Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
bfp
Articoli | Riviste | Recensioni | Bibliografie | Lezioni | Notizie | Collegamenti
Home > Recensioni > Archivio
Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

I.M. Young, Le politiche della differenza, Milano, Feltrinelli, 1996 (trad. it. di A. Bottini, Justice and the Politics of Difference, Princeton, Princeton U.P., 1990).

L'americana Iris Marion Young è una femminista di cultura marxista. Il suo Justice and the Politics of Difference è un saggio di teoria politica che rielabora con un certa originalità le influenze che hanno contribuito alla sua formazione. Il titolo della versione italiana, preceduta da una bella introduzione di Luigi Ferrajoli, è stato decapitato, col rischio di produrre  la fuorviante impressione  che il testo sia un ricettario politico e non un trattato filosofico sulla giustizia. Perciò vale la pena sottolineare che la Young propone una sua teoria della giustizia, in opposizione alle teorie liberali mainstream di autori come Galston, Rawls, Runciman, Miller.

Se cerchiamo di districare la tesi fondamentale della Young dalle idee alla moda che talvolta la avviluppano, otteniamo l'ideale di una democrazia partecipativa estesa dalla sfera politica a quella economica, sociale e culturale. L'aspetto più notevole di questa proposta è la sua fondazione su una critica al cosiddetto paradigma distributivo: l'oppressione, cui la giustizia ha il compito di por rimedio, non è dovuta in primo luogo ad una iniqua distribuzione, ma a relazioni e funzioni sociali che rendono più difficile, per alcuni, lo sviluppo e l'espressione di sé, la visibilità sociale e la partecipazione alle decisioni.

Il paradigma distributivo condiviso, secondo la Young, dalle principali teorie della giustizia anglofone contemporanee, assume i beni materiali e i beni immateriali ad essi assimilati – diritti, poteri, opportunità – come delle cose date, in modo tale che il solo problema della giustizia è trovare, per essi, una distribuzione equa. Ma questa assunzione implica una visione statica e reificata della società, delle relazioni istituzionali e interindividuali e dei beni riconosciuti in essa. Il "distributivista" si comporta come se la massa dei beni da distribuire fosse una grande torta e si trattasse soltanto di ripartirne equamente le fette. In questo modo, si adagia acriticamente sullo status quo perché non si chiede da quali ingredienti  è composta la torta, chi ne ha proposto la ricetta, chi l'ha preparata e sfornata, e soprattutto se l'organizzazione della pasticceria non sia tale che soltanto alcuni, a scapito di altri, abbiano avuto effettivamente la possibilità di mettere, per così dire, le mani in pasta. Per esempio: i teorici liberali della giustizia si preoccupano di distribuire i posti di lavoro senza contestare la divisione gerarchica delle mansioni lavorative. Essi sottovalutano il contesto istituzionale proprio del luogo di lavoro, dello stato, della famiglia e della società civile, e cioè le strutture e le pratiche sociali, le regole e norme che le guidano, il linguaggio e i simboli con cui vengono mediate le interazioni sociali al loro interno (cap. I). In questa prospettiva, la Young critica le politiche assistenzialistiche, che sottraggono la questioni istituzionali e culturali alla discussione politica e riducono i cittadini a clienti e consumatori passivi di beni che sono assunti come dati, ma che altri, in realtà, hanno prodotto e scelto per loro (cap. II).

In appoggio a questa interessante critica al paradigma distributivo, la Young ripete la diffusa stigmatizzazione del modello del soggetto morale in quanto razionale, imparziale, distaccato e universalistico (cap. III), allo scopo di isolare i gruppi come le vere dramatis personae del mondo sociale dell'oppressione, che forma la status quo cui si adeguano le teorie "distributiviste", e che una teoria critica della giustizia deve smascherare e  riportare alla sua dimensione di problema politico (cap. II).

La Young attacca l'idea secondo la quale il ragionamento morale consiste nell'adottare un punto di vista impersonale e imparziale, distaccato dagli interessi in gioco, in grado di soppesarli equamente e di pervenire ad una conclusione secondo princìpi generali. Sulle tracce di Adorno, Derrida e Luce Irigaray, questa tesi può essere ricondotta alla cosiddetta logica dell'identità, la quale ha la pretesa di ridurre il mondo, variegato, pluralistico, eterogeneo, discorsivo, ad un unico identico monologico – col risultato che le differenze che esso non riesce a riassorbire diventano non semplici differenze, ma l'assolutamente altro. Le conseguenze politiche di questa logica sono, da una parte, l'ingannevole universalismo di un paradigma dominante (quello del maschio bianco borghese occidentale) e, dall'altra, l'invisibilità politica e la riduzione a stereotipo di chi in questo paradigma non si riconosce. Se è possibile parlare solo col linguaggio degli uguali, i diversi sono condannati al silenzio, perché non possono esprimersi colle loro parole, e alla passività, perché sono descritti come diversi dalla lingua e dalle pratiche degli altri. Esemplare, in questa prospettiva, è la critica della Young a Rawls: questi attacca l'utilitarismo contrapponendogli una pluralità di soggetti, e presupponendo che la giustizia venga da loro contrattata. Ma il velo di ignoranza circa la  posizione particolare di  ciascuno, nell'esperimento controfattuale della posizione originaria, rimuove qualsiasi caratteristica differenziatrice, garantendo così che tutti ragioneranno a partire da identici assunti e dal medesimo punto di vista universale. La contrattazione reale è esclusa perché si adotta l'espediente di rimuovere tutte le differenze ingombranti, che richiederebbero una discussione politica. E così risulta impossibile articolare il problema dell'oppressione, che secondo la Young si manifesta come sfruttamento, marginalizzazione, mancanza di potere, imperialismo culturale e violenza.

Allo scopo di tematizzare questo problema, occorre introdurre nell'analisi un'altra dramatis persona: il gruppo. Per gruppo sociale la Young intende una collettività di persone che si differenzia da almeno un altro gruppo per forme culturali, pratiche o modi di vivere. Gli appartenenti a un gruppo hanno una specifica affinità reciproca dovuta al fatto di avere esperienze o modi di vita simili - affinità che li induce ad associarsi fra loro, più che con quelli che non si identificano con questi aspetti. I gruppi sono espressioni delle relazioni sociali, ed esistono soltanto in relazione reciproca. I  caratteri fondamentali del gruppo sono la sua preesistenza rispetto ai suoi membri, i quali si formano, come tali, in esso, e il senso di identità che fa sì che questi si riconoscano in esso. I gruppi non vanno trattati come sostanze, bensì come funzioni delle relazioni sociali e interindividuali, e hanno una duplice utilità teorica: in primo luogo, possono essere visti come portatori di quelle differenze che la logica dell'identità tende ad annullare, e in secondo luogo possono servire a mettere in luce l'oppressione nelle sue molteplici facce. Ad esempio, prendere coscienza della differenza di genere e trattare le donne come un gruppo può porre in evidenza gli aspetti oppressivi di certe pratiche quotidiane che hanno ad oggetto le donne. Pertanto, i gruppi non sono solo strumenti analitici, ma devono avere anche un significato politico: secondo la Young, la democrazia partecipativa richiede, per i gruppi oppressi, una rappresentanza corporativa. La rappresentanza per gruppi serve a massimizzare la dimensione partecipativa, dando a tutti un'equa possibilità di far sentire la loro voce e smascherando l'illusione universalistica che esista un omogeneo pubblico di cittadini (cap. VI).

La Young sottolinea con molta cura che i gruppi non sono sostanze – non sono, cioè, organismi entro i quali gli individui sono riducibili a cellule. Ed è indiscutibile la loro utilità analitica per mettere in luce i poteri e le relazioni informali che si annidano nella società. Ma consegnare la rappresentanza politica a costrutti che si basano sul senso d'identità, non rischia di replicare, entro ciascun gruppo, quella trappola dell'identità che la Young denuncia efficacemente come  falso universalismo? Un conto è usare un costrutto funzionalmente, come strumento di analisi; un altro è trasformarlo in soggetto corporativo di rappresentanza politica, in base alla motivazione che non "esiste" un pubblico omogeneo, ma una pluralità di gruppi portatori di differenze. Se la motivazione è questa, è difficile negare che i gruppi, sul piano pratico, vengono trattati come sostanze dotate di una loro identità, tanto da rendere ingannevole la rappresentanza politica di tipo universalistico. Ed è altrettanto difficile evitare il pericolo che, entro i gruppi differenti, si ripeta distributivamente l'oppressione delle rispettive logiche dell'identità.

A questa difficoltà ne è connessa un'altra: la Young è fautrice di una proposta di democrazia partecipativa, legata ad un ideale di giustizia come abilitazione (cap. II), cioè di effettivo e libero sviluppo delle capacità individuali, contro ogni forma di oppressione sociale. Ma a che cosa serve questa abilitazione? A conservare alcune differenze, o a garantire ad ognuno la possibilità di una libera autodeterminazione? Se si scegliesse il primo corno del dilemma, ci sarebbe poco spazio per porre politicamente il problema dell'oppressione: anche società gerarchiche o addirittura castali riescono a garantire, funzionalisticamente, gli spazi delle diversita', adottando eventualmente l'espediente della rappresentanza differenziata (si pensi, per esempio, ai parlamenti medioevali). Ma se si sceglie il secondo, che è più in armonia collo spirito democratico della Young, non possiamo fare a meno di chiedere che cosa mai renda diverso il modello di cittadino politicizzato e partecipe proposto dall'autrice da un illuministico ideale unitario di soggetto morale, le cui differenze meritano di essere valorizzate solo se prodotto di una scelta, e non se frutto cristallizzato di una condizione oppressiva.


Maria Chiara Pievatolo
Links sull'autore
Alcuni riferimenti in rete


Come contattarci | Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


Il settore "Recensioni" è curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.