Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

María Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, traduzione di Claudia Marseguerra, Paravia Bruno Mondadori, Torino-Milano 2000 (ed. orig.: Persona y democracia. La historia sacrificial, Fundación María Zambrano, 1958).

Presentare un’opera di María Zambrano (Vélez-Málaga 1904, Madrid 1991) non è mai impresa agevole, perché, come scrive Franco Volpi, la pensatrice di Malaga è “signora della parola più che amica del concetto”. All’ordine espositivo rigoroso di gran parte della tradizione filosofica la Zambrano infatti preferisce il ritmo biografico della confessione e della narrativa filosofica (v. I. González Cruz, Unamuno y María en la generación de un credo). Apparso nel 1958, il saggio Persona e democrazia. La storia sacrificale è esemplare di questo metodo fondato sulla cosiddetta ragione poetica che tende ad avvicinare la ricerca filosofica al colloquio interiore. In ogni caso, il particolare rilievo che riveste Persona e democrazia, considerata tra le più importanti opere zambraniane, sta in primo luogo nel rendere testimonianza di un pensiero politico originale e difficilmente classificabile di una delle grandi figure della scena intellettuale del XX secolo (v. Bibliografia).

Alla base della riflessione politica della nostra pensatrice vi è una concezione della storia nella quale il sacrificio si presenta come categoria centrale. A ciò si unisce l’affermazione del carattere storico dell’uomo (“l’uomo è sempre stato un essere storico”, p. 7). Nella storia la presenza dell’uomo può essere attiva quando accetta la responsabilità e la vive moralmente, oppure può essere passiva, quando al contrario è “mosso non si sa da cosa, non si sa da chi, essere mosso da qualcosa al di fuori di sé” (pp. 7-8). E se è vero che il primo atteggiamento dell’uomo di fronte alla realtà è segnato dalla condizione di dipendenza e sottomissione, quando si giunge all’estremo della sopportazione, la ribellione diviene l’esito estremo di “questo incubo che dura dalla notte dei tempi”. Non è detto tuttavia che la ribellione comporti il superamento della condizione di sudditanza. Anzi, essa può significare annichilamento e annientamento, se non condurre “la storia in un punto addirittura più basso di quello in cui era sorta la ribellione” (p. 8). (v. R. Sánchez Benítez, De la historia en modo ético).

Affinché tutto ciò non si verifichi, secondo la pensatrice spagnola, è necessario estendere la coscienza storica per dare vita a una società degna della persona umana. Si tratta di comportarsi all’esatto contrario di una rivoluzione, la quale mai giunge a un approdo risolutivo. Il risveglio da un incubo avviene in un istante, ma occorre non confondere l’istante del risveglio con la realizzazione. Per mezzo della coscienza storica sarà possibile realizzare più lentamente ciò che la speranza chiede e la necessità reclama (p. 9). Si tratta, in definitiva, di “oltrepassare una soglia mai oltrepassata nella vita collettiva e disporsi realmente a creare una società umanizzata, facendo in modo che la storia non si comporti come un’antica Divinità che esige un sacrificio senza fine” (pp. 8-9).

Perché tutto ciò sia possibile, occorre superare la struttura tragica della storia data dalla presenza di un idolo e di una vittima, che – esclusi determinati livelli di umanità – finora ha caratterizzato ogni tipo di società, famiglia compresa. Va dunque superato la dialettica idolo-vittima per fondare una società nella quale si riesca ad amare, credere e obbedire senza bisogno di idolatria (p. 44). Che la società non si sostenga più sulle leggi del sacrificio o “su un sacrificio senza legge”, dipende dalla capacità dell’uomo di considerare la persona umana non solo il valore più alto, ma la finalità stessa della storia.

La società deve adattarsi alla persona umana, affinché diventi “il suo spazio ideale e non il suo luogo di tortura” (p. 160). In questo senso, la democrazia è la società nella quale non solo è permesso, ma soprattutto richiesto di essere persona.

La Democrazia come regime dev’essere l’espressione, la risultante della società democratica. Società che si andrà raggiungendo via via che l’uomo acquisirà una visione più giusta della sua realtà, e quindi della realtà intera, disfacendosi una buona volta del timore che questa gli incute (p. 195).
In ogni assolutismo e dispotismo, osserva la Zambrano, si cela la paura della realtà sia umana sia quella in sé. Si teme innanzitutto la pluralità, la molteplicità, il cambiamento. Per questo motivo, il Palazzo di San Lorenzo dell’Escorial potrebbe essere indicato quale simbolo dell’assolutismo d’Occidente: “È infatti l’espressione di un voto in cui è inclusa un’idea della storia, della realtà vita-morte, di cui la storia è solo un momento, ma ne è anche un aspetto decisivo” (p. 98). Al contrario, l’ordine della società democratica è simile all’ordine musicale più che all’ordine architettonico: “L’edificio resta lì una volta per tutte… finché dura. Invece la sinfonia dobbiamo ascoltarla, riprodurla ogni volta” (p. 196).

Il razionalismo è assolutismo per il suo estendere i principi della ragione all’intera realtà e per non essere interessato a scoprire la struttura della realtà (p. 99). In quanto espressione della volontà dell’essere, il razionalismo è mosso da una doppia intenzionalità: il desiderio di unicità e di comprensibilità (“la realtà deve essere unica e totalmente trasparente alla ragione”). Le religioni monoteistiche possono così facilmente diventare strumento dell’assolutismo per la coincidenza dei loro principi con quelli del razionalismo:

Il cristianesimo, sia della Chiesa Cattolica che dei Protestanti, è stato interpretato in modo da servire come fondamento del potere assoluto: inconsciamente, è stato un modo di sfruttare, non di servire il cristianesimo (p. 100).
Il razionalismo ha realizzato l’astrazione del tempo (“la ragione si inscrive nel sempre”), determinando così la morte della storia. La ragione colloca le proprie verità oltre il tempo: il sogno dell’assolutismo è quello di costruire non al di fuori, ma al di sopra del tempo. Lasciato tra verità definitive, l’uomo non avverte il trascorrere del tempo e la sua costante distruzione: non sente il tempo come opposizione e resistenza, non averte la lotta col tempo e col nulla che avanza (pp. 103-104).

Il tempo tuttavia è dentro di noi, in quanto possiamo disporre della nostra libertà: “Solo se ci sappiamo muovere nel tempo possiamo essere effettivamente liberi, cioè sappiamo esercitare la nostra inesorabile libertà” (p. 102). Una vita sarà autenticamente umana solo se si riuscirà ad conciliare tempo e libertà, “solo se si è capaci di armonizzarli insieme la vita sarà veramente umana” (p. 102).

Giungiamo così al problema fondamentale: umanizzare la storia e la vita personale.

Riuscire a convertire la ragione in uno strumento adatto alla conoscenza della realtà, innanzitutto di questa realtà immediata che per l’uomo è se stesso, affinché la realtà vivente, la nostra propria realtà, cominci a diventarci raggiungibile (p. 102).
Umanizzare la storia significa farsi carico della propria libertà attraverso il risveglio della coscienza personale, che assumerà i diversi tempi della persona (v. S. Fenoy Gutiérrez, Zambrano y Spinoza: una misma concepción de la libertad humana).

Il futuro della democrazia si gioca pertanto intorno alla possibilità dell’uomo occidentale di gettare finalmente la maschera, di rinunciare alla solita messa in scena tra idolo e vittima, di trasformarsi cioè da personaggio a persona. Avverte comunque la nostra pensatrice che

non è possibile scegliere se stessi come persona senza fare contemporaneamente scelta anche per gli altri. E gli altri sono tutti gli uomini. E con questo il cammino non finisce, anzi siamo solo all’inizio (p. 198).
Nel prologo scritto nel 1987 la stessa autrice ammette che la cosiddetta crisi d’Occidente non esiste quasi più: “Oggi non si vede più il sacrificio: […] tutto è salvo e allo stesso tempo vediamo che tutto è distrutto o sul punto di distruggersi” (p. 2). Qualcosa se n’è andato per sempre, si tratta ora di “tornare a nascere, di far nascere nuovamente l’uomo d’Occidente in una luce pura e rivelatrice”.

Angelo Marocco
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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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