Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 11 febbraio 2001

Danilo Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale,Torino, Einaudi, 2000, pp. XII-253, £. 24.000.

Premessa - 1. Cartografia imperiale e nazionalismo balcanico - 2. Le ragioni della guerra - 3. Una guerra contro il diritto - 4. Una 'giustizia politica' internazionale - 5. Le conseguenze della guerra – Conclusione - Da Kosovo Polje a Seattle: cronologia storico-politica 1389-1999 - Bibliografia essenziale - Indice degli autori

“Propongo in questo libro una riflessione sulla 'guerra umanitaria' che 19 paesi della Nato, inclusa l'Italia, hanno condotto contro la Repubblica Federale Jugoslava nella primavera del 1999. Il mio obiettivo principale è tentare di capire le ragioni strategiche della guerra e di individuare le conseguenze che essa potrà avere sul sistema delle relazioni internazionali nei prossimi anni” (p. VII). Il tema affrontato da Danilo Zolo nel suo ultimo libro potrebbe sembrare un po' demodé, considerato che le vicende kosovare che tanto appassionavano e dividevano l'opinione pubblica due anni fa sono oggi divenute oggetto di una (curiosa) rimozione collettiva. In realtà, anche tralasciando l'ovvia osservazione che lo stemperamento delle passioni rende, in generale, possibile disamine più lucide e prive delle inevitabili strumentalizzazioni di bottega, la guerra in Kosovo merita un'approfondita indagine “a bocce ferme” soprattutto perché risulta sintomatica di una serie di trasformazioni in atto nello scacchiere politico internazionale che pongono in essere fondamentali questioni teoriche per filosofi, giuristi, e politologi.

Chi dice umanità, va detto subito, è un bel libro; le sue tesi, spesso scomode, sono ben argomentate, grazie a un raffinato uso della cronaca e della storia (il primo capitolo, ad esempio, ricostruisce accuratamente le radici del conflitto in Kosovo) e all'adozione di un accostamento al problema balcanico che non indulge ai facili schematismi. La prospettiva adottata da Zolo è “realista”: non si cura, cioè, della sincerità delle motivazioni che hanno spinto i Paesi occidentali alla guerra contro la Repubblica Federale Jugoslava, ma cerca di “cogliere la funzione persuasiva che una motivazione etica della guerra può svolgere nell'ambito dello stesso conflitto” (p. 43). Così, opponendosi sia alle tesi di Jürgen Habermas, secondo cui la guerra in Kosovo sarebbe stata condotta con l'obiettivo precipuo di riparare alle violazioni dei diritti umani, sia alle riflessioni di Eric Hobsbawn e Lucio Caracciolo, per i quali questo conflitto sarebbe stato assurdo e privo di fini, Zolo elabora (siamo nel secondo capitolo) un modello esplicativo fondato sull'idea che l'attacco dei Paesi occidentali alla Repubblica Federale Jugoslava si inserisce nel quadro di una strategia di lungo periodo, per mezzo della quale la Nato (e, dunque, il Paese che la egemonizza, gli Stati Uniti) cerca di ritagliarsi un ruolo da deus ex machina nel nuovo ordine globale. Quattro, in particolare, sono, a parere dell'autore, le ragioni strategiche che hanno spinto gli Usa a mettere in moto la macchina da guerra della Nato: la volontà di subordinare i Paesi europei prima che il processo di integrazione li porti a essere una minaccia credibile per il primato americano; la necessità di controllare i “corridoi” lungo i quali passano le risorse energetiche; l'esigenza di “mettere alla prova” la Nato quale futura istituzione sopranazionale in grado di gestire il “federalismo egemonico” (l'egemonia verrebbe ovviamente esercitata dagli Usa); l'ambizione di estendere l'egemonia atlantica sulla regione eurasiatica. Quanto alle preoccupazioni per i diritti umani violati, cui si sono appellati nei giorni della guerra i vari pifferai dell'intervento, per Zolo un po' di scetticismo non farebbe (e non avrebbe fatto) male. La motivazione umanitaria non può essere, secondo Zolo, la spiegazione della guerra, perché “è stata essa stessa una delle componenti della guerra: una componente che deve essere “spiegata” come molte altre componenti di questa vicenda bellica” (p. 48); lo dimostra, tra le altre cose, il fatto che, a guerra finita, abbiano subito una rivisitazione critica sia la rappresentazione delle operazioni di “pulizia etnica” sia la macabra contabilità delle vittime di etnia kosovara-albanese - fattori che sono stati indubbiamente importanti nell'orientare l'opinione pubblica a favore dell'intervento armato. In questo senso si spiega il ricorso di Zolo all'adagio proudhoniano, poi ripreso da Carl Schmitt, “chi dice umanità cerca di ingannarti” quale chiave di lettura per la guerra in Kosovo: dichiarare una guerra “umanitaria” significa mettere in moto un diabolico meccanismo in base al quale l'avversario viene relegato nella categoria dei “nemici dell'umanità” e ogni atto di aggressione nei suoi confronti diventa non solo lecito, ma addirittura moralmente obbligatorio.

Anche ammettendo tutto questo, ci si potrebbe, però, pur sempre chiedere se era, comunque, moralmente obbligatorio intervenire in Kosovo. Zolo non si sottrae a questo scomodo interrogativo, accettando nel terzo capitolo di confrontarsi sul piano normativo con quegli autori che hanno, in vario modo, difeso l'intervento della Nato. Sul piano del diritto internazionale positivo la risposta è semplice: a differenza delle varie azioni militari che sono stati realizzate negli anni Novanta dalle potenze occidentali in Iraq, Ruanda, Somalia e Bosnia, la cui legittimità, seppur controversa, ha dei buoni appigli giuridici, non v'è dubbio alcuno che l'intervento in Kosovo sia stato un “illecito internazionale” (p. 84). Nel caso del Kosovo, infatti, la Nato non ha avviato alcuna delle procedure previste dalla Carta delle Nazioni Unite per ottenere dal Consiglio di Sicurezza un'autorizzazione preventiva o un'approvazione successiva all'uso della forza contro la Repubblica Federale Jugoslava; con il risultato, certo non trascurabile, che la guerra è tornata a essere “una prerogativa sovrana degli Stati e […] uno strumento di soluzione dei conflitti internazionali” (p. 89). Il punto rilevante è, tuttavia, un altro: “l'eversione del diritto internazionale” può essere nondimeno giustificata in base a qualche principio etico più elevato? Si può, cioè, affermare che l'intervento militare, tutto considerato, ha permesso un guadagno morale a dispetto del fatto che la motivazione umanitaria sia servita per “allentare le maglie del diritto internazionale, aggirando le prescrizioni giuridiche che sottopongono l'uso della forza a condizioni e procedure collettivamente condivise?” (p. 96). Zolo affronta queste questioni discutendo le tesi di Habermas, che ha sostenuto che l'uso della forza, anche con le modalità che hanno caratterizzato l'intervento Nato in Kosovo, è giustificato nella misura in cui consente di promuovere la creazione di un diritto cosmopolitico che effettivamente garantisca l'universalità della cittadinanza e della tutela dei diritti umani (obiettivo per il quale il diritto internazionale attualmente in vigore si rivela, per vari motivi, inadeguato). Cosa succede, però, si chiede Zolo, se viene adottata questa prospettiva, che, nella sostanza, rinnova la dottrina cosmopolitica e il “pacifismo giuridico” di ispirazione kantiana e kelseniana? Innanzitutto, viene implicitamente accettato che le Nazioni Unite siano private della loro stessa ragion d'essere, di decidere e controllare l'uso della forza internazionale: in definitiva, secondo Zolo, “la guerra umanitaria restituisce agli Stati un indiscriminato ius ad bellum, vanifica le funzioni “pacificatrici” del diritto internazionale e scredita lo stesso ideale cosmopolitico della cittadinanza universale” (p. 106). In secondo luogo, con un atto che nella sostanza continua la tradizione colonizzatrice e missionaria dell'Occidente, viene indebitamente universalizzata quella che risulta essere una pretesa particolaristica, la validità della dottrina dei diritti umani; una dottrina, ricorda Zolo, “impensabile senza un riferimento alla tradizione liberale, al suo individualismo, al razionalismo etico della sua antropologia, alla sua idea di progresso e, non ultimo, al suo agnosticismo religioso” (p. 110). Infine, e soprattutto, viene perpetuata l'erronea convinzione che la guerra possa svolgere il ruolo di “sanzione giuridica” (p. 112) in grado di proteggere i diritti individuali e punire le loro violazioni: al contrario, per come è strutturata e per gli strumenti che adopera, la guerra moderna è l'antitesi del diritto, in quanto colpisce tutti gli individui di un Paese, senza operare distinzioni di responsabilità e senza rispettare criteri di proporzionalità e di misura. Il caso della guerra in Kosovo è stato, poi, addirittura paradossale: i bombardamenti aerei hanno, infatti, sanzionato con la pena di morte persone che, per il fatto stesso di essere cittadini di uno Stato accusato di essere dispotico e totalitario, non potevano essere considerati responsabili né moralmente né politicamente dei suoi atti. Con un'immagine efficace, Zolo spiega che “la guerra in Kosovo si è rivelata incompatibile con il diritto internazionale così come sarebbe in contraddizione con l'ordinamento di uno Stato di diritto un'operazione di polizia che per catturare o uccidere un criminale asserragliato nel quartiere di una città decidesse, in nome dell'ordine pubblico, di bombardare il quartiere, uccidendo, assieme al criminale, un alto numero di abitanti” (p. 115). Non solo: la guerra in Kosovo ha anche contraddetto lo stesso principio dell'universalità dei diritti umani in nome del quale è stata scatenata. I raid aerei, infatti, hanno di fatto applicato la pena di morte a migliaia di cittadini jugoslavi senza svolgere alcuna indagine sulle loro responsabilità personali e trattando in modo diseguale queste persone rispetto a quelli che il Tribunale penale dell'Aia per la ex-Jugoslavia, in ossequio al sacrosanto principio che vieta l'erogazione della pena di morte, ha riconosciuto come criminali di guerra.

Proprio il Tribunale dell'Aia diviene, nel quarto capitolo, oggetto di un potente affondo da parte di Zolo. In teoria, questo Tribunale dovrebbe possedere tutti i requisiti necessari per costituire quell'autorità competente a dirimere in maniera imparziale le controversie internazionali auspicata più di mezzo secolo fa da Kelsen nel suo Peace through Law. In pratica, però, osserva Zolo non possono non sorgere dubbi sulla legalità internazionale di questo Tribunale (visto che è discutibile che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu avesse il potere giuridico di crearlo) e sulla sua reale autonomia (considerati i comprovati legami tecnico-operativi ed economici con le potenze occidentali). Con un crescendo argomentativo decisamente convincente Zolo mostra che “il Tribunale dell'Aia rientra sostanzialmente entro il modello dei Tribunali militari degli anni quaranta: se non è, a rigore, un tribunale istituito dai vincitori contro i vinti, è però un tribunale che asseconda le grandi potenze occidentali contro un nemico - il regime politico di Slobodan Milosevic – la cui sconfitta militare è del tutto scontata e che si intende annientare anche dal punto di vista morale e giuridico. La funzione essenziale del Tribunale dell'Aia sarebbe dunque quella di contribuire, con la sua aureola di austera imparzialità, ad accreditare la motivazione umanitaria della Nato e a rimuovere come irrilevanti le sue violazioni della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale di guerra” (pp. 147-8). Alla fine, quindi, secondo Zolo, la giustizia penale internazionale ha mostrato, in occasione del conflitto in Kosovo, una parzialità sconcertante: la Nato ha goduto di una sostanziale impunità sia per quel che riguarda le violazioni dello ius ad bellum sia per quel che concerne le violazioni dello ius in bello; il suo nemico è stato, invece, condannato sulla base di “prove” da lei stessa fornite, secondo modalità inammissibili in un sistema di rule of law (come cittadini, accetteremmo che il primo ministro del nostro Paese fosse incriminato per mezzo di rapporti di intelligence? Tollereremmo che questi rapporti fossero mantenuti segreti?).

Tutto questo, osserva Zolo nelle sue conclusioni, rivela aspetti inquietanti dell'attuale scenario politico internazionale: “l'unilateralismo egemonico degli Stati Uniti” (p.222) potrebbe, infatti, aprire una stagione autoritaria sul piano politico-militare (perlomeno nelle relazioni tra Stati), funzionale all'affermazione di un modello liberista su scala globale che lascia inalterati l'attuale distribuzione di ricchezza, potere e conoscenze tra le varie aree del mondo. Non so francamente se e quanto l'ipotesi di Zolo sia probabile; certo è che essa, al minimo, ci impone di affrontare, prima che sia troppo tardi per cambiare idea, quello che, dopo aver letto Chi dice umanità, a me sembra essere il nodo teorico irrisolto lasciatoci in eredità dalla guerra in Kosovo: tutto considerato, sono effettivamente desiderabili la “stabilità egemonica globale” e l'occidentalizzazione del mondo?

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codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
1998


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