Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

Simone Weil, Primi scritti filosofici, Genova, Marietti, 1999
Lezioni di filosofia, Milano, Adelphi, 1999

  1. La conoscenza
  2. Il diritto e la società
  3. La centralità del lavoro e la duplice antinomia del diritto
  4. Il lavoro e l'oppressione
  5. La libertà e le masse

Simone Weil, allieva di Alain, è stata protagonista di una originalissima avventura intellettuale, segnata dalle vicende dei totalitarismi e della guerra mondiale. Il suo pensiero complesso, asistematico e la sua difficile inscrivibilità in correnti e mode ne hanno a lungo minato la diffusione. Oggi Simone Weil gode di una nuova fortuna nel nostro paese. A testimonianza di ciò giunge la pubblicazione di due opere della Weil, già apparse in Francia diversi anni or sono. Innanzitutto i Primi scritti filosofici: una edizione arricchita da un corposo saggio di Monia Azzalini, ma considerevolmente rimaneggiata rispetto all'originale. Sono assenti, rispetto ai Premiers écrites philosophiques, (Ouvres complètes, tome I) della Gallimard, diversi importanti saggi e articoli.

In ogni modo, l'antologia raccoglie diversi scritti, composti tra il 1926 e il 1931, in grado di illuminare il percorso intellettuale che la Weil compie fino al fondamentale lavoro di critica nei confronti del marxismo: Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale,Milano, Adelphi, 1988. Meritano inoltre considerazione le Lezioni di filosofia, impartite dalla Weil in un liceo francese nel 1933-34, che costituiscono un altra tappa fondamentale verso le Riflessioni.

La complessità dell'argomentare della Weil, fra necessità e libertà, fra stato di natura e oppressione sociale, ha inizio con una prospettiva ermeneutica, e ritrova la sua unità nella definizione del lavoro. La riflessione può partire proprio da Science et perception dans Descartes, uno degli scritti inspiegabilmente non compresi nell'edizione italiana. (S. Weil Sur la science, Paris, Gallimard, 1966, ora in Ouvres complètes, I, Premiers ècrites philosophiques, a cura di G. Kahn e R, Kuhn, pp. 209 sgg.)


La conoscenza è risultato di un lavoro di trasformazione del pensiero che permette l'evoluzione dell' "immaginazione sregolata", la quale rappresenta l'impronta del mondo sulla coscienza dell'uomo, in "immaginazione docile", che costituisce la presa dell'uomo sul mondo. La conoscenza teorica, considerata a prescindere dalle sue eventuali applicazioni pratiche, non è che una preparazione al lavoro. Il pensiero è effettivamente atto di conoscenza soltanto quando "esplora" il mondo; e questa esplorazione può aver luogo solo mediante il lavoro pratico.


Se esclusivamente il lavoro permette la conoscenza, da questo scaturiscono inevitabilmente il diritto e il potere e così gli estremi della libertà e della necessità guadagnano una nuova dimensione. La società non è che l'ambito dell'interazione tra gli uomini e non ha alcun valore fondante; l'esercizio del lavoro permette l'instaurarsi di un rapporto tra il singolo e la collettività, la morale. da individuale che era, trasloca sul piano dell'interazione tra gli individui mediante lo scambio dei lavori. Il lavoro, se oggetto di scambio, genera il riconoscimento reciproco degli uomini e permette all'uomo il dominio sulla natura mediante l'instaurazione del "regno dei fini" e la supremazia della volontà sugli istinti e sui bisogni.

La centralità del lavoro e la duplice antinomia del diritto

Gli scritti giovanili offrono una vera e propria teoretica del lavoro. Perché la stessa divisione dei lavori ha generato sfruttamento e trionfo dei bisogni sull'uomo? Il passaggio successivo delle tesi della Weil ci permette di cogliere la sua concezione del potere, e l'evoluzione che avrà nelle Riflessioni. La centralità del lavoro come punto cardine tra il singolo e la collettività permette il superamento della duplice antinomia del diritto. La volontà è indifferente all'evento, ma un volere che non si vuole efficace non è niente; quindi il diritto è ciò che si può togliere a chiunque senza diminuirlo, ma ciò a cui nessuno può rinunciare senza rinunciare a sé stesso. Con il lavoro la sfera della libertà personale entra in rapporto con la sfera della intersoggettività.


Se il singolo assume un potere più grande o più piccolo della potenza definita dal lavoro stesso che esercita avremo la schiavitù e il dispotismo. La Weil indica anche il ruolo delle macchine nella degenerazione del lavoro, ma soprattutto definisce il lavoro nella realtà come persistenza del regno dei bisogni anziché delle finalità. Così, l'intero sistema sociale risulta basato sulla costrizione e si allontana dal suo modello ideale.
La Weil abbandona il dualismo alainiano degli scritti giovanili e sia avvicina ad un materialismo "sociologico" che si affermerà compiutamente nelle Riflessioni. Le Lezioni di filosofia mostrano l'evoluzione delle sue tesi: l'effettiva sovranità appartiene al lavoro, ma se gli uomini sono considerati oggetti nel mercato del lavoro e nella produzione non possono ottenere lo status di cittadini nella vita pubblica. "E' impossibile riformare lo Stato se prima non si cambia il sistema di produzione" (p.171). Nelle Riflessioni il passaggio dell'uomo dallo stato di natura alla socialità comporta la permanenza di uno stato di soggezione: dalla schiavitù nei confronti della natura alla schiavitù verso l'ordine sociale. Il lavoro perde il carattere di metodo di controllo delle passioni interne dell'individuo e del mondo della natura in quanto generatore di collettività. La scienza, la tecnica e la burocrazia favoriscono l'avvento di un sapere settoriale che impone al lavoro l'automatismo e ne snatura le caratteristiche grazie all'avvento di una rigida divisione delle funzioni e di una gestione elitaria del processo produttivo.

La libertà e le masse

Le Lezionidefiniscono i confini della libertà che la Weil riconosce all'individuo: la libertà spirituale, prerogativa del singolo sciolto da ogni legame sociale. All'individuo non rimane, come forma di libertà ultima, che la conoscenza dell'oppressione e l'obbedienza alla necessità nel senso di ordine del reale. E' necessario accettare le funzioni dello Stato che servono l'interesse di tutti, ma non accettare lo Stato dentro di sé. Sfruttare al massimo le libertà che lo Stato ci concede e sapere scegliere tra i diversi regimi il meno cattivo. "Abbiamo il dovere di lavorare alla trasformazione dell'organizzazione sociale: all'aumento del benessere materiale e all'istruzione tecnica e teorica delle masse".


Lorenzo Santoro
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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
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Emanuela Ceva
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Nico De Federicis
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Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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