Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 8 gennaio 2002

Maurizio Viroli, Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia, Roma-Bari, Laterza, 20012, pp. 220.

Ben scritto e di agevole lettura, questo volume si costruisce attorno all'affermazione che il patriottismo e il nazionalismo non possano essere considerati come sinonimi, ma che esistano e debbano essere tenute ben presenti alcune importanti differenze fra i due concetti. Maurizio Viroli, professore all'Università di Princeton, è conosciuto come uno dei maggiori studiosi italiani della tradizione repubblicana e del suo autore forse più significativo, Machiavelli. Non sorprende dunque che proprio il repubblicanesimo venga a costituire il "filo rosso" delle argomentazioni del libro, la pietra di paragone fra l'idea di patria intesa come il luogo della libertà e della pacifica convivenza dei cittadini sotto medesime leggi, e l'idea di nazione intesa come supremazia culturale, politica e morale di un popolo. L'autore difende con passione e impegno questa tesi, quasi con un atteggiamento "militante": non a caso il libro è dedicato a Norberto Bobbio, maestro di Viroli.

Patriottismo e nazionalismo sono analizzati in un arco temporale che va dall'umanesimo civile al dibattito contemporaneo, esaminando il significato dei termini patria e nazione nelle forme conferitole dagli autori più significativi di ogni periodo. L'idea portante è quella dell'esistenza e della possibilità di isolare la tradizione del "patriottismo repubblicano", che esprime un modo tutto particolare di definire il rapporto fra i cittadini e il territorio cui essi appartengono. Questo patriottismo, non esclusivo ma inclusivo, che riguarda più le buone leggi e la libertà politica che l'etnia o la lingua, viene definito "un antidoto alle celebrazioni nazionaliste dell'omogeneità culturale del popolo e un fattore di rafforzamento della virtù civile" (p. IX). Nel mondo romano l'amore per la patria era la forma maggiore d'impegno pubblico, come insegnava Cicerone, i cui precetti vennero interiorizzati e fatti propri dall'umanesimo civile italiano. Il bene comune o la patria cui i popoli antichi erano così profondamente devoti "era dunque in primo luogo la libertà individuale, ovvero la libertà di perseguire i propri interessi e godere i propri diritti senza essere ostacolati dai potenti e dagli arroganti" (pp. 35-36). Così anche per Machiavelli, il quale non impiega se non di rado il termine nazione, non sembra affatto interessato alla difesa dell'omogeneità culturale della repubblica: nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua considera l'assimilazione di parole 'straniere' all'interno del fiorentino "un arricchimento, non una corruzione del linguaggio" (p. 39). Guicciardini sembra mantenere un atteggiamento più cauto, sottolineando che l'amore della patria non significa necessariamente amore della libertà, nel senso di amore per le istituzioni repubblicane. La tanto celebrata virtù degli antichi, scrive, non era l'effetto dell'amore della libertà, ma dell'amore della patria, e "patria" non significa solo repubblica. Infatti, le storie tramandano molti esempi di azioni virtuose compiute da sudditi di re e principi. E fu proprio a partire da questo argomento che i difensori dell'assolutismo monarchico in età moderna sottoposero a critica serrata gli ideali del patriottismo repubblicano: "nell'Europa del Seicento, il linguaggio del patriottismo perse gradualmente i suoi contenuti repubblicani. Amore della patria non significò più attaccamento alla repubblica e alla libertà comune, ma lealtà al monarca" (p. 45). Una importante articolazione di questo principio venne elaborata nel XVI secolo dalla corrente del neostoicismo, che considera il patriottismo non tanto inutile, quanto piuttosto irragionevole. E' questa la tesi che emerge dai De Constantia libri duo (1584) di Giusto Lipsio, autore che sottolinea l'elemento passionale, e perciò negativo, dell'amor di patria.

Alla metà del XVII secolo, nel corso della Rivoluzione inglese, il linguaggio del patriottismo repubblicano venne nuovamente scoperto e presentato come linguaggio politico per eccellenza. Sia nel repubblicanesimo inglese di matrice "puritana" (Milton, Lillburne, Winstanley), sia in quello di matrice "classica" (Harrington, Neville, Nedham, Sidney) è possibile, secondo Viroli, percepire la presenza dei temi ciceroniani dell'amor di patria, il Commonwealth, la libera comunità politica fondata sul governo della legge per il quale il patriota è disposto a sacrificarsi. Per i repubblicani inglesi patria non è solo difesa del suolo natio. Amare un pezzo di terra per il solo fatto di esserci nati, scrive Toland, "non è solo una falsa nozione di patria, ma [...] un pregiudizio infantile simile a quello di alcuni vecchi, i quali ordinano che le loro salme siano trasportate per centinaia di miglia per essere sepolte accanto ai progenitori morti, alle loro mogli, o altri parenti" (p. 56). Ma nell'Inghilterra del Seicento vi era anche chi, come Filmer, criticava il patriottismo repubblicano in nome di un altro patriottismo ispirato non all'amore della libertà, ma alla lealtà al monarca.

Nel secolo successivo Bolingbroke propose invece l' idea di patria come intimamente connessa con le norme fondamentali dell'ordinamento giuridico di uno Stato: il vero patriota è semplicemente chi è fedele alla costituzione, sia essa repubblicana o monarchica; è dunque perfettamente plausibile che esista un "re patriota". L'ammirazione per il patriottismo degli antichi non era unanime nel Settecento: la rifiutò Vico, che definisce il tanto osannato amore della patria degli antichi come "una virtù tipica delle società eroiche che offende i sentimenti di giustizia e di umanità dei moderni" (p. 67). Nonostante Vico, secondo Viroli il patriottismo divenne uno degli ideali più celebrati dagli scrittori politici del Settecento, da Montesquieu a Voltaire, dalla voce Patrie dell'Encyclopédie a Rousseau, il quale ci racconta del suo desiderio di vivere in una repubblica dove "la dolce abitudine di incontrarsi e di conoscersi facesse dell'amore di patria più l'amore verso i concittadini che non l'amore verso la terra" (p. 81). In alcune parti d'Europa, tuttavia, il linguaggio del patriottismo repubblicano legato agli avvenimenti della Rivoluzione francese si rivelò inadeguato a sostenere la lotta dei popoli per la libertà. Il testo cui Viroli fa riferimento in questa circostanza è il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 di Vincenzo Cuoco, autore che "ammirava sinceramente la devozione dei patrioti alla causa della libertà, ma criticò senza esitazioni la loro scarsa saggezza politica dovuta alla poca conoscenza e alla poca comprensione dei costumi, della storia e delle tradizioni del popolo napoletano". A Napoli infatti "i patrioti parlavano di libertà, ma il popolo non capiva cosa volevano dire" (pp. 104-105).

Accadde in Germania, tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento, che il linguaggio del patriottismo si modificò progressivamente fino a trasformarsi in nazionalismo. Fu Herder a forgiare in quegli anni la parola Nationalismus, per designare l'attaccamento alla propria cultura nazionale, da difendere e proteggere contro il cosmopolitismo e l'assimilazione culturale. La sua idea di patriottismo, scrive Viroli, è profondamente antipolitica, e "prevalentemente culturale. Per lui la questione essenziale non è se la forma di governo è repubblicana o monarchica, bensì l'unità spirituale del popolo" (p. 113). Viene altresì difesa l'idea della lingua come elemento essenziale per la definizione di un popolo: "chiunque viva in Germania deve appartenere alla Germania e parlare, e scrivere in puro tedesco", perché la purezza del linguaggio è la base dell'unità spirituale della nazione (p. 116). Il mito del patriottismo degli antichi di stampo ciceroniano, fondamentale al linguaggio del patriottismo repubblicano, verrà invece demolito da Fichte, il quale sottolinea nei Discorsi alla nazione tedesca che la storia della Germania comincia proprio "con la strenua difesa della libertà contro i romani, e che il medioevo non era solo Ständestaat, e religione e corporazioni, ma anche libere repubbliche. La fondazione storica del patriottismo tedesco, sottolinea Fichte, è la guerra vittoriosa degli antichi germani che combatterono contro le legioni romane in nome della libertà, la libertà di essere e rimanere tedeschi" (p. 122).

Ma anche fuori della Germania è possibile secondo Viroli, individuare l'esistenza di un patriottismo antipolitico, basato su un'unità profonda e completa fra l'individuo e la nazione: è il caso di Jules Michelet, secondo cui i francesi "non possono considerarsi solo come cittadini che condividono gli ideali politici della République, ma devono sentirsi uguali anche per altre e più profonde ragioni: uguali perché appartengono al medesimo ceppo etnico, uguali perché parlano la medesima lingua, uguali perché condividono il cattolicesimo di tradizione francese" (p. 135). Nonostante la diffusione e l'influenza del nazionalismo, nell'Europa dell'Ottocento, il linguaggio del patriottismo repubblicano "continuò ad essere largamente usato per sostenere lotte politiche per la libertà e per l'estensione dei diritti di cittadinanza" (p. 137). L'autore si concentra qui sul contesto inglese degli anni del Reform Bill e soprattutto sul pensiero di Giuseppe Mazzini, fautore di un'idea di patriottismo che "si fonda sugli ideali della repubblica, ma riconosce al tempo stesso il valore della nazione. Riteneva che l'ideale repubblicano della patria poteva trovare nuovo vigore solo se legato ai valori culturali della nazione. Accoglieva la lezione dei nazionalisti tedeschi, ma le dava un nuovo significato collegandola alla vecchia tradizione repubblicana" (p. 142). Mazzini considera il nazionalismo tedesco troppo angusto ed esclusivo, incapace di generare quello slancio ideale capace di attraversare i confini nazionali. Egli dà inoltre al concetto di patria un significato democratico. Oppone la patria del popolo a quella dei re e sottolinea che "in una vera patria tutti i cittadini devono avere uguali diritti politici" (p. 145).

Anche nel tardo Ottocento, l'età dell'imperialismo, non scomparve del tutto l'idea di nazione intesa come comunità politica fondata sul libero consenso dei cittadini. Essa ispira secondo Viroli la celebre lezione tenuta da Ernest Renan nel 1882 sul tema "Che cos'è una nazione?". Renan "oppone alle dottrine della nazione intesa come comunità basata sull'etnia, sul linguaggio, sugli interessi, sull'affinità religiosa e sulla geografia, l'idea che la nazione è da intendersi come principio spirituale basato sul desiderio di un popolo, manifestato esplicitamente, di vivere insieme. La nazione, dice Renan, è un plebiscito di tutti i giorni" (p. 157). Ma quelli di Mazzini e di Renan rimasero comunque esempi isolati. Alla fine dell'Ottocento, nota Viroli, "il linguaggio del nazionalismo aveva assorbito, trasformandone i contenuti, la vecchia tradizione del patriottismo. Reso pressoché irriconoscibile, il linguaggio del patriottismo ebbe vita stentata ai margini del pensiero politico contemporaneo" (p. 159). Qualche ripresa nel XX secolo si ebbe con i movimenti di opposizione ai regimi autoritari e totalitari, come dimostrano gli scritti di Carlo Rosselli e di Simone Weil, o la nozione di "patriottismo costituzionale" (Verfassungspatriotismus) proposta da Jürgen Habermas, come patriottismo "fondato sulla lealtà ai principi politici universalistici della libertà e della democrazia incorporati nella costituzione della Repubblica Federale Tedesca" (p. 168).

Da ultimo Viroli si cimenta con il dibattito più recente sulla natura del patriottismo americano, analizzando gli scritti di Michael Walzer, John Schaar e Charles Taylor. La conclusione è un vero e proprio appello, fin troppo appassionato, alla rinascita della virtù civile del cittadino fondata sulla corretta interpretazione dei termini "patria" e "repubblica", così come definiti dal linguaggio del patriottismo repubblicano: "il contributo migliore che i filosofi politici possono dare ad una possibile rinascita della virtù civile è definire una concezione del patriottismo che sia moralmente accettabile e alla portata degli uomini e delle donne che vivono nelle nostre democrazie" (p. 186). Solo così, secondo Viroli, sarà possibile "far sorgere un amore della libertà capace di vincere contro passioni resistenti quali l'avarizia e la codardia che sono gli ostacoli più seri per la virtù civile" (p. 185).

Come abbiamo detto precedentemente, il libro è scritto in maniera molto scorrevole, ma è a volte ripetitivo: nella sostanza, il bagaglio concettuale del patriottismo repubblicano viene ad essere costituito da pochi, semplici argomenti: patria come repubblica, repubblica come libertà nel rispetto delle leggi, nazione come unità spirituale e non politica. Lo studio si limita all'analisi delle opere politiche più rilevanti dei diversi autori, tralasciando alcune fonti a nostro avviso importanti per la comprensione del rapporto patria-nazione: la poesia, l'arte, la musica, la propaganda. Ci sembra insomma che si possa dire di più su un tema così vasto e profondo quale quello del rapporto fra patriottismo e nazionalismo. Forse troppo poco spazio si è lasciato alla esplorazione di tipi di patriottismo diversi da quello repubblicano, come ad esempio il patriottismo monarchico, cioè la possibilità di essere buoni cittadini anche sotto il governo di un re, oppure quei tipi di patriottismo "misti" di repubblicanesimo e nazionalismo, come quello che può essere individuato nella breve esperienza della Repubblica di Salò, non considerata dall'autore.

Tuttavia, a parte queste considerazioni, va comunque riconosciuto a questo testo, e agli studi di Viroli in generale, il merito di aver riportato la discussione sul repubblicanesimo nella sua patria naturale, nel paese cioè dove quest'ultimo è nato e si è sviluppato, l'Italia.




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A cura di:
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Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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