Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 26 gennaio 2004

Sandrine Lemaire, Pascal Blanchard, Nicolas Bancel, Gilles Boëtsch, Éric Deroo, Zoo umani. Dalla Venere ottentotta ai reality show (Zoo humains. De la Vénus hottentote aux reality shows, Éditions de la Découverte, Paris 2002), Ombre Corte, Verona, 2003.

Provocatoria sin dal titolo questa interessante opera collettiva si costruisce intorno ad una vicenda, quella della nascita e delle successive trasformazioni subite dagli "zoo umani", che ha tutti i requisiti necessari per divenire un fecondo ambito di ricerca.
Ma innanzitutto, cosa si deve intendere qui per zoo umani? Pascal Blanchard, nelle Conclusioni del testo, ricorda come il termine sia stato impiegato per la prima volta negli anni '60 da Desmond Morris nel suo The Human zoo. Morris vi descriveva la condizione dell'uomo moderno che, costretto a vivere nella "giungla di cemento" della città come un animale in gabbia, svilupperebbe comportamenti anomali legati a questa sua condizione di "cattività". Human zoo per Morris altro non è dunque che la metropoli moderna. Per Blanchard il termine zoo umano indica invece l'esibizione spettacolare di individui o gruppi di esseri umani esotici principalmente all'interno di circhi e giardini zoologici. In comune con Morris rimane il fatto che si tratta ancora di un fenomeno tipico delle società occidentali industrializzate. Esso si posiziona su di un arco temporale limitato che per i curatori del volume va dal primo terzo del XIX secolo agli anni Trenta del XX. Idea guida degli interventi raccolti nel volume è che ciò che è in gioco in questa presentazione spettacolare dell'esotico sia la costruzione dell'identità occidentale per tramite della definizione del proprio Altro. Un Altro che viene definito come incommensurabilmente differente e naturalmente inferiore:

Primo vero e proprio contatto di "massa" tra i mondi cosiddetti esotici e ampie frange della popolazione europea (da Parigi a Mosca) e americana, le esibizioni antropozoologiche hanno stabilito, per molti decenni, dei rapporti con l'Altro basati sulla sua oggettivazione e dominazione. Questo processo contribuisce, attraverso una rappresentazione del mondo in cui netta è la distinzione tra selvaggi e civilizzati, alla legittimazione dell'impresa coloniale e della xenofobia interrazziale (pag.51)

Gli zoo umani rappresentano, nell'analisi dei curatori del volume, un formidabile anello di congiunzione tra il razzismo scientifico e quello popolare ovvero degli strumenti di volgarizzazione dell'idea della gerarchia razziale, e di diffusione della concezione provvidenziale e civilizzatrice dell'impresa coloniale. Anche quando questi spettacoli, definiti in alcuni casi dai loro stessi organizzatori antropozoologici, non giustappongono direttamente esseri umani a bestie selvagge il modello di organizzazione dello spazio rimane sempre quello dello zoo:

il termine zoo implica una separazione una relazione di distanza e di esteriorità resa esplicita nell'organizzazione dello spazio: cancelli, sbarre, recinti... (pag. 186)

La costruzione dell'Altro attraverso la sua esposizione spettacolare approda in questo modo ad una separazione definitiva, una opposizione assoluta e insuperabile quanto quella di soggetto ed oggetto, di ragione e bestialità, di illuminismo e tenebre. Questo allontanamento non è che l'immagine metropolitana ed in definitiva parodica dell'incommensurabilità di colonizzatore e colonizzato così come essa viene a precisarsi nella realtà delle colonie (cfr. A.Memmi, Portrait du colonisé, preceduto da Portrait du colonisateur, con una prefazione di Jean-Paul Sartre, Gallimard, Paris, 1985). Lo zoo umano costituisce una tappa decisiva dell'incontro dell'europeo con il selvaggio, incontro nel quale il selvaggio viene prodotto ad immagine e somiglianza dei desideri di legittimità dell'imperialismo colonialista occidentale. Non c'è nulla di cui stupirsi dunque se nello zoo umano e nella sua stratificata fenomenologia la storia viene raccontata come

un'ascesa eroica verso lo scopo naturale e ultimo dell'evoluzione cosmica: la civiltà industriale dei cittadini bianchi di classe media dell'Europa del XIX secolo. Si postulava - in particolare nel campo dell'etnologia evoluzionista, che era la traduzione scientifica del discorso sul progresso - che le altre "razze" seguissero la stessa strada, ma che fossero in ritardo dal punto di vista culturale e fisico. L'espansione imperialista era presentata come la versione sociale della storia naturale darwiniana, e l'egemonia europea come il suo sviluppo naturale e quindi auspicabile (87)

Uno dei pregi maggiori del volume è quello di porre chiaramente in luce come lo sguardo con il quale, in un misto di curiosità e di paura, le masse europee hanno avvicinato per la prima volta l'immagine di queste popolazioni lontane ed esotiche fu sin da principio uno sguardo assai poco innocente, e per nulla naturale o spontaneo. Uno sguardo sin da principio orientato da una economia politica che agisce già a livello globale e che si raddoppia in una economia dello sguardo che costruisce sui pregiudizi e gli stereotipi, sulle paure e sulle insicurezze, la legittimazione spettacolare della dominazione europea ed occidentale sul mondo naturalmente inferiore delle colonie. La produzione di questa natura è il segreto - per dirla con Feuerbach - dello zoo umano:

al di là del suo significato etimologico principale (mettere degli uomini, come delle bestie, in spazi riservati agli animali, principalmente zoo e "circhi itineranti"per essere mostrati al pubblico), l'espressione [zoo umani] permette anche una definizione più propriamente sociologica di questo tipo di esibizione. In realtà, mettere un uomo in uno spazio specifico ricostituito affinché sia visto non per ciò che "fa" (l'artigiano, ad esempio), ma per ciò che "è" (attraverso la lente deformante di una alterità reale o presunta), costituisce a nostro avviso la definizione più precisa degli zoo umani (pag. 185)

L'esposizione dell'Altro messa in scena dagli zoo umani assume dunque tipicamente i caratteri di esposizione della sua immutabile natura, della sua ineliminabile differenza. La valorizzazione di questa differenza appare così la logica profonda che sorregge un'impresa che accompagna passo passo il sorgere della società di massa e le incertezze identitarie ad esso associate.

Il più immediato progenitore dello zoo umano è il freak show, che in un certo senso ne rappresenta anche l'archetipo: ciò che conta nello zoo umano come nel freak show non è la realtà, ma la sua presentazione, la sua transustanziazione spettacolare, la particolare economia dello sguardo che esso suggerisce e sostiene. Nel freak show l'Altro è presentato come l'assolutamente differente attraverso l'esagerazione delle sue caratteristiche culturali o fisiche, attraverso la sua presentazione come mostro, gigante o selvaggio: in definitiva come anormale.
Tra i pionieri di questi fortunati spettacoli non si può dimenticare il celebre impresario statunitense P.T. Barnum che acquisì nel 1841 il suo primo American Museum. Lo straordinario successo di pubblico permise a Barnum di moltiplicare l'offerta esportando il modello in numerose città americane. Milioni di persone poterono così ammirare con i propri occhi una mirabolante sequela di curiosità umane, dalla donna barbuta all'immancabile gigante, dal tronco umano allo scheletro vivente, dal negro-albino ai fratelli Davis, ritardati mentali di bassa statura cresciuti in una fattoria dell'Ohio, ma venduti abilmente come "Selvaggi del Borneo". Ciò che conta in questa miscela di voyeurismo e di spregiudicatezza commerciale non è la realtà ma il modo di presentazione esotico della stessa, o in altri termini la stessa spettacolarizzazione dell'esperienza, capace di confermare se stessa alla maniera di una self-fulfilling prophecy. Lo "spaventoso guerriero del Dahomey", in realtà originario della Carolina del Nord, non è solo una volgare buffonata ma la dimostrazione che la categoria del selvaggio è del tutto artificiale, costruita com'è ad uso e consumo dello spettatore, come proiezione dei suoi stereotipi o come ammiccante conferma della sua naturale superiorità attraverso la presentazione della differenza inemendabile e mostruosa dell'Altro.

Pioniere dello spettacolo antropozoologico in Europa fu Carl Hagenbeck, pescivendolo amburghese divenuto nel 1848 commerciante di animali e fornitore dei principali zoo europei. Per rispondere ad una situazione di crisi economica il brillante Hagenbeck organizzò nel 1875 le prime esposizioni di lapponi e samoani, destinandole ad un pubblico che, questa la sua geniale intuizione, rinchiuso come era nella gabbia d'acciaio della modernizzazione capitalistica, desiderava con passione un contatto diretto con popolazioni "assolutamente naturali" e per loro tramite appunto con la Natura stessa. L'inusitato successo ottenuto lo spinse a continuare. In breve tempo i suoi spettacoli approdarono nelle maggiori piazze europee e divennero una costante delle manifestazioni fieristiche dell'epoca. All'Esposizione universale di Parigi del 1878 oltre quattrocento autoctoni delle colonie francesi furono esibiti all'interno di "villaggi" opportunamente ricostruiti per l'occasione. Simili spettacoli, è prezioso ricordarlo, furono vere e proprie esperienze di massa. L'esposizione universale di Parigi del 1889 fu visitata da 32,3 milioni di persone, quella di Chicago del 1893 ne coinvolse 27,5 milioni, a Glasgow nel 1888 furono 5,7 milioni le persone che varcarono i cancelli. La dominante imperiale divenne evidente proprio in questi anni: le esposizioni erano la migliore occasione per mettere in mostra l'impero ed il suo valore provvidenziale, attraverso l'esposizione del volto primitivo dei suoi sudditi. Esse coinvolsero milioni di europei e di statunitensi per i quali questi spettacoli furono il primo, ed in molti casi il solo possibile, contatto "diretto" con l'Altro.

Questi spettacoli non entusiasmarono solo il pubblico, ma anche le società di antropologia che si contesero il privilegio di poter effettuare delle preziose analisi su questi rarissimi campioni umani. La convenienza era reciproca: gli impresari dello spettacolo esigevano dagli scienziati dei "certificati di autenticità" delle proprie creature esotiche, gli scienziati li fornivano approfittandone per condurre le proprie osservazioni. Rimanendo in ambito parigino sono più di ottanta gli articoli pubblicati dal 1873 al 1909 sulle più importanti riviste di antropologia e di etnografia, che vengono scritti a partire da queste osservazioni, dove in buona sostanza ciò che gli scienziati si prefiggono di indagare è ciò che lo spettatore ha visto o creduto di vedere:

Questa convergenza di interessi è di fondamentale importanza per la storia dello sguardo occidentale sugli "Altri", poiché implica che gli individui sui quali si è fondato un secolo di letteratura scientifica sono quelli selezionati e giudicati degni di interesse dai professionisti del divertimento. I giudizi scientifici non potevano quindi che ripetere e consolidare i criteri di autenticità in vigore nel mondo dello spettacolo. Il concetto di "razza" nasce da questa operazione circolare, in una formidabile infiorescenza di speculazioni antropologiche prive di reale rapporto con il numero e la rappresentatività degli individui interessati (pag. 101)

Il meccanismo di rinforzo funzionerà per qualche anno ancora, anche se la diffidenza della comunità scientifica si farà via via maggiore. Sarà necessario attendere Franz Boas perché l'antropologia compia dei passi decisivi per allontanarsi dal suo pregiudizio glaucocentrico. I frutti di questo originario intreccio tra scienza e razzismo si perpetueranno però sino a tempi assai più vicini se si pensa che le "tavole descrittive dei tipi razziali" della popolarissima enciclopedia tedesca Brockhaus, che continueranno ad essere pubblicate sino agli anni Cinquanta, erano state realizzate a partire da ritratti dei partecipanti a questi spettacoli.

Gli zoo umani nella loro sensazionale verosimiglianza non parlano tanto dei fenomeni che espongono, quanto degli spettatori che li richiedono, delle loro paure e dei loro desideri, delle loro incertezze e della loro inconfessabile solidarietà razziale. Si tratta di una necessità che ha radici profonde nella storia dell'epoca. La colonizzazione impone

la necessità di dominare l'Altro, di addomesticarlo e quindi di rappresentarlo. Alle immagini ambivalenti del selvaggio, segnate da un'alterità negativa ma anche dalle reminiscenze del mito del "buon selvaggio" di rousseauiana memoria, si sostituisce una visione nettamente stigmatizzante delle popolazioni esotiche. L'inferiorizzazione dell'indigeno attraverso la sua raffigurazione si colloca in questo rinnovato contesto, e gli zoo umani costituiscono senza dubbio un ingranaggio importante nella costruzione di paradigmi sulle popolazioni colonizzate (pag.53).

Detto in altri termini la vicenda degli zoo umani è tutta interna alla storia della colonizzazione, rappresentadone per così dire il precipitato spettacolare più puro. La storia degli ethno-shows ricalca dunque le vicende della colonizzazione stessa: le date delle esposizioni seguono quelle delle conquiste, i caratteri più truci sono imposti spettacolarmente alle popolazioni più fiere e soggetti di più attiva resistenza all'invasione europea. Il periodo dell'accumulazione coloniale originaria è un periodo di iperviolenza, e l'immagine del selvaggio che ad essa corrisponde spinge sui toni più terrorizzanti. A colonizzazione avvenuta lo sguardo oscilla, si sposta, si precisa, senza perdere alcunché della sua capacità razzializzante ed inferiorizzante. E' Sandrime Lemaire a ricostruire questa oscillazione in uno dei saggi più importanti del volume, intitolato Dal selvaggio esibito all'indigeno addomesticato dove si mostra come a seguito della grande guerra, l'immagine dell'Altro subisca un cambiamento decisivo. Ciò non avviene senza ragione. Oltre 500.000 soldati di origine coloniale indossano durante la Prima Guerra l'uniforme della Francia, lottando e morendo per difendere la République. Altri 200.000 sono importati in fretta e furia per essere impiegati come operai per mantenere in vita il sistema produttivo francese dissanguato della sua manodopera dalle esigenze del conflitto (altrettanto rapidamente saranno rispediti a casa alla fine dello stesso). 5.000.000 di tonnellate di prodotti di origine coloniale si riversano sul mercato interno della Francia, per sostenerne lo sforzo bellico (cfr. Charles-Robert Ageron, La décolonisation française, Armand Colin Editeur, Paris, 1994). Le colonie si rivelano un serbatoio di energie inatteso, e i giornali dell'epoca non risparmiano lodi alle virtù e al coraggio dei battaglioni di origine coloniale. La guerra è vinta e l'immagine del colonizzato comincia ad essere ricondotta verso le sue origini rassicuranti; il "buon selvaggio" di Rousseau può tornare a fare capolino magnificando nel contempo le doti redentrici della colonizzazione. Il grado di civiltà raggiunto dagli indigeni è ancora parziale e insufficiente quando si tratta di procedere verso l'autogoverno, ma si inizia a dare alla colonizzazione un significato progressivo di lento passaggio verso di esso. Il colonialismo investe in formazione: una élite fidata comincia in questi anni ad essere reclutata con il compito di sostituire al controllo diretto delle metropoli l'indirect rule delle neonate élites nazionali, prodromo del neocolonialismo contemporaneo. E' la teoria dell'association, cui più fiero sostenitore fu Albert Sarraut, per due volte governatore dell'Indocina e per sette volte ministro delle colonie. Essa risulterà, per lo meno per ciò che riguarda l'Impero coloniale francese, troppo tardiva e storicamente perdente. Ad ogni modo la guerra conferisce nuova popolarità all'impresa coloniale e i governi mettono ogni cura nell'organizzazione delle esposizioni coloniali, sottraendo il controllo dell'immagine dell'Altro al settore privato sino ad allora dominante. Punto culminante di questa messa in scena fu l'Esposizione parigina del 1931, attraverso la quale le immagini del selvaggio vengono sapientemente ricalibrate: al loro posto appaiono quelle degli indigeni, vestiti, educati e pronti a combattere e a lavorare. Qui il racconto si interrompe. L'Europa entra in anni di crisi profonda dai quali uscirà solo dopo una guerra disastrosa che sancirà l'inizio della fine del sistema coloniale così come sino ad allora è stato conosciuto. Gli zoo umani, che di questa storia costituiscono un segno e un sintomo di estremo interesse, non sopravvivranno alla svolta epocale della decolonizzazione. C'è però una interessante appendice.

Archiviata la stagione delle esposizioni antropozoologiche e coloniali, il ruolo di costruttore dello sguardo sull'Altro è rilevato dal cinema, che sin dai tempi dei Lumiére (di cui esistono una trentina di pellicole che riguardano le manifestazioni antropozoologiche europee, oltre ad un centinaio girate nelle colonie francesi) si fa carico di questo compito. Eric Deroo, nel saggio Il cinema guardiano dello zoo, ricostruisce questo legame diretto attraverso la figura ancora una volta pionieristica di Carl Hagenbeck il quale a fronte dei rendimenti decrescenti della sua impresa, troppo di sovente emulata e dunque inflazionata, saprà riciclarsi del tutto naturalmente nella cinematografia. La continuità è preziosa poiché ci permette di comprendere come in entrambi i casi si abbia a che fare con la produzione (e con la valorizzazione) di uno sguardo.

Il testo tenta poi un rocambolesco salto all'attualità (che in verità non occupa che una pagina conclusiva), cercando di mostrare come la funzione di spettacolarizzazione della figura dell'Altro venga rilevata nella odierna società dell'informazione dai reality show. E' questa una delle rare cadute di tono di un volume che, sebbene costruito attorno ad un argomento assai facilmente banalizzabile, si distingue per la sobrietà e la misura. La strada che unisce gli zoo umani all'attualità chiede a gran voce di essere percorsa poiché la spettacolarizzazione della nostra esperienza dell'Altro non pare poter essere relegata in un lontano passato. Il ruolo dei media nella costruzione della nostra immagine dell'Altro e nella sua individuazione come nemico adeguato (innanzitutto perché facilmente - ovvero razzialmente - riconoscibile; cfr. L.Wacquant, Simbiosi mortale. Neoliberalismo e politica penale, Ombre corte, Verona, 2002) rimangono ancora in larga misura da indagare. Ma il riferimento al reality show pare fuorviante, laddove le più grandi responsabilità per il razzismo popolare e diffuso che ci circonda, per la definizione e la produzione dello sguardo inferiorizzante che quasi invariabilmente rivolgiamo verso l'Altro, vanno assai più direttamente imputate alla speculazione politica e all'informazione giornalistica e televisiva. Indagare la costruzione spettacolare del migrante come nemico all'interno della retorica politica, della stampa e dell'informazione televisiva (come ha fatto per il caso italiano Alessandro Dal Lago nel suo Non persone. L'esclusione dei migranti in una società globale, Feltrinelli, Milano, 1999) pare dunque, assai più e meglio di quanto non possa fare l'analisi dei reality show, la via per saldare la non conclusa vicenda degli zoo umani al presente. I fili spinati che circondano i centri di detenzione temporanea per migranti da Woomera a Via Corelli - e la loro miracolosa moltiplicazione spettacolare- sembrano in questo senso una ben più evidente riattualizzazione della frattura spaziale e simbolica tipica dello zoo umano, una riproposizione mediaticamente efficacissima della differenza assoluta ed inemendabile dell'Altro che in ragione della sua pericolosità evidentemente estrema, deve essere rinchiuso in queste inconfessabili prigioni, dove in ragione della sua inemendabile natura, finirà per vivere in condizioni subumane... Il filo spinato che le rinserra sembra poter dunque rappresentare assai meglio dei reality show, il punto focale della peculiare economia dello sguardo fatta propria dal razzismo contemporaneo.

Links

Riferimenti in rete

Una riduzione giornalistica della ricerca sugli zoo umani era apparsa nel settembre del 2000 su Le Monde Diplomatique. L'articolo è consultabile al seguente indirizzo:
http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Settembre-2000/0009lm28.01.html


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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

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A cura di:
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Francesca Di Donato
Angelo Marocco
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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