Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 13 aprile 2001

J. Tomlinson, Sentirsi a casa nel mondo, Milano, Feltrinelli, 2001, pp. 259 (Globalization and Culture, Chicago, University of Chicago Press, 1999)

Questo volume si inserisce autorevolmente nel filone dei cultural studies, un ambito di ricerca che ha ormai preso piede anche nel nostro paese - come dimostrato, per altro, dalla percentuale significativa dei testi citati nella bibliografia che è oggi a disposizione anche del lettore di lingua italiana. L'indagine di Tomlinson si colloca all'intersezione tra sociologia e antropologia culturale e ha come oggetto le modificazioni culturali indotte dalla globalizzazione. Sussiste, infatti, secondo l'autore, una connessione costitutiva tra globalizzazione e cultura: "la globalizzazione è al cuore della cultura moderna; le pratiche culturali sono al cuore della globalizzazione" (p. 13). Questa connessione viene analizzata attraverso un percorso articolato che inizia con una ricognizione del concetto di globalizzazione e dei suoi rapporti con la modernità, prosegue con l'analisi delle rappresentazioni della cultura globale (ovvero delle utopie e distopie che essa ha prodotto), per finire con l'introduzione della categoria di deterritorializzazione e il tentativo di definire sia la condizione culturale peculiare della globalizzazione sia le conseguenze normative che da essa derivano.

Le trasformazioni indotte dalla globalizzazione non possono essere comprese senza ricorrere al vocabolario concettuale della cultura; contemporaneamente, tuttavia, esse modificano il tessuto dell'esperienza culturale. Questa è la tesi che Tomlinson si propone di dimostrare nel primo capitolo. La globalizzazione viene definita come una condizione di connettività complessa. Due elementi la caratterizzano: il primo è dato dall'aumento rapido e costante delle interconnessioni e delle interdipendenze della vita sociale e dalla contemporanea riduzione delle distanze, fisiche e virtuali; il secondo è costituito dalla tensione verso l'unificazione del mondo e verso la costruzione di un sistema di riferimento unitario. D'altra parte la complessità dei collegamenti istituiti dalla globalizzazione impone di pensare ad essa come un fenomeno pluridimensionale che incide sugli schemi concettuali in base ai quali viene compreso il mondo sociale. La cultura può essere appunto concettualizzata come una dimensione della globalizzazione, e più specificamente come la dimensione che pertiene alla costruzione dei significati mediante pratiche di rappresentazione simbolica. Ma la cultura non è soltanto un aspetto della globalizzazione, essa è costitutiva della connettività complessa; e lo è nella misura in cui comporta che azioni 'locali' informate dalla cultura possano avere conseguenze globali (ad esempio la decisione di acquistare un vestito, influenzata dai codici culturali della moda, può avere conseguenze non solo per la divisione del lavoro ma anche per gli ecosistemi del pianeta). Allo stesso tempo, la globalizzazione mette in crisi la nostra concezione di cultura poiché spezza i vincoli che la legavano alla particolarità e alla località, allargando l'orizzonte delle nostre esistenze a una dimensione globale.

Nel secondo capitolo vengono esplorate le relazioni che intercorrono tra globalizzazione e modernità. Tomlinson sostiene, seguendo Giddens, che la modernità segna una discontinuità storica: "le società moderne, benché si sviluppino dalle società premoderne e contengano vari indizi e tracce di quelle forme più antiche, sono tipi di società molto diversi da quelli premoderni" (p. 51). Le società premoderne erano prive di quelle "proprietà dinamiche" che consentono a noi moderni di trattare il tempo e lo spazio come facciamo abitualmente. Ed è proprio la comparsa di queste proprietà dinamiche che rende la globalizzazione una "conseguenza della modernità". La modernità è "di per sé globalizzante" perché le istituzioni sociali della modernità operano in uno spazio e in un tempo ontologicamente modificati rispetto all'epoca premoderna. La modernità separa il tempo dallo spazio, svincolando il coordinamento dell'attività sociale dalle particolarità del luogo: ne emergono un tempo astratto, reso indipendente dalla connessione con un luogo, e uno spazio ugualmente astratto, in cui diventano possibili relazioni "disaggregate", enucleate dai contesti locali di interazione e "ristrutturate attraverso archi di spazio-tempo indefiniti". La modernità segna la scomparsa del mondo locale premoderno, saldamente ancorato alla fisicità dei luoghi e vi sostituisce un mondo disaggregato, enormemente più vasto, ma costellato da una carenza di riferimenti che deve essere costantemente compensata dall'azione di appositi media di traduzione.

C'è una cultura globale che corrisponde alla modernità globale? Le modificazioni indotte dalla globalizzazione possono generare una cultura unica capace "di sostituire i sistemi culturali che hanno fin qui prosperato"? Secondo Tomlinson "è del tutto evidente che una cultura simile non esiste ancora" (p. 90). Eppure la prospettiva di una cultura globale ha generato utopie e distopie ricorrenti. La storia del pensiero cosmopolitico è antica almeno quanto la consapevolezza della pluralità e incommensurabilità delle culture. Tomlinson la fa risalire al secondo settecento e all'affermazione del principio illuministico della superiore unità del genere umano. Dal diciottesimo secolo fino a oggi le speculazioni utopistiche si sono alternate alle visioni apocalittiche. Le prime hanno avanzato la prospettiva di un mondo unificato e pacificato nel segno di una cultura mondiale. Le seconde, invece, hanno prefigurato l'affermazione di una soverchiante cultura del capitalismo o, alternativamente, l'occidentalizzazione della cultura mondiale come diffusione globale di una totalità sociale e culturale – tra queste ultime visioni distopiche può essere ricordato il fin troppo noto libro L'occidentalisation du monde di Latouche. Nessuno di questi due pericoli, secondo Tomlinson, può considerarsi realmente fondato, dal momento che "lo scambio tra regioni culturali e regioni geografiche comporta sempre l'interpretazione, la traduzione, la trasformazione e l'adattamento" (p. 105). Dalla presenza globale di beni di consumo e di testi mediatici capitalistici si può derivare come conseguenze l'inevitabilità della diffusione di una monocultura capitalistica uniforme solo se si presuppone una nozione imperfetta di cultura. A partire da una diversa concezione della cultura diviene, invece, perfettamente plausibile pensare che l'accettazione del patrimonio scientifico e tecnologico dell'Occidente, nonché della sua razionalità economica e persino di alcuni aspetti del suo consumismo possano coesistere "con un rifiuto deciso della sua prospettiva laica, del suo permissivismo sessuale, dei suoi atteggiamenti riguardo ai rapporti di coppia e familiari, […] come accade normalmente in molte società islamiche" (p. 118). Certamente la globalizzazione non procede in modo indolore: essa non è sempre sensibile al mantenimento delle differenze culturali, né è sempre immune da pretese di dominio. La globalizzazione è un processo ineguale, in cui si contano vincitori e vinti, ma la sua complessità impedisce di ridurla ad una pura e semplice avanzata dell'Occidente.

Se la prospettiva di una cultura globale unificata è lontana dalla realtà, tuttavia siamo già in presenza di una cultura globalizzata. Ne è una manifestazione la trasformazione delle relazioni che legano le nostre pratiche, esperienze e identità culturali ai luoghi che abitiamo. L'essenza di questa trasformazione viene compendiata nel concetto di deterritorializzazione, che definisce la perdita del legame con la località, provocata dal rimodellamento dei contesti locali operato dalle "forze remote" della globalizzazione. L'esperienza della deterritorializzazione non è "un'esperienza di alienazione, bensì di ambivalenza" (p. 131). Le persone, infatti, non cessano di 'possedere' le proprie località ma sono forzate a riconoscerle come qualcosa di precario, su cui insistono le "forze astratte" dei poteri globalizzanti. Concretamente gli effetti della deterritorializzazione vengono presentati da Tomlinson attraverso vari esempi. Si ricorda la trasformazione fisica dei luoghi in non-luoghi, vale a dire in spazi privi di connotati identitari, relazionali e storici (un fenomeno già analizzato dall'antropologo Marc Augé). Si fa quindi riferimento alla perdita di certezza culturale generata dalle nuove tecnologie mediali e dalla moltiplicazione dei punti di vista che queste rendono possibile. Infine, si sottolinea l'indebolimento della percezione delle relazioni materiali tra alimenti, climi, stagioni, località e pratiche culturali. Si tratta di trasformazioni che, per quanto incidano in profondità nel tessuto dell'esperienza culturale, non vengono vissute come gravi perturbamenti. Esse sono rapidamente assimilate alla normalità e "percepite – benché in modo confuso – in termini di 'vita così com'è'" (p. 153). Ciò è possibile in quanto le spinte che operano in direzione delle deterritorializzazione vengono bilanciate da forze opposte che avviano il processo inverso di riterritorializzazione, da forze che assistono gli individui nei loro tentativi di ricostruire una casa nel mondo della modernità globale e di trarre nuove identità e significati dalle sue trasformazioni (si veda a questo proposito l'analisi equilibrata e convincente delle teorie dell'ibridazione culturale).

L'ultimo capitolo è dedicato ad un'analisi accurata delle conseguenze deterritorializzanti delle tecnologie dei media e delle comunicazioni. Qui l'autore si propone soprattutto di sviluppare le implicazioni politiche della globalizzazione culturale, ovvero le implicazioni derivanti dal fatto che "le azioni individuali, intraprese localmente nell'ambito di uno 'stile di vita' culturalmente definito comportano spesso conseguenze globali" (p. 212).
Nell'epoca della globalizzazione nessuno sembra sfuggire alla condizione di cosmopolita. Si tratta, tuttavia, di un cosmopolitismo molto diverso da quello incarnato dalla figura tradizionale del cosmopolita come cittadino del mondo. Il cosmopolita tradizionale era maschio, bianco e consapevole della propria appartenenza ad un'élite. Era inevitabile che, a partire dai suoi pregiudizi razziali e sessuali, egli finisse per guardare alle diversità culturali con l'occhio interessato dell'entomologo. In un mondo globalizzato le persone dovrebbero invece coltivare, secondo Tomlinson, un cosmopolitismo ideale. Il contenuto normativo di questo nuovo cosmopolitismo consiste essenzialmente nella "capacità di sperimentare un''identità distanziata': un'identità che non sia completamente definita dall'ambiente locale immediato ma – cosa decisiva – che sappia avvertire ciò che ci unisce in quanto esseri umani, i rischi e le possibilità comuni, le responsabilità reciproche" (p. 224). Il nuovo cosmopolita dovrebbe essere capace di vivere "nel globale e nel locale al tempo stesso" (p. 225, corsivo dell'autore) – dovrebbe essere "glocale" nel senso di Roland Robertson. Questa sua caratteristica dovrebbe predisporlo al dialogo costante con l'altro culturale, alla mediazione e all'attivismo morale e politico.
Il modello normativo del glocalista etico è un'espressione legittima delle inclinazioni cosmopolitiche dell'autore, che individua la possibilità dell'affermarsi di questo orientamento morale proprio nell'apertura verso un orizzonte globale delle risorse morali presenti a livello locale. Chi scrive, tuttavia, trova difficile prendere sul serio questo salto dal piano descrittivo a quello normativo, soprattutto in un testo per altri versi sempre equilibrato e convincente.


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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.