Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 11 febbraio 2002
Critical Review of International Social and Political Philosophy
Critical Review of International Social and Political Philosophy


La rivista è presente sul web ed è raggiungibile cliccando qui. Le schede offerte dal BFP sono di Massimo Gelardi.

Ecco le schedature del BFP

3 (2000), 4

Iain Mackenzie, Beyond the Communicative Turn in Political Philosophy, pp. 1-24.

Per non confondersi tra opinioni e ideologie, la filosofia politica ha bisogno di epistemologia, vale a dire di una teoria intorno ai processi e alle modalità secondo le quali certe problematiche, e non altre, acquisiscono statuto e urgenza di contenuto disciplinare. In questa direzione di ricerca, Mackenzie mette a confronto la prospettiva del turno comunicativo, nella quale egli comprende la teoria dell'agire comunicativo di Habermas e l'approccio ermeneutico di Taylor, con quella costruttivista rappresentata da Deleuze e Guattari. La prima ha consentito il superamento del soggettivismo metafisico e del naturalismo rappresentazionalista della filosofia (non solo politica) classica, ma ha prodotto una teoria della conoscenza e della morale che finisce per riproporre in chiave linguistica il trascendentalismo kantiano (in Taylor il contesto intersoggettivo che sorregge gli scambi dialogici non dipende dagli attori, benché sia da essi costruito; in Habermas si assumono universali i presupposti normativi della pragmatica del discorso). Ciò basta, secondo l'autore, a renderla inadeguata ai fini di una indagine che postuli immanenti i fondamenti della giustificazione razionale della teoria e della critica politica: in entrambi i casi, infatti, il paradigma comunicativo non può spiegare né perché possediamo un certo tipo di rappresentazioni, né come potrebbero essere altrimenti. La proposta di Deleuze e Guattari pare invece a Mackenzie più promettente perché da una parte essa poggia sulla premessa che, per comprendere (e mutare) le rappresentazioni attorno alle quali si strutturano le nostre concezioni politiche, dobbiamo interrogarci sulle condizioni non-comunicative che presiedono ai processi comunicativi attraverso i quali formiamo e scambiamo tali rappresentazioni; e dall'altra, muovendo dall'idea che il compito della filosofia politica non è quello di garantire ogni opinione sul mondo in cui viviamo bensì quello di istituire differenze di ordine concettuale nel mondo come lo conosciamo, essa ambisce a penetrare le modalità dell'innovazione conoscitiva e semantica (specificando altresì che, perché si abbia impresa critica, ogni nuovo concetto deve racchiudere le procedure della propria stessa costruzione). (M.G.)

Preston King, Liberty: All Coherence Gone?, pp. 25-48.

Non esiste la Libertà, bensì tante piccole, concrete, spesso banali libertà, ed è di queste che deve – o meglio: può – occuparsi il pensiero e l'attività politica. Il fatto che la libertà rimanga ideale e principio operativo di pressoché tutti i teorici e i movimenti politici (benché talvolta posposta ad altri valori) non è che la prova della scarsissima intensione semantica del concetto, dunque della sua latente incoerenza interna. Questa, seguendo King, si manifesta non solo nel dibattito o nella lotta politica, ma ancor più immediatamente sotto il profilo della consistenza logica: la libertà è uno stato intrinsecamente relativo, misura di altre (altrui) libertà e da queste esso stesso misurato; il problema politico è dunque non l'affermazione della libertà di tutti, ma la scelta delle libertà da perseguire (dunque di quelle da ignorare o reprimere), l'individuazione dei criteri che devono regolare tale scelta e l'identificazione dei principi che giustificano la stessa decisione di attribuire valore al principio astratto della libertà (quand'anche non controverso, esso non può logicamente giustificare se stesso). In particolare, l'autore espone una serie di argomentazioni critiche della persistente distinzione tra libertà negativa e libertà positiva, dimostrando che esse non sono altro che due derivazioni complementari della stessa matrice logica: l'una non potrebbe esistere senza l'altra, o, ancora meglio, l'una è anche l'altra (la libertà positiva è in radice conculcata senza adeguata libertà negativa, ma questa, in un contesto sociale, non ha neppure senso senza le capacità – politiche, giuridiche, economiche, fisiche – che sole abilitano quella). Allo stesso modo King ridimensiona la presunta, “ipocrita” contrapposizione tra libertà e potere, indicandoli al contrario come due facoltà che reciprocamente si implicano e si presuppongono; il potere sugli altri – quello, mediato, di cui disponiamo attraverso una qualche istituzione di governance che moduli le prerogative individuali – è la funzione, in primo luogo logica, della nostra libertà (comunque questa si voglia definire). (M.G.)

Struan Jacobs, Spontaneous Order: Michael Polanyi and Friedrich Hayek, pp. 49-67.

L'articolo mette a confronto la nozione di ordine spontaneo in Hayek e in Polanyi (che per primo utilizzò tale definizione). Secondo Hayek, ordine spontaneo è quello governato da norme (rules) astratte e impersonali, miranti a regolare gli obiettivi e le funzioni di un organismo collettivo anziché i comportamenti dei suoi singoli componenti (finalità invece perseguita dalle organizzazioni non spontanee attraverso gli ordini [commands]); meno coercitivo, l'ordine spontaneo offre più ampi spazi di affermazione al capitale di conoscenza presente nel corpo sociale, con ciò rivelandosi più efficace nel fronteggiare le mutevoli circostanze storiche (paradigma dell'ordine sociale spontaneo è per Hayek il libero mercato). Polanyi concorda sul fatto che la caratteristica principale degli ordini sociali spontanei sia la libertà delle azioni dei loro membri (tale ordine, egli precisa, non è la somma di casuali interazioni tra attori sociali, ma l'esito dei loro reciproci adattamenti: il sistema della common law, ad esempio, si fonda sul continuo riferimento dell'azione dei giudici a quella di altri giudici); egli tuttavia, da una parte, distingue tra l'egoistica libertà privata e la “responsabile” libertà pubblica, conforme agli ideali e agli obiettivi dell'intera società, e dall'altra pare escludere dalla categoria degli ordini spontanei la società liberale, dominata dallo scopo della massimizzazione economica. Jacobs fa tuttavia notare l'incoerente rigidità di entrambi i modelli: Hayek sostiene l'irriducibilità dei due differenti tipi di ordine sociale, eppure allude esplicitamente a stati di compromesso o di transizione tra l'uno e altro; Polanyi non comprende che la libertà privata può facilmente coincidere con quella pubblica (l'interesse individuale non necessariamente collide con i valori collettivi, anzi può rispettarli o svilupparli). (M.G.)

Barry Hindess, Democracy and the Neo-Liberal Promotion of Arbitrary Power, pp. 68-84.

Di fronte ai più recenti sviluppi dell'economia e della politica internazionale, la dottrina liberale dovrebbe rivedere il ruolo da essa tradizionalmente assegnato al “potere arbitrario” degli agenti sociali, vale a dire a quell'insieme più o meno ampio di “prerogative” (nel senso lockeano) da esercitarsi nelle sfere dell'attività pubblica non regolate legislativamente, che fungerebbero da salutari contrappesi alla pervasività del dominio statale. Nell'era del neoliberalismo, secondo l'autore, l'idea del mercato autoregolato, che sanziona naturalmente le violazioni alle proprie norme, non ha più senso. Nei Paesi a capitalismo avanzato il declino delle politiche espansive di taglio keynesiano si è risolto in una progressiva erosione delle competenze statuali in settori strategici della vita associata (sanità e istruzione in primo luogo): tramontata la dottrina della crescita economica illimitata (intesa come perseguibile dentro e fuori i confini dello Stato-nazione, da tutti e per sempre), hanno prevalso un'idea di economia quale gioco a somma zero (il benessere di una nazione può comportare il ristagno di un'altra) e un concetto di sviluppo strettamente legato a requisiti di competitività, che le economie nazionali tendono a soddisfare attraverso l'annullamento dei programmi assistenziali più improduttivi e la gestione dei rimanenti tramite criteri sempre più rigorosi di razionalità economica. Questi mutamenti strutturali hanno già determinato gravi squilibri nel sistema di tutela degli interessi dei differenti gruppi sociali, e favorito l'emergere di una classe dirigente minoritaria e non-responsabile: in tale rinnovato contesto Hindess intravede il pericolo che l'istituzionalizzazione del potere arbitrario – minando lo stesso concetto di garanzia sociale (attraverso i processi di privatizzazione e deregolamentazione dei servizi pubblici) e stimolando atteggiamenti di deferenza o di auto-emarginazione in vasti ceti produttivi (attraverso il depotenziamento dei meccanismi di controllo dell'attività autoritativa) – finisca per determinare una vera e propria diminuzione della democrazia. (M.G.)

Adam Raviv, Benevolence or Tyranny? Marshall and Hayek on the Profession of Welfare, pp. 85-100.

L'autore discute le posizioni antitetiche di Marshall e Hayek nei confronti delle istituzioni di welfare-state. Se l'economista austriaco reputa le strutture assistenziali un'intollerabile minaccia alle libertà individuali (da un lato gli esperti del welfare interferiscono illegittimamente – si tratta difatti di burocrati il cui potere non deriva da procedure democratiche – nelle scelte e nelle possibilità di autorealizzazione dell'individuo; dall'altro la lotta alle ineguaglianze frena lo sviluppo economico, dunque il progresso e, ancora, la libertà di tutti), il sociologo inglese assegna loro il compito di garantire ai cittadini non la semplice sicurezza sociale, ma anche il livello di vita da ritenersi standard nella società di riferimento. Come è evidente, sono due filosofie sociali a contrapporsi: Marshall ammette apertamente il carattere autoritario e paternalistico dei sistemi di welfare state (Raviv qui rileva la singolare consonanza con gli assunti elitistici tipici di posizioni conservatrici come quella di un Burke), facendo però notare che ogni sfera della vita sociale è contrassegnata da relazioni gerarchico-autoritative, e che, in circostanze nelle quali l'individuo non avrebbe significative possibilità di affermare la propria libertà di scelta (non sempre siamo in grado di prendere le decisioni più vantaggiose in relazione ad un contesto), è giusto e desiderabile che una minoranza qualificata prenda importanti decisioni per suo conto. (M.G.)

Robert Weatherley, Human Rights in China: Between Marx and Confucius, pp. 101-125.

Fino a che punto la Cina può invocare le proprie particolari radici culturali e filosofiche per ottenere significative deroghe agli standard internazionali in materia di violazione di diritti umani? Isolati tre nodi problematici della teoria politica e giuridica – il rapporto tra gli interessi della collettività e quelli dell'individuo; l'ordine normativo secondo il quale riconoscere priorità ai diritti o ai doveri del cittadino; il significato dei diritti individuali – l'autore assume le relative soluzioni istituzionali quali indicatori dello status dell'individuo all'interno di una comunità data. Nel caso della Cina, egli rileva che se il governo ha compiuto evidenti progressi nella direzione richiesta dai paesi occidentali (adesione a trattati internazionali in difesa dei diritti umani, elezioni con candidati multipli, qualche attenzione al tema dei diritti civili), è anche vero che la corrente ortodossia politico-giuridica (quale si può desumere dai provvedimenti legislativi, dai documenti ufficiali del PCC e dalla produzione teorica dei più influenti giuristi) appare non di meno ispirata ad una filosofia sociale di stampo radicalmente collettivistico e autoritario, in evidente continuità con una tradizione incardinata su due principali e similari dispositivi politico-normativi – la dottrina marxista e la filosofia confuciana, l'una facilmente innestatasi sull'altra a costituire un peculiare corpus ideologico e assiologico trattabile a fatica entro una teoria liberale dei diritti umani. Questa situazione, secondo Weatherley, richiede un atteggiamento flessibile da parte dell'Occidente: così, ad esempio, da una parte la repressione del dissenso non può essere tollerata nemmeno in nome della prescrizione ontologica (assieme confuciana e marxista) della prevalenza degli interessi del corpo sociale rispetto a quelli dei suoi singoli componenti; dall'altra, potrebbe essere valutato diversamente un caso come quello della legge che vieta alle famiglie di avere più di un figlio, laddove la quasi intuitiva ratio economica e la conformità alle tradizioni culturali della popolazione cinese (in particolare, al principio confuciano del mantenimento, anche futuro, dell'armonia sociale e a quello marxista della distribuzione razionale e tendenzialmente egualitaria delle risorse) possono giustificare la limitazione del pur importante diritto alla procreazione e all'allevamento dei figli. L'autore, tra l'altro, non manca di ricordare che gli Stati Uniti hanno alternato nei confronti della Cina severità e accondiscendenza a seconda delle differenti congiunture economiche e politiche, e che alla stessa Cina non mancano argomenti per mettere in discussione la legittimità delle critiche USA (negli Stati Uniti sono lontani da soluzione i problemi della povertà e della discriminazione razziale) o della stessa Europa (che vanta un recente e non incruento passato colonialista in Cina). (M.G.)




Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
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