Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 30 settembre 2002

Pietro Costa - Danilo Zolo (a cura di), Lo stato di diritto. Storia, teoria, critica, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 846.


Il volume esamina la nozione di stato di diritto, ricostruendone la complessità semantica, la varietà delle tradizioni politico-giuridiche in cui essa ha preso forma, e lo specifico ruolo all'interno di alcune fondamentali questioni del dibattito filosofico-politico e filosofico-giuridico odierno. L'approccio scelto per tale analisi è dai curatori definito "storiografico critico-concettuale", "attento a cogliere lo spessore teorico del proprio oggetto e per questo funzionale al chiarimento del dibattito attuale" (p. 6). L'analisi della "complessità del campo semantico" del lemma "Stato di diritto", considerato nelle varie tradizioni nazionali e la ricostruzione storica del concetto accompagnano un più centrale interesse teoretico. Obiettivo generale dell'analisi è verificare la possibilità di parlare di Stato di diritto "come di un lemma semanticamente unitario, pur nella diversità delle esperienze di riferimento" (p. 6).

I contributi risultano articolati in sette sezioni.

Una sezione introduttiva, costituita dai saggi di Danilo Zolo e Pietro Costa, pone l'accento sulle principali dimensioni del concetto di stato di diritto e mira a ricostruirne la genesi e l'evoluzione storica.

Una seconda sezione, nella quale trovano spazio i saggi di Emilio Santoro, Brunella Casalini, Gustavo Gozzi, Alain Laquièze, Giorgio Bongiovanni, approfondisce alcuni importanti tratti dell'esperienza inglese, nord-americana, tedesca, francese.

Una terza sezione affronta, del concetto in esame, una declinazione ancora poco frequentata tanto dalla filosofia politica quanto dalla filosofia giuridica, ora ripercorrendo alcune delle principali dottrine filosofiche che proiettano lo Stato di diritto nell'orizzonte internazionale (il saggio di Stefano Mannoni); ora analizzando il destino del modello dello Stato di diritto nel processo di integrazione europea (il saggio di Richard Bellamy e Dario Castiglione). L'idea così raggiunta è che i processi di globalizzazione, unitamente al diffondersi del multiculturalismo all'interno degli Stati stessi, "sembrano creare condizioni avverse all'applicazione del modello liberaldemocratico oltre l'ambito dello Stato nazionale" (p. 513). Rispetto, poi, al processo di integrazione europea Bellamy e Castiglione propongono di puntare alla realizzazione del modello di Rule of law emergente dalla tradizione del neo-repubblicanesimo. Tale modello permetterebbe di superare il problema del deficit democratico nell'integrazione europea.

Nel dichiarato tentativo di emancipare la nozione di stato di diritto dalla retorica dell'universalismo, una quarta sezione, con i saggi di Bartolomé Clavero e Carlos Petit, approfondisce il rapporto tra costituzionalismo anglo-americano e colonialismo europeo e, più in generale, analizza il rapporto storico tra processo di formazione dello stato e trattamento delle minoranze nazionali. Il problema qui denunciato è che (come di fatto le vicende storiche sono andate dimostrando) l'adesione ai principi dello Stato di diritto non ha sempre determinato anche una cultura giuridica favorevole al riconoscimento delle minoranze nazionali. In questi casi si prefigura la necessità di riformulare il modello dello Stato di diritto in una direzione che tenga conto di istanze affermatesi sul piano del diritto internazionale, sempre più sensibile al riconoscimento dei diritti dei popoli.

Le ultime due sezioni, con i saggi di Raja Bahlul, Bandouin Dupret, Tariq al-Bishrî, Alce Ehr-Soon Tay, Ananta Kumae Giri, Cao Pei, Wu Shu-chen, Lin Feng, Li Zhenghui, Wang Zhenmin vanno alla ricerca di elementi della cultura giuridica e politica delle culture "altre" rispetto alla c.d. cultura liberale occidentale — la cultura islamica e alcuni esempi tratti dalla variegata cultura asiatica — in qualche modo riconducibili alle esigenze ed agli obiettivi connessi al concetto di Stato di diritto. Chiude il volume un'ampia bibliografia ragionata curata da Francesco Paolo Vertova.

Il lavoro risulta di estremo interesse tanto per la sua ricca articolazione interna, capace di toccare tutti i principali nodi tematici connessi al concetto in esame, quanto per lo specifico contributo fornito dalle singole dimensioni dell'analisi. Detto contributo si sviluppa fondamentalmente nella ricerca dei presupposti filosofico-politici che accomunano le diverse esperienze e le varie teorie dello Stato di diritto. In questa indagine viene delineandosi una concezione dello Stato di diritto tutt'altro che proceduralistica e viene, invece, sottolineato come "pur non essendo una teoria generale della giustizia e pur non ispirandosi a una metafisica etico-politica di tipo classico, la teoria dello Stato di diritto implica alcune specifiche opzioni circa i fini della politica e del diritto" (p. 45). Di questa conclusione non risultano, tuttavia, occultate alcune importanti e problematiche conseguenze. Proprio il carattere non meramente procedurale dei principi che informano il modello dello Stato di diritto, unitamente al loro legame con i diritti fondamentali, sulla cui universalità il dibattito rimane aperto, è all'origine — nell'analisi condotta nel volume — delle difficoltà teoriche di una loro estensione a livello internazionale. Più precisamente, viene ribadito, e considerato in alcune delle sue principali conseguenze, l'assunto per cui lo Stato di diritto risulta inconcepibile "al di fuori di un'antropologia tipicamente "occidentale": individualistica, razionalistica, secolarizzata" (p. 45).

Nonostante le numerose sollecitazioni che il volume - per la sua ampiezza ed il tenore dei contributi - è in grado di fornire, vorrei soffermarmi su quest'ultimo tema, per elaborare alcune osservazioni critiche. Le tesi esplicitamente formulate sul punto, rintracciabili nel saggio di Danilo Zolo, esprimono un fondamentale scetticismo circa la possibilità di tale estensione e una piena adesione all'idea che lo Stato di diritto implichi "una significativa limitazione della 'sovranità interna' dello Stato" ma lasci intatta - e debba lasciare intatta - la sua sovranità esterna (p. 55). Cionondimeno, l'indagine complessivamente svolta nel volume sembra indicare la necessità di dotare il concetto di un respiro internazionale.

La tesi dell'impossibilità di uno "Stato di diritto internazionale" è debitrice nei confronti della concezione giuspositivistica del diritto e quindi del diritto internazionale. Lo scetticismo pare cioè condizionato dalla tesi secondo cui il diritto internazionale non sarebbe diritto in senso pieno perché differente, con riguardo al grado di sanzionabilità e — in certa misura — alle modalità di produzione, dal diritto statale. La conclusione per cui di Stato di diritto sarebbe possibile parlare solo con riferimento all'orizzonte dei singoli Stati si spiega in buona misura alla luce di una lettura formalistica del principio di legalità, originariamente condizionata dalla riduzione del diritto alla legge. Una lettura che, anche senza qui voler discutere la tesi, altrettanto unidimensionale, di matrice neo-costituzionalistica, per cui "il governo dei giudici rappresenta proprio il governo della legge" (N. Matteucci, Positivismo giuridico e costituzionalismo, il Mulino, Bologna 1996), risulta discutibile in una prospettiva teorico-giuridica che voglia tenere conto dell'effettivo funzionamento del diritto, oltre che della complessità che contraddistingue l'attuale struttura delle fonti. Ad ogni buon conto, la posizione di Zolo andrebbe attenuata anche sulla base della ricognizione delle concrete forme assunte dallo Stato di diritto (ben condotta nel volume), tra le quali quella incardinata sulla separazione dei poteri garantita dalla codificazione del diritto è soltanto una variante. Sicché identificare il modello giuridico e politico dello Stato di diritto con il principio di legalità, declinato alla luce della riduzione del diritto alla legge, pare riduttivo. Peraltro, proprio l'analisi storico-concettuale condotta nel volume induce a vedere come quest'ultimo non sia il tratto esclusivo dello Stato di diritto.

Due fattori giocano a favore della necessità di estendere il modello dello Stato di diritto: (i) il legame concettuale che unisce lo Stato di diritto alla garanzia dei diritti fondamentali, legame più volte sottolineato nell'ambito del volume qui considerato (p. 46); (ii) l'espansione del ruolo della giurisdizione internazionale nella tutela dei diritti umani. Il tema è puntualmente affrontato da Danilo Zolo, laddove considera, ad esempio, l'attività della Corte penale internazionale, pervenendo a conclusioni profondamente critiche. Pare che gli argomenti proposti in tal senso nascano, oltre che - come si è visto - da una assolutizzazione dello schema di legittimazione dell'attività giudiziaria legato alla tradizione di civil law, peraltro intesa secondo una prospettiva formalistica, anche da una inespressa connessione (se non ad una identificazione) tra Stato di diritto e democrazia, una connessione che, invece, l'analisi storico-concettuale aveva opportunamente negato. Il problema di questo argomento è che esso sembra concludere per l'impossibilità di estendere lo Stato di diritto laddove ancora esso non abbia raggiunto una piena maturazione in tutti i suoi aspetti, quasi che il modello dello Stato di diritto potesse concretizzarsi compiutamente in una sola fase. Ebbene, è certamente corretto evitare di trincerarsi dietro all'idea di una presunta universalità dei principi connessi allo Stato di diritto e invece affrontare le conseguenze, per la configurazione e la legittimazione stesse dello Stato di diritto, indotte dalla necessità del dialogo interculturale. Tuttavia, non ci si può arrestare di fronte alla dipendenza dello Stato di diritto da una specifica cultura e tradizione giuridico-politica. Un approccio di questo tipo finirebbe col negare sia il carattere dinamico dei modelli di organizzazione politica e giuridica che il carattere multiforme dello stesso Stato di diritto. Radicalizzando l'argomento di Zolo, si potrebbe dire che, in base a questa prospettiva, uno stato di diritto o esiste già o non potrà mai affermarsi. Il che è contrario alle acquisizioni che un'indagine sul concetto di Stato di diritto fondata sulla sinergia tra riflessione teorica e ricostruzione storica è in grado di raggiungere.

In altri termini, se è troppo semplice affermare che l'espansione internazionale dello Stato di diritto è conseguenza diretta ed automatica della (altrettanto presunta) universalità dei diritti dell'uomo; sarebbe del tutto sterile negare che l'obiettivo della tutela internazionale dei diritti umani possa svolgere - e stia in certa misura svolgendo - un ruolo propulsivo nella costruzione di uno Stato di diritto internazionale. Non è escluso che proprio la "crisi dello Stato di diritto" di cui parla Danilo Zolo (p. 58) individuando lucidamente due processi estremamente attuali e di intensità crescente, quali la "crisi della capacità regolativa della legge" e "l'inflazione del diritto" (e dei diritti), richieda la riformulazione del modello dello Stato di diritto, anziché l'irrigidimento su una delle sue varianti storiche.

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A cura di:
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Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.