Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 2 ottobre 2001

Michael Walzer, Ragione e passione – Per una critica del liberalismo, Milano, Feltrinelli, 2001.

Questo saggio riunisce tre conferenze, le Horkheimer Lectures, tenute a Francoforte nel 1998, nelle quali Michael Walzer cerca di apportare, attingendo alla tradizione comunitarista, delle correzioni alla dottrina liberale. Questa, a suo avviso, si mostra spesso inadeguata a livello teorico e inefficace a livello pratico in merito a problematiche politiche fondamentali come la mobilitazione democratica e la solidarietà - elementi indispensabili per un reale esercizio dell'uguaglianza. Walzer si sofferma, in particolare, su tre "omissioni" della teoria liberale (l'associazione involontaria, il conflitto sociale, l'impegno appassionato) la cui mancata considerazione rende "la lotta contro la disuguaglianza più difficile di quanto probabilmente sarebbe".

Quando Walzer parla di associazioni involontarie, egli intende tutte quelle appartenenze imposteci come il gruppo familiare, la nazione o il paese, la classe sociale e il genere. Queste associazioni hanno un peso essenziale nella formazione dell'identità di ogni individuo: prescindere da esse, come fa il liberalismo, vuol dire non solo essere lontani dalla comprensione dei conflitti sociali contemporanei - che sono incentrati proprio sulla richiesta di riconoscimento avanzata dai membri di associazioni involontarie - ma anche inibirsi la possibilità di combattere la disuguaglianza e la subordinazione esistenti proprio al loro interno.
Contraddicendo decisamente Rousseau, Walzer sostiene che l'uomo non è nato libero: la gran parte delle associazioni e dei gruppi cui apparteniamo non sono il risultato di una libera scelta, né tanto meno gli impegni vincolanti che da quelle appartenenze discendono provengono interamente dal consenso. Da ciò deriva che la promessa liberale dell'autonomia, secondo cui le catene sono spezzate e gli individui scelgono le posizioni che desiderano, creando così una società di uomini e donne non solo liberi e socialmente mobili ma anche uguali, è una falsa promessa: esistono dei vincoli, appunto involontari, cui siamo assoggettati sin dalle prime fasi della nostra vita, i quali ci sospingono verso un certo tipo di associazioni o limitano il nostro diritto di andarcene. Primo fra tutti il vincolo familiare e sociale, il quale forma la nostra identità individuale e relazionale ma anche religiosa e politica: è ben verificabile come la condizione sociale ed economica, così come la fede religiosa e politica, si trasmetta di generazione in generazione. Il secondo vincolo è rappresentato dal carattere "culturalmente determinato" delle forme disponibili di associazione: se da un lato, infatti, si riconosce la libertà di scelta dell'individuo di aderire ad un'associazione e ai vincoli da essa posti, molto raramente si può affermare che l'individuo ha avuto parte alla realizzazione della sua struttura o del suo funzionamento. Il terzo vincolo a cui è assoggettata l'associazione volontaria è di natura politica: il fatto di nascere e risiedere in un determinato luogo ci rende automaticamente membri della sua comunità politica, alla cui progettazione non si è contribuito, ma che è precondizione fondamentale per ulteriori associazioni. L'ultimo vincolo è di carattere morale: questa restrizione concerne il nostro essere individui che cercano di fare "la cosa giusta", che si traduce nell'incentivo o nella remora ad entrare o ad uscire da una certa associazione, a partecipare o meno ad una certa battaglia.
I liberali obiettano che questi quattro tipi di collocazione, in una famiglia, in una cultura, in uno Stato o in una relazione morale, portano alla soggezione intellettuale ma dimenticano un fatto essenziale: "il mondo dell'associazione involontaria offre sempre uno spazio per la resistenza e fornisce quasi sempre delle ragioni per operare all'interno di quello spazio invece che muoversi completamente al di fuori di esso", come fanno i liberali. La battaglia contro la disuguaglianza economica, religiosa o razziale nella società più ampia non può essere vinta con l'abolizione delle classi, delle comunità di fede o delle razze perché ciò vorrebbe dire negare agli individui il diritto di "rimanere se stessi", il quale, invece, svolge un ruolo essenziale nei conflitti sociali contemporanei.

Il liberalismo americano ha elaborato una propria soluzione al problema della disuguaglianza delineando un modello di democrazia deliberativa orientata alla decisione mediante un processo razionale di discussione tra uguali, i quali valutano la validità e rilevanza di posizioni alternative e scelgono la migliore politica per il paese o la persona migliore per governare.
Per Walzer, il modello deliberativo è utopistico e concretamente irrealizzabile. In primo luogo perché esaurisce la problematica politica nella pratica argomentativa e, così facendo, trascura il fatto che la deliberazione si inserisce in un processo politico democratico ampiamente non deliberativo in cui, accanto alla ragione, operano altri valori spesso in tensione con essa come la passione, l'impegno, il coraggio, la solidarietà. Questi valori presiedono ad un numero assai alto di attività di importanza fondamentale per la politica e per la stessa democrazia, come l'educazione politica, l'organizzazione, la mobilitazione, la dimostrazione, l'asserzione, il dibattito, la trattativa, il lobbismo, la campagna, il voto, la raccolta fondi, la corruzione, lo scut work ed il governo. In secondo luogo la proposta liberale concepisce il dibattito politico come una sorta d'aula di tribunale con giudici o giurati, i quali, in base a argomenti e ragionamenti razionali, pervengono a decisioni: nel far questo il liberalismo sembra non avvedersi del fatto che pochissime decisioni politiche sono verdetti e assai rari sono gli accordi permanenti, in ragione della persistenza di disaccordi profondi e insanabili. Al contrario, negoziazione e compromesso possono e devono essere considerati i frutti della politica, la quale è, per sua natura, lotta per la gestione e il contenimento dei conflitti e ricerca di vittorie temporanee e accessibili. I teorici della deliberazione sostengono che la democrazia deliberativa sia una teoria egualitaria, moralmente giustificata, in quanto presuppone l'uguaglianza degli individui: essi riconoscono se stessi e gli altri come agenti comunicativi e razionali, e in quanto tali parlano, deliberano e decidono in maniera egualitaria, in base all'"argomento migliore" e non alle idee delle classi dominanti e agli interessi delle autorità costituite.
Walzer solleva a questo punto un'obiezione pertinente: nella maggior parte delle controversie che animano la vita politica, non esiste un argomento che sia ugualmente convincente per persone dotate di visioni del mondo e interessi economici e posizioni sociali differenti e spesso in conflitto tra loro. Se il permanere del conflitto spiega l'esclusione della deliberazione, il prevalere della disuguaglianza ribadisce e rafforza tale esclusione: la storia politica è sempre stata la storia della lenta creazione di gerarchie di ricchezza e potere, di differenziazione e disuguaglianza. Un obiettivo realistico è, per Walzer, quello di puntare alla riduzione di tale disuguaglianza e non alla sua abolizione, la quale richiederebbe una politica fortemente coercitiva e repressiva. Se i democratici convinti non possono dare il loro consenso alla repressione, possono, tuttavia, condurre la propria battaglia contro la disuguaglianza con le armi dell'organizzazione popolare e della mobilitazione di massa, obiettivi quest'ultimi che rimandano direttamente al tema dell'ultima conferenza.

Per Walzer, una politica veramente democratica ed egualitaria ha bisogno dell''impegno "appassionato" di un grande numero di persone. Tuttavia la passione politica ha assunto e assume a tutt'oggi toni e accenti spesso negativi e diventa oggetto di pregiudizio e timore perché associata all'idea di identificazione collettiva irrazionale, al fanatismo religioso che spinge le persone ad agire in maniera imprevedibile e incontrollabile. La politica nella sua versione liberale, fatta di concessioni reciproche, equilibri calcolati, compromessi e adattamenti, non può non avversare la "passione", intesa come forza impetuosa, non mediata, caotica irrazionalità: la repressione puritana, il terrore francese, le purghe staliniane, il genocidio nazista, i massacri e le deportazioni nazionaliste, sono state e sono, per il liberalismo, l'opera di uomini appassionati, della "torbida marea" dei peggiori, della massa ignorante, su cui, al contrario, dovrebbe prevalere un'élite illuminata dalla ragione, che è una facoltà meno ardimentosa, più meditata, perché sempre aperta alla confutazione e alla critica.
Il liberalismo associa la passione all'ignoranza, ma molto spesso, afferma Walzer, i "peggiori" non sono affatto ignoranti né appartengono alla massa, ma rappresentano la piccola borghesia della vita intellettuale. Essi non mancano di ragione ma questa è distorta dalle credenze, dai dogmi, e dalle ideologie, tutte fonti di certezza - e "la certezza, quando è militante, è anche ardente e appassionata". La ragione dei liberali, invece, sempre pronta a riflettere su se stessa, temperata ora dal dubbio ora dall'umiltà, può diventare fonte di incertezza.L'incertezza, in politica, equivale a debolezza, a quella debolezza che, nei casi storici citati, appartenne all'élite illuminata e moderata che non riuscì a contrastare gli eventi, rendendosene corresponsabile. La ragione, inoltre, ha giocato un ruolo di primo piano anche in imprese terribili: l'ambizione di costruire un ordine razionale per la moltitudine ignorante e irrazionale ha generato, a sua volta, proprie forme di terrorismo e assassinio. Di contro spesso la passione, così contestata, è stata invece l'anima di grandi battaglie politiche, sociali e culturali, come quella dei lavoratori, delle femministe, dei marciatori per i diritti civili nel Sud America negli anni '60 e nell'Irlanda del Nord negli anni '70 e dei protagonisti della rivolta di Praga.
Walzer non vuole cimentarsi in un'apologia della passione, né tanto meno rinnegare il valore della ragione: egli intende dimostrare che in politica razionalità e passione non hanno confini netti e non sono antagonisti. La politica, infatti, è teatro di confronto tra persone dotate di passioni e convinzioni, di ragione e d'entusiasmo, che si combinano in modi diversi, che possono essere buoni e cattivi: siamo noi che distorciamo il valore di quelle combinazioni distinguendo e catalogando falsamente le prime come "ragione" e le seconde come "passione". Lo stesso liberalismo ci ha insegnato come queste possano conciliarsi: l'interesse per il guadagno, tipica dei borghesi protagonisti del liberalismo, non è forse una passione? Riconoscendo l'interesse, il liberalismo si è riconciliato con la passione e altrettanto dovrebbe fare con le moderne "passioni" della lotta e dell'appartenenza: oggi nessuno che sia attivamente impegnato in politica, infatti, potrebbe credere che l'accordo razionale o il calcolo dell'interesse possano esaurire l'idea di coinvolgimento politico.
La politica contemporanea, come dimostrano i grandi dibattiti sul nazionalismo, sulla politica dell'identità e sul fondamentalismo religioso, è soprattutto conflitto tra gruppi, dove l'elemento emotivo è molto forte, a volte prevalente. Ne discende che, così come l'interesse è stata una passione razionalizzata e mobilitata, anche le passioni dell'appartenenza e della lotta dovrebbero oggi essere legittimate razionalmente e considerate adeguatamente, soprattutto in vista del problema della disuguaglianza: nessun partito o movimento che si opponga alla gerarchia consolidata, infatti, avrà mai successo se non saprà suscitare le passioni dell'appartenenza e della lotta nelle persone che appartiene alle classi più umili.



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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
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Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.