Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 7 gennaio 2002
Critique
Critique


La rivista non è presente sul web. Le schede offerte dal BFP sono di Luca Mori.

Ecco le schedature del BFP

57 (2001), 648

Céline Spector, Un libéralisme paradoxal, pp. 369-377.

L'articolo offre una recensione del libro di Lucien Jaume, La Liberté et la Loi (Fayard, Paris 2000). Jaume studia le origini filosofiche del liberalismo politico: dapprima, l'opposizione alla monarchia assoluta suggerisce di sostituire il “regno delle leggi” a quello degli uomini, accordando l'obbligo politica con la libertà (Montesquieu, Locke, Kant); successivamente, il liberalismo politico tenta di conciliare l'universale della legge con le diversità particolari degli individui, rispettando la pluralità sociale; in un terzo momento, tuttavia, le pretese della pluralità denunciano l'astrattezza ed il carattere coercitivo della legge, preferendo così affidarsi all'autorità del potere giudiziario, considerato quale comprensivo e flessibile garante dei diritti particolari. Jaume ritiene che concezioni della giustizia come quella di Rawls e Dworkin, eredi piuttosto di Hume che di Kant, insistendo sull'equilibrio fra rivendicazioni sociali in competizione, risolvano solo apparentemente la tensione tra universale e particolare, danneggiando alla fine la legge e il cittadino. Céline Spector riconosce i pregi dell'opera nell'intento e nelle analisi di storia della filosofia, ma muove due critiche di fondo: contro il metodo d'analisi (che presenta scelte arbitrarie nella successione espositiva e nello spazio dedicato a pensatori rilevanti) e contro i presupposti ideologici di tale metodo (che identifica con il pensiero kantiano l'autentico liberalismo ed interpreta kantianamente Montesquieu e Locke). (L.M.)

57 (2001), 653

M. Aucouturier, Nouveaux bilans du réalisme socialiste, pp. 798-809.

L'autore esamina gli scritti di due studiosi (V. Papernyj, 1985 ed E. Dobrenko, 1999) che trattano il problema del rapporto fra arte e potere politico in Unione Sovietica a partire dall'età staliniana, quando la cultura subì una sorta di cesura con la propria tradizione e venne diretta dalle intenzioni del partito, secondo le norme estetiche e ideologiche del realismo socialista, che non poteva essere messo in discussione (caso A. Siniavski, 1956). Pepernyj e Dobrenko propongono due tentativi di superare l'interpretazione tradizionale del realismo socialista, che lo spiega solo come il risultato di una coercizione politica. Secondo Papernyj, il realismo socialista costituì nelle arti (architettura e letteratura in primis) un sistema coerente, che può essere messo in relazione di continuità con l'arte degli anni '20, seppur tramite una serie di opposizioni concettuali (per esempio gerarchizzazione/eguaglianza). Dobrenko, poi, ritiene che l'originalità del caso sovietico consista nel fatto che esso non comportò tanto un controllo dell'arte, quanto un autocontrollo diffuso degli artisti, creatori e censori delle proprie opere. Aucouturier sottolinea in conclusione i limiti di queste due prospettive: in Papernyj l'impostazione strutturalista non riesce a cogliere né i modi né la natura delle alternanze concettuali che pretende di individuare; in Dobrenko, viene troppo facilmente dimenticata l'importanza comunque innegabile del partito comunista e la connessa organizzazione “ideocratica” della società e dello Stato. (L.M.)

57 (2001), 654

Hugues Rabault, Carl Schmitt et la mystique de l'État total, pp. 863-879.

Rabault scrive questo articolo in occasione della nuova pubblicazione, in lingua francese, di due opere politiche di Carl Schmitt (Le Nomos de la Terre e La Dictature). Senza assumere le vicende biografiche dell'autore quale confutazione o giustificazione della sua linea teorica, Rebault intende evidenziare le costanti e la coerenza del pensatore tedesco. In Schmitt, dunque, c'è una vera e propria metafisica dello Stato, nel senso che lo “statuale” ingloba la totalità dell'essere umano. Se negli anni '20 e '30 la teoria della decisione schmittiana consente al filosofo di giustificare la dittatura di una élite, nel dopoguerra Schmitt propone una lettura esoterica della storia, comunque condizionata dalla metafisica dello Stato. (L.M.)

Céline Spector, La multitude ou le peuple? Réflexions sur une politique de la multeplicité, pp. 880-897.

Spector propone la recensione di un libro di M. Hardt e A. Negri (Empire, Paris 2000), il cui proposito è quello di descrivere il passaggio dall'imperialismo, stadio supremo del capitalismo, all'Impero, fase attuale dell'organizzazione dei rapporti di potere e delle strutture economiche. La prospettiva del libro è insieme politica ed economica. Contro la polarità hobbesiana tra popolo (unità) e moltitudine, gli autori rivendicano il carattere essenzialmente creativo e produttivo della moltitudine, anteriore ad ogni forma di organizzazione repressiva. Spector ritiene che, nel libro recensito, la logica binaria che oppone moltitudine a potere organizzato sia semplicistica, pur nel contesto di fitti riferimenti e di panoramiche storiche apprezzabili; inoltre, Hardt e Negri dimenticano, secondo Spector, l'insegnamento di Foucault, che ha mostrato le inestricabili trame dei micro-poteri. Spector rileva inoltre che l'insistenza sulle metafore del nomadismo e della liberazione non fornisce comunque parole d'ordine politiche: il problema sollevato nel libro resta dunque aperto, e le difficoltà incontrate sono fondamentali per tutte le teorizzazioni politiche della moltitudine, che non è né popolo né classe. (L.M.)



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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
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