze entro lo scenario politico-giuridico contemporaneo, pluralistico e multiculturale. Questa la premessa implicita di fondo da cui muovono Miller e Tamir nei loro rispettivi lavori. Si tratta di due volumi di notevole interesse per lo sforzo da essi mostrato nel coniugare, con una ricchezza argomentativa decisamente apprezzabile, due angolazioni d'indagine intorno al concetto di nazione: quella relativa alla giustificazione dei diritti culturali in un contesto multiculturale e quella connessa ai problemi insiti nei rapporti tra universalità e particolarismo. È proprio nel punto di contatto fra queste angolazioni d'indagine che il concetto di nazione e la possibilità di assumerla quale fondamento per diritti e doveri morali e giuridici emergono in tutta la loro problematicità.
Tre i nodi tematici comuni ai due volumi: (1) la giustificazione in chiave morale degli obblighi che legano tra loro i membri di contesti particolari, quali sono appunto le nazioni, secondo argomenti dagli autori giudicati compatibili con alcune irrinunciabili istanze di fondo del liberalismo. In tal senso, liberalismo e universalismo etico non sarebbero necessariamente connessi. (2) Uno sforzo - richiesto per la tenuta della tesi appena esposta - nel senso di una ridefinizione del concetto di nazione e del principio di nazionalità, che corregga l'impegno nei confronti della neutralità dello stato proprio del liberalismo tradizionale ma anche le derive etnocentriche di varie posizioni anti-liberali. (3) La definizione dei rapporti tra diritti all'identità culturale (nel quadro dell'importante questione della giustificazione del diritto all'autodeterminazione nazionale) e diritti umani.
Sono le nazioni delle entità immaginarie? Quali le conseguenze della risposta a tale quesito in rapporto agli obblighi che l'appartenenza ad esse pone? Come è possibile giustificare le domande di autodeterminazione nazionale e quanto in là è lecito che tali domande si spingano, di fronte  al multiculturalismo caratterizzante le nazioni nel contesto contemporaneo? Queste, in sintesi, le domande che guidano la riflessione del lavoro di Miller. Nell'accogliere la definizione di nazione come «comunità immaginaria» fornita da Anderson, Miller sottolinea come la nazione, e conseguentemente il sentimento di appartenenza ad essa, siano il portato della cultura pubblica, a sua volta determinata e costantemente modificata dal dibattito pubblico. Ciò consente, nell'ottica dell'autore, (a) di differenziare la propria difesa del concetto di nazione e della sua valenza etica e politica da forme anti-liberali (e illiberali) di nazionalismo; (b) di legittimare in senso morale gli obblighi che legano vicendevolmente i membri di una nazione. Uno degli intenti che caratterizzano la riflessione di Miller su questo punto è comunque quello di dimostrare la compatibilità tra questi obblighi particolaristici con gli obblighi che legano tra loro tutti gli uomini in quanto tali.  L'idea è che ci si possa rapportare agli altri secondo due distinte ma non esclusive modalità: come esseri umani rispetto ad altri esseri umani e come membri di una nazione verso membri di un'altra nazione. Possiamo avanzare alcune riflessioni su questo punto. La possibilità di conciliare le due modalità deriverebbe dal fatto che gli obblighi che abbiamo verso gli altri in quanto esseri umani si connotano come diritti fondamentali, ai quali gli obblighi particolari verso i membri della propria nazione andrebbero ad affiancarsi. Ma secondo quale criterio gerarchico? Il bisogno di individuare criteri che consentano di stabilire delle priorità tra doveri verso l'umanità e doveri verso i connazionali emerge non appena si ponga attenzione alla non remota possibilità di conflitto tra i due tipi di doveri. Su questo punto l'analisi condotta da entrambi gli autori diviene meno precisa: se; da un lato,  viene rifiutata, perché ritenuta eccessivamente semplificante, la soluzione che pone i diritti fondamentali come un nucleo inviolabile e che legittima, pertanto, le lealtà particolaristiche solo a patto che non comportino una violazione di tali diritti, non viene d'altra parte avanzata una precisa risposta alternativa. La legittimazione delle lealtà particolaristiche viene elaborata su basi a prima vista più solide sia da Miller che da Tamir grazie ad un argomento a carattere più spiccatamente filosofico-politico, centrato sulle idee di giustizia distributiva e di lealtà politica. Nella più elaborata formulazione datane da Tamir esso svela come proprio dietro la concezione liberale dello stato sociale si nascondano necessariamente dei «valori legati all'idea di nazione». Come giustificare altrimenti che l'orizzonte di riferimento della giustizia distributiva sia proprio la nazione? Se la valenza morale dei criteri distributivi realmente poggiasse su assunti universalistici, risulterebbe del tutto priva di fondamento la restrizione del processo distributivo ai confini nazionali. Ancora, come spiegare che anche in un'ottica liberale gli individui abbiano obblighi di lealtà politica verso il proprio stato, anche nel caso in cui questo non si dimostri  come il più giusto, anzi anche nell'eventualità che non si dimostri giusto affatto?
È a questo punto che il confronto con le tesi di Miller e Tamir conduce ad un nodo nevralgico, dotato di fondamentali implicazioni qualora si vogliano considerare in modo congiunto le questioni dell'autodeterminazione nazionale e dei diritti culturali. Come lo stesso Tamir non manca di osservare, i termini "stato" e "nazione" sono spesso usati come sinonimi, ma tali non sono e non lo sono per precise ragioni storiche: il processo di costituzione degli stati non ha, infatti, sempre seguito le spinte di auto-determinazione dei vari nuclei nazionali, il che va in questi anni rendendosi sempre più evidente con il fenomeno delle reviviscenze dei nazionalismi sotto forma di volontà secessionistiche. Ciò rappresenta una ragione a favore della necessità di distinguere tra diritto all'autodeterminazione e diritto all'autogoverno. Eppure, questa opportuna distinzione semantica finisce col perdersi nei momenti decisivi delle argomentazioni qui analizzate. La tesi secondo cui gli obblighi associativi inevitabilmente rinviano ad un qualche senso di appartenenza, il quale necessariamente funge da loro riserva motivazionale non comporta di per se stessa anche l'idea che l'orizzonte dell'appartenenza debba essere rappresentata dalla nazione. Non è cioè dimostrato che la forma di solidarietà basata sull'appartenenza nazionale sia la più consona a società dinamiche ed egualitarie. Tutto dipende, come correttamente Miller e Tamir evidenziano, da cosa intendiamo con "nazione". In questa prospettiva, quel che in entrambi i lavori viene escluso è una definizione di questo concetto in termini etnici, ma basta ciò a difendere una riformulazione del nazionalismo in senso liberale dagli attacchi del cosmopolitismo da un lato e del multiculturalismo radicale dall'altro? La definizione della nazione come "comunità culturale" potrebbe non essere meno problematica dell'idea di comunità etnica, diversamente da quanto in questi due lavori si tende a sostenere.
Vediamo di considerare più approfonditamente gli argomenti addotti a dimostrazione della possibilità di riconoscere al tempo stesso il ruolo dell'appartenenza ad un gruppo nazionale nella costruzione di uno spazio civico ed il valore dell'autonomia e della libertà individuali. Risulta d'obbligo, a questo punto, il confronto con le tesi intorno alla relazione tra individuo e contesto di appartenenza. La difesa del "nazionalismo liberale"  non potrebbe non muovere da una soluzione intermedia rispetto a quelle che sono solite fronteggiarsi nell'arena della filosofia politica contemporanea, ossia la tesi della radicale autonomia dell'individuo dal contesto per ciò che concerne la definizione della sua identità politica (quella parte della sua identità che interessa la sfera pubblica), da un lato, e la tesi della totale internità dell'individuo al contesto di appartenenza. Ora, va altresì osservato che queste due tesi sono state ben raramente difese in questi termini così radicali e che il maggiore spostamento verso l'una o l'altra delle alternative dipende in genere, in qualsiasi proposta, dal modo in cui viene dato conto del processo di formazione di questa identità. È ormai inutile sottolineare che l'adozione della seconda alternativa conduce a forme di "determinismo culturale" (gli individui sarebbero, in tale ottica, "imprigionati" all'interno delle culture di origine) contrarie, in linea di principio, ad ogni tutela dello spazio individuale, e che invece la prima alternativa non consente di dar conto delle lealtà che di fatto spesso fondano una comunità politica. Nella tematizzazione effettuata da Tamir, viene escluso che gli individui si pongano di fonte alle scelte secondo una visione "da nessun luogo", ma viene sottolineato come l'internità ad un contesto culturale non pregiudichi di per sé la possibilità della scelta personale. Tuttavia, va osservato che nel dibattito intorno a questi temi il vero problema teorico resta la spiegazione del rapporto tra dimensione culturale e dimensione politica dell'identità dei soggetti, la determinazione del peso che la prima esercita sulla seconda  e conseguentemente la relazione tra comunità culturali e comunità politiche. La non adeguata riflessione intorno a questo nodo teoretico impedisce di comprendere chiaramente in che modo, secondo le conclusioni di Miller e Tamir, una sorta di "nazionalismo culturale" dovrebbe e potrebbe legittimamente porsi come alternativo tanto al nazionalismo etnico quanto al nazionalismo civico.
Il punto è dei più complessi. Mi pare che i due lavori in esame riescano - e risultino in tal senso complementari - nel mostrare la possibilità, e forse anche la necessità, di pensare ad un concetto di nazionalità che non necessariamente coincida con la comune appartenenza etnica. La comune identità etnica può essere, infatti, una componente in grado di definire l'identità nazionale, ma non l'unica. Altre condizioni sono richieste, quali una certa omogeneità culturale, una omogeneità linguistica, una comune vita economica. Ma ciò non rende meno problematica una definizione del principio di nazionalità in grado di contemperare le esigenze del pluralismo, siano esse intese secondo la logica liberale o secondo la cosiddetta logica del riconoscimento. Per cominciare, proprio la definizione della nazione in termini di comunità immaginaria, frutto di una cultura (quindi, a rigore, non deterministicamente antecedente ad essa) - come del resto lo stesso Tamir bene sottolinea, senza però fornire una definizione veramente alternativa - non consente di distinguere tra nazioni e altri gruppi culturali, con pesanti conseguenze per la possibilità di individuare argomenti a sostegno del diritto all'autodeterminazione che non finiscano anche con il legittimare indiscriminate forme di frammentazione politica e sociale.  In secondo luogo, si dovrà stabilire se sia legittimo individuare, nella storia e nella cultura di una comunità, dimensioni che si possano considerare marginali e dimensioni che invece entrano a pieno titolo ed in maniera essenziale a determinare una cultura. E, ancora, come deve essere fissato il livello dell'omogeneità culturale qui richiamata? È infatti incontrovertibile che l'esistenza di culture assolutamente compatte sia il frutto di visioni stereotipate, essendo ogni cultura esposta al momento della critica, essendo anzi, in una visione dinamica, il frutto della costante tensione tra fedeltà alla tradizione e spinte innovatrici.
Per tutte queste ragioni, la riformulazione di un "nazionalismo liberale"  sulla base di una definizione del concetto di nazione in termini di "comunità culturale" (Tamir, p. 26)  non risulta soddisfacente. La falsità della contrapposizione tra identità di gruppo e identità nazionale - falsità denunciata da Miller, nel tentativo di congedare le critiche al nazionalismo avanzate dai sostenitori della "politica della differenza" e del multiculturalismo radicale - andrebbe dimostrata in modo più efficace, principalmente sulla base di una più completa e precisa definizione di cosa debba intendersi per "cultura".  Si tratta di una prospettiva che, a differenza delle enunciazioni programmatiche, non può giustificare al tempo stesso il principio secondo cui il pluralismo culturale avrebbe un valore intrinseco e quella che risulta essere la condizione più "forte" posta da Tamir alla base della legittimazione dell'autodeterminazione nazionale. Secondo tale condizione, l'autodeterminazione è legittima, tra le altre cose, solo se (a) il gruppo nazionale gode di riconoscimento anche fra i non-membri e (b) se a tale riconoscimento fanno seguito assetti politici che rendono i membri in grado di sviluppare la loro vita nazionale con il minor grado di interferenza esterna possibile. Ora, è chiaro che la richiesta sub (a) se tende, opportunamente, a porre dei vincoli di "oggettività" alle richieste di autonomia politica, resta incompatibile con l'idea che la pluralità delle culture sia una valore in quanto tale e che qualsiasi cultura sia da tutelare per il solo fatto di costituire la principale fonte di identità per gli individui. Peraltro, si tratta di una condizione difficilmente soddisfatta, stando all'esperienza storica. In base ad essa, quasi tutte le rivendicazioni di autonomia avrebbero dovuto essere negate (si pensi, per fare un solo esempio, al caso del Tibet). La richiesta sub (b) porterebbe, invece, a negare legittimità alle richieste di autodeterminazione avanzate da quei gruppi nazionali inequivocabilmente individuabili come tali, ma incapaci - per una serie di ragioni legate al retroterra storico - di sviluppare, almeno nel breve periodo, una autonoma vita economica e politica (si pensi al processo di decolonizzazione, che su questa base potrebbe essere giudicato illegittimo).
In terzo luogo, si dovrà precisare con maggiore chiarezza quale sia il nucleo comunitario di riferimento ogni qualvolta si parli di "nazione": questo è un punto determinante rispetto al problema dell'autodeterminazione ma è anche un nodo cruciale in un momento in cui sempre più viva è la discussione intorno ai rapporti tra cittadinanza e diritti umani, intorno ai rapproti tra la logica di eslcusione che finisce con il contraddistinguere la prima e la logica di inclusione e di universalità implicita nei secondi.
È alla luce di queste considerazioni che - mi pare - il "nazionalismo policentrico" e "non-etnocentrico" difeso in questi due pur articolati ed interessanti lavori resti da fondare.


Elena Pariotti


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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



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