Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 23 luglio 2001

Critica marxista


La rivista è presente sul web ed è raggiungibile cliccando qui. Le schede offerte dal BFP sono di Domenico Sgobba.

Ecco le schedature del BFP

1995, 6 1996, 1-2 1996, 3 1996, 4
1996, 5-6 1997, 2-3
2000, 2 2000, 3-4 2000, 6 2001, 2-3


TOP 1995, 6

G. Melis, Mariatégui: la sorprendente attualità di un marxista peruviano, pp. 57-64.

TOP 1996, 1-2

M. Pistillo, Mussolini-Gramsci. La destra alla ricerca di una identità culturale, pp. 73-83.

G. Liguori, La presenza di Engels nei 'Quaderni' di Gramsci, pp. 84-92.

M. Turchetto, Crisi del marxismo filosofico, pp. 93-95.

TOP1996, 3

A. Cavarero, Politica ed esistenza in Hannah Arendt, pp. 45-52.

M. Alcaro, Della Volpe e lo stalinismo, pp. 53-60.

TOP1996, 4

N. Badaloni, Il pensiero di Feuerbach, pp. 35-46.

M. Löwy, Gli intellettuali latinoamericani e la critica sociale della modernità, pp. 47-52.

TOP 1996, 5-6

Sezione su "Filosofia politica e cultura della sinistra":

A. Loche, Rawls e la società 'bene ordinata', pp. 42-50.

M. Alcaro, La comunità, il comunitarismo e i problemi della democrazia, pp. 51-63.

S. Petrucciani, Marx dopo Rawls e Nozick, pp. 64-75.

L. De Fiore, Rorty e Rawls. Un abbraccio ambiguo, pp. 76-82.

Interviste a Nicola Badaloni, Remo Bodei, Alberto Burgio, Giovanna Cavallari, Roberto Esposito, Roberto Finelli, Domenico Losurdo, Sebastiano Maffettone, Luisa Muraro, Giuseppe Prestipino, Francesco Valentini.

TOP1997, 2-3

A. Zanardo, Un pensiero critico oggi, pp. 51-61.

A. Torterella, Il fondamento etico della politica in Gramsci, pp. 62-71.

L. La Porta, Gramsci e la rivoluzione d'Ottobre, pp. 72-81.

M. Reale, Normativismo come patrimonio della sinistra, pp. 88-92.

V. Franco, Ragione pubblica e pluralismo, pp. 93-101.

D. Jervolino, Per un'ermeneutica della prassi, pp. 102-7.

A. Labriola, Sulla riforma dello Stato, pp. 109-15.

R. Donini, Filosofia e politica in Labriola, pp. 116.

TOP2000, 2

L. Ferrajoli, Guerra e diritto nell'età della globalizzazione, pp. 14-24.

L'autore, partendo dall'analisi della guerra del Kosovo, affronta temi decisivi per il dibattito attuale sul diritto internazionale e sulla pace. Innanzitutto, viene evidenziata la novità della guerra del Kosovo, che è stata giustificata come una guerra “etica” o “in difesa dei diritti umani”: sempre più spesso la guerra (come Schmitt aveva sostenuto) diventa strumento per imporre i propri valori. Di fronte alla barbarie delle nuove “guerre sante”, Ferrajoli riprende lo stretto legame tra pace, diritti e diritto, proclamato sia dalla Carta dell'ONU, sia dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: non c'è tutela dei diritti senza pace e non c'è pace senza tutela dei diritti; ma la tutela dei diritti e della pace richiede un nuovo diritto, “ossia la soggezione a regole di tutti i poteri – statali e internazionali, pubblici e privati”.
Un nuovo diritto è reso necessario dalla crisi dello Stato nazionale, che ha prodotto gravi incertezze e sovrapposizioni nelle fonti del diritto e l'indebolimento del costituzionalismo e del garantismo. Sempre più spesso le decisioni vengono prese da organismi sovrastatali non soggetti alla responsabilità politica e ai limiti costituzionali. La crisi investe sia le nostre democrazie, sia il diritto internazionale, che appaiono incapaci di rispondere alle nuove esigenze emerse con la globalizzazione dei processi economici e politici. La crisi odierna può essere superata solo attraverso lo sviluppo di un nuovo costituzionalismo, capace di limitare i poteri pubblici e privati, e di superare l'attuale concezione che lega il diritto alla cittadinanza statale.
La realizzazione di un diritto universalistico è stata criticata, non solo perché ammalata di utopismo, ma anche perché in contrasto con l'esistenza di molteplici sistemi politici e culturali. Quest'ultima posizione ritiene che qualunque costituzione presuppone una certa omogeneità culturale, un'identità comune. Ciò che sfugge, secondo Ferrajoli, ai sostenitori del differenzialismo e del multiculturalismo è che le costituzioni sono nate proprio per permettere l'esistenza dell'eterogeneità, per impedire che la diversità sfoci nel conflitto. Solo l'universalismo e l'uguaglianza dei diritti possono consentire la convivenza di molteplici culture, mentre il relativismo finisce per giustificare la legge del più forte che domina sempre più le nostre relazioni internazionali. (D.S.)

C. Ravaioli, Beni & Servizi, pp. 55–68.

L'articolo di Carla Ravaioli esamina i due principali obiettivi delle attività economiche, i beni, cioè le merci, prodotte dai settori primario e secondario, e i servizi, forniti dal terziario. Contraddicendo le tesi degli economisti classici, che, a partire da A. Smith, giudicavano “improduttivi” i lavoratori dei servizi in quanto incapaci di produrre valore aggiunto, il '900 ha visto l'esplosione dei servizi, che ha prodotto la “terziarizzazione” dell'economia, cioè lo spostamento di una quota sempre più ampia della popolazione attiva dalla produzione delle merci a quella dei servizi. Di qui la necessità di comprendere le caratteristiche del terziario e il rapporto tra “beni & servizi”.
L'autrice evidenzia che i servizi si sono sviluppati soprattutto in funzione delle produzione e del commercio dei beni. Tuttavia, esiste un ampio settore dei servizi (sanità, istruzione, giustizia, informazione ecc.) che non ha nulla a che fare con le merci, ma riguarda il benessere fisico e psichico degli uomini. Riprendendo le analisi sviluppate da Engels ne L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, è necessario distinguere due settori fondamentali della vita sociale: la produzione delle merci e la produzione degli individui. La separazione tra i due settori, che ancora esisteva ai tempi di Engels, è venuta meno nel mondo contemporaneo. Infatti, sempre più le logiche del mercato, che caratterizzano la produzione dei beni, dominano le attività finalizzate alla produzione dei servizi, divenuti anch'essi oggetto di scambio.
La fine della separazione tra beni e sevizi finisce per ridurre tutti gli elementi dell'esistenza umana a merce. Per questo le nostre “società dei servizi” si trasformano, al di là delle apparenze, sempre più in “società di merci”, in quanto assistiamo al trionfo nel settore dei servizi delle logiche proprie della produzione delle merci. Anche nei servizi finalizzati alla riproduzione sociale, cioè a quella che Engels chiamava la produzione degli uomini, si diffondono le “leggi” del mercato. Infatti settori come la scuola, la sanità, l'assistenza sociale, la cultura ecc., tradizionalmente considerati servizi pubblici e quindi sottratti al mercato, vengono consegnati al gioco della domanda e dell'offerta e trasformati in imprese e aziende.
La mercificazione del mondo è alla base di quei processi, studiati da autori come Heidegger, Severino, Galimberti, che hanno portato al dominio della tecnica e hanno trasformato la natura e lo stesso uomo in suoi prodotti. La stessa ragione, il pensiero, il sapere, come Horkheimer nell'Eclisse della ragione aveva denunciato, vengono trasformati in merci, che possono essere scambiate e produrre profitto. Questi fenomeni trovano espressione anche nell'attuale rivoluzione informatica, che con il trionfo del “digitale” sull' “analogico”, rischia di produrre una visione della realtà semplicistica e riduttiva, corrispondente al tramonto della distinzione tra beni e servizi che caratterizza la nostra epoca. (D.S.)

TOP2000, 3-4

Laboratorio Culturale su Gramsci, pp. 67-120.

Nella sezione “Laboratorio Culturale”, sono pubblicate alcune delle relazioni presentate alla II Conferencia Internacional de Estudios Gramscianos, organizzata dall'Università Autonoma di Puebla (Messico), nei giorni 7-11 febbraio 2000.

Apre la sezione la relazione di Carlos Nelson Coutinho (docente di Teoria Politica presso l'Università di Rio de Janeiro) dedicata a La società civile in Gramsci e il Brasile d'oggi (pp. 67-80). L'autore si sofferma sull'analisi della società civile, sviluppata nei Quaderni del Carcere. Com'è noto il concetto di società civile, a partire dalle analisi di Norberto Bobbio, ha suscitato animati dibattiti sul reale significato filosofico e politico delle riflessioni di Gramsci. Secondo Bobbio, mentre in Marx la società civile s'identifica con la struttura economica della società, in Gramsci essa apparterebbe al momento della sovrastruttura. Per questo, mentre in Marx il momento decisivo dello sviluppo storico sarebbe la struttura economica, in Gramsci questa funzione sarebbe svolta dalla sovrastruttura politica e culturale.

Coutinho non accetta l'interpretazione di Bobbio, in quanto essa inserisce la società civile all'interno dei rapporti di struttura e sovrastruttura e non all'interno della teoria dello Stato, che, secondo l'autore, costituisce il contributo più importante di Gramsci allo sviluppo del marxismo. In altre parole, Gramsci non mette in discussione l'influenza che la produzione e la riproduzione della vita materiale esercitano sui processi storici, piuttosto arricchisce l'analisi dello Stato sviluppata da Marx. Mentre il fondatore della filosofia della prassi aveva esaminato soprattutto gli aspetti coercitivi dello Stato, Gramsci, che vive in un periodo caratterizzato dalla socializzazione della politica, si sofferma sugli “apparati privati dell'egemonia”, cioè sugli organismi collettivi presenti nella società civile, che nei Paesi occidentali svolgono una funzione decisiva nella conquista del consenso e dell'egemonia.
Questi concetti vengono sintetizzati da Gramsci nella formula che definisce lo Stato come “società politica + società civile, cioè egemonia corazzata di coercizione”. Quindi, nell'autore dei Quaderni del Carcere la società civile è un momento dello Stato, inteso in modo più complesso rispetto alla tradizione del marxismo; non vi è alcun dualismo tra società civile e Stato (come la lettura neoliberale di Gramsci sostiene); la società civile non è autonoma dal mercato, in quanto essendo un elemento della sovrastruttura politico–ideologica, è condizionata “in ultima istanza” dalla base materiale della società.
Nella seconda parte della sua relazione Coutinho, applica alcuni concetti di Gramsci all'analisi della vita politica nelle società occidentali e nei Paesi che, come il Brasile, stanno vivendo una rapida occidentalizzazione. In questi Paesi si assiste all'apologia del mercato, che viene considerato l'unica struttura capace di mediare i conflitti e di soddisfare le domande sociali, e a una “depoliticizzazione” della società civile, con il predominio di partiti non ideologici, di sindacati apolitici, fautori d'istanze corporative, e una bassa partecipazione alla vita politica. A questo progetto neoliberale, le classi subalterne dovrebbero contrapporre un progetto egemonico alternativo, che l'autore chiama “democrazia di massa”, caratterizzato da movimenti sociali di base, dalla partecipazione organizzata alla vita politica, da concezioni politiche globali, capaci di far prevalere gli interessi pubblici effettivi. Contro la minimizzazione dello Stato, sostenuta dal neoliberalismo, bisognerebbe, secondo Coutinho, indirizzarsi verso una democratizzazione radicale delle istituzioni politiche, utilizzando le analisi di Gramsci utili per arricchire la teoria marxista dello Stato e per valorizzare il significato politico della società civile.

Sul contesto culturale e filosofico in cui visse Gramsci si sofferma la relazione di Dora Kanoussi (ricercatrice dell'Università Autonoma di Puebla) su Gramsci e la filosofia europea del suo tempo” (pp. 81-87). L'autrice esamina l'influenza che il dibattito sul linguaggio e sulla scienza (con riferimenti in particolare a Mach) ha esercitato sugli studi di Gramsci e concentra l'analisi sullo sviluppo del pensiero conservatore. Ciò che attira l'attenzione di Gramsci sono gli atteggiamenti scettici del pensiero conservatore e il superomismo nietzscheano, così come viene recuperato dal fascismo. Ma è soprattutto lo storicismo, che trova in Croce il suo migliore interprete, ad influenzare il contesto culturale in cui Gramsci elabora le sue riflessioni. In particolare, secondo l'autrice, Gramsci deve superare la concezione storicistica che, attribuendo ad ogni epoca un'individualità autonoma, rifiuta la possibilità di spiegare i processi storici attraverso leggi o tendenze e riduce il lavoro dello storico a “comprensione”.

Nella sua relazione, intitolata Americanismo e corporativismo in Gramsci (pp. 88-97), Donatella Di Benedetto parte dall'analisi del corporativismo compiuta da Gramsci. All'autore dei Quaderni del Carcere, il corporativismo appariva una “rivoluzione passiva”, cioè un compromesso tra le esigenze di ammodernamento dell'economia e le resistenze delle componenti parassitarie della società italiana. Esso, introducendo strumenti di controllo del ciclo economico e delle contraddizioni produttive, costituiva un tentativo parziale e ambiguo di superare un'economia regolata unicamente dal mercato. In particolare, l'autrice evidenzia cha la novità dell'analisi gramsciana è il superamento della visione deterministica e catastrofica dei processi storici, dominante nel movimento comunista.
L'originalità di Gramsci trova espressione soprattutto nel concetto di “rivoluzione passiva”, definita come la capacità delle classi dominanti di controllare le contraddizioni sociali e politiche, impedendo che possano esplodere. Nella categoria di rivoluzione passiva Gramsci non include solo il corporativismo, ma anche l'americanismo e il fordismo, anch'essi nati dall'esigenza di introdurre elementi di controllo nel processo produttivo e di frammentare la soggettività operaia. La grande novità di questi processi è la capacità di cambiare gli stessi rapporti sociali, di produrre un nuovo tipo di uomo, partendo dalla trasformazione della fabbrica e della produzione. Nel rapporto tra modello americano e modello europeo emerge la razionalità e la superiorità del primo, nel quale le classi dominanti sono capaci di conquistare l'egemonia direttamente nel mondo della produzione, senza dover ricorrere ai complessi apparati dello stato-nazione come stava avvenendo in Europa. Tuttavia, anche il modello americano presenta gravi limiti in quanto le masse americane vivono in una fase “economico-corporativa”, mancando una “fioritura superstrutturale”.
In queste analisi emerge, secondo Di Benedetto, l'aspetto più attuale delle riflessioni di Gramsci: egli ha colto la crisi dello Stato-nazione e ha visto nel corporativismo e nell'americanismo dei tentativi di superare questa crisi. I problemi individuati da Gramsci sono ancora aperti e attendono una soluzione adeguata elle esigenze del nostro tempo.


Un altro aspetto cruciale del marxismo e della riflessione gramsciana viene affrontato da Giuseppe Cospito nella sua relazione intitolata Struttura e sovrastruttura nei Quaderni di Gramsci. (pagg.98-107). Gramsci considerava il rapporto tra struttura e sovrastrutture “il problema cruciale del materialismo storico” e nei Quaderni del Carcere, secondo Cospito, emerge un'evoluzione del suo pensiero nelle soluzioni date a questo problema. Da una prima fase (1929-30) in cui si sottolinea, soprattutto nelle analisi sul Risorgimento, l'importanza del fattore economico e sociale, Gramsci passa ad una posizione intermedia in cui si vogliono evitare gli eccessi sia dell' “economismo”, sia dell'”ideologismo”.

Nei Quaderni del Carcere, seguendo la ricostruzione sviluppata da Cospito, il problema riemerge continuamente e in particolare Gramsci valorizza soprattutto due principi di Marx: 1) “nessuna società si pone dei compiti per la cui soluzione non esistano già le condizioni necessarie e sufficienti”; 2) “nessuna società cade se prima non ha svolto tutte le forme di vita che sono implicite nei suoi rapporti”. Utilizzando questi principi e proponendo la distinzione tra “guerra di movimento” e “guerra di posizione”, Gramsci giunge a sostenere che “la pretesa […] di presentare ogni fluttuazione della politica e dell'ideologia come un'espressione immediata della struttura deve essere combattuta teoricamente come un infantilismo primitivo” e che i concetti di struttura e sovrastruttura hanno in Marx solo un significato occasionale e metaforico ed, essendo legati a concezioni positivistiche, risultano inadeguati per comprendere la realtà contemporanea.
I concetti di struttura e sovrastruttura vengono considerati responsabili dell'interpretazione deterministica e meccanicistica del marxismo e per questo Gramsci li sostituisce con altre espressioni, tra le quali la dialettica tra forze soggettive e oggettive. Egli si sofferma anche sulla figura di Engels, sottolineando le differenze con Marx e il suo contributo (in particolare con l'Antidûhring) alla degenerazione meccanicistica del marxismo. Tuttavia, la conclusione a cui giunge Cospito è che il problema del rapporto tra struttura e sovrastruttura, come la maggior parte dei problemi affrontati da Gramsci nei Quaderni, non trova una soluzione definitiva. Questa mancanza di risposte chiare e coerenti non deve, secondo l'autore, portare ad un rifiuto dei Quaderni, come hanno sostenuto per esempio Croce o Perry Anderson, piuttosto deve stimolare l'interprete a una lettura che superi un atteggiamento puramente filologico, per valorizzare i contributi che le riflessioni di Gramsci possono offrire al pensiero politico contemporaneo.

Conclude il “laboratorio culturale” su Gramsci un articolo di Fabio Frosini su Il divenire del pensiero nei Quaderni del Carcere, che non costituisce una relazione della Conferenza Internazionale di Puebla. La tesi centrale dell'articolo è che, essendo i Quaderni un'opera non conclusa, per comprenderli è necessario ricostruire il metodo di lavoro di Gramsci e le diverse fasi delle sue riflessioni nel carcere. L'autore individua tre fasi nei Quaderni: nella prima (1929-primi mesi del 1932) Gramsci inizia e completa nove quaderni, avviando la ripartizione dei testi in diverse aree tematiche; nella seconda (metà 1932-metà 1933) vengono ripresi un certo numero di testi in quattro quaderni speciali e avviati tre quaderni miscellanei; nella terza (metà 1933-metà 1935), successiva alla grave crisi del 33 che porterà al ricovero in clinica, Gramsci si limita a ricopiare i testi già scritti in precedenza, aggiungendo poco di nuovo. Per questo si può sostenere che i Quaderni si concludano sostanzialmente nel marzo del 33.
Per quanto riguarda i temi che Gramsci intendeva affrontare nei suoi Quaderni, è possibile fare riferimento alle lettere inviate alla cognata Tania Schucht. In particolare, nella lettera del 25 marzo 1929 emerge una ristrutturazione del piano di lavoro già indicato in precedenza: in questa lettera vengono indicati come temi da sviluppare “1° La storia italiana nel secolo XIX, con particolare riguardo della formazione e dello sviluppo dei gruppi intellettuali. 2° La teoria della storia e della storiografia. 3° L'americanismo e il fordismo”. Come risulta da altri elementi, Gramsci intendeva con “Teoria della storia” un'analisi critica del materialismo storico, capace di superare sia la versione meccanicistica di Bucharin, sia la “revisione” idealistica di Croce. Nel corso di questa analisi Gramsci, secondo Frosini, accresce il suo interesse nei confronti di Croce: mentre in precedenza egli aveva concentrato la sua attenzione soprattutto sulle risposte da dare alle critiche che Croce muoveva al materialismo storico, adesso egli studia il pensiero crociano per scoprire cosa di questo possa essere ripreso dalla filosofia della prassi e cosa debba essere rifiutato.
Frosini ritiene che anche la ricerca sugli intellettuali subisca rivelanti cambiamenti nello sviluppo dei Quaderni. Questo tema, infatti, diventa da un lato un'analisi sulla nascita dello Stato moderno e sulla sua mancata formazione in Italia, dall'altro porta ad un approfondimento teorico dei concetti di Stato e di egemonia. L'articolo si conclude ricordando che Gramsci sottolinea più volte la provvisorietà delle sue analisi; per questo una lettura adeguata dei Quaderni non può prescindere dalla loro natura processuale. (D.S.)

TOP2000, 6

Guido Liguori, Stato e società civile da Marx a Gramsci, pp. 37-43.

Il saggio di Liguori riproduce la relazione tenuta al Convegno “Marx e Gramsci. Da Marx a Gramsci, da Gramsci a Marx”, svoltosi a Trieste nel marzo del 1999. Liguori si sofferma sul rapporto tra Stato e società civile, contestando la lettura della società civile in Gramsci, sviluppata da Bobbio. Com'è noto, Bobbio evidenzia il contrasto tra la visione di Marx della società civile, dominata dagli aspetti economici, e la visione di Gramsci che della società civile sottolineerebbe soprattutto gli aspetti culturali. Secondo Liguori, l'interpretazione di Bobbio esprime, però, una concezione meccanicistica, incapace di comprendere realmente le analisi sulla società civile di Marx e di Gramsci, caratterizzate da una visione dialettica che unifica il momento economico con quello politico. Il merito di Gramsci, secondo Liguori, è stato quello di aver superato la visione strumentale e riduttiva dello Stato, che costituisce il principale limite della teoria politica di Marx. Gramsci avrebbe saputo interpretare in modo originale e convincente la “socializzazione della politica” e la “politicizzazione del sociale”, tipici dell'età contemporanea. (D. S.)

Gian Mario Bravo, Pluralismo e democrazia nella costruzione ideale del comunismo, pp. 55-64.

Gian Mario Bravo nel suo articolo ripercorre la storia del pensiero comunista, sostenendo l'attualità delle sue motivazioni politiche, sociali ed etiche. Dopo il crollo del “muro” di Berlino e dell'Unione Sovietica, il comunismo può finalmente coniugarsi con la democrazia e il pluralismo e recuperare i suoi valori originari. Il movimento comunista appare nelle pagine di Bravo come tensione verso l'equità sociale, l'internazionalismo, un rapporto armonioso tra individuo e società; come il recupero di una libertà diversa da quella del mercato e, riprendendo le definizioni di Constant, è più vicina alla “libertà degli antichi”.
L'autore si sofferma sulle realizzazioni storiche del comunismo, evidenziando non solo gli errori, ma anche i meriti dei movimenti comunisti, che hanno dato in molti paesi un contributo decisivo allo sviluppo della democrazia, alle lotte contro il colonialismo e l'imperialismo, alla realizzazione di grandi riforme sociali e alla convivenza pacifica di popoli che per secoli si erano combattuti e che hanno ripreso a combattersi dopo il crollo dei sistemi comunisti. (D. S.)

Emanuela Susca, Sorel e il problema dell'immediatezza, pp. 65-73.

Il saggio di Emanuela Susca esamina, in modo sintetico, le principali opere di Sorel, soffermandosi sul rapporto tra Marx e il socialista francese. Si parte dalla riflessione sulla scientificità del marxismo, che Sorel tende a svalutare per apprezzare soprattutto la produzione di miti capaci di mobilitare le masse. L'autrice evidenzia che per Sorel la rivoluzione deve essere attuata direttamente dal proletariato, il quale sviluppa la sua coscienza politica grazie all'influenza esercitata dalle condizioni produttive. Di qui la polemica, che ritorna spesso nelle sue opere, con Bernstein, i giacobini e Blanqui, colpevoli di esaltare il partito e gli intellettuali e di produrre una nuova statolatria e nuove forme di subordinazione; elementi che sarebbero estranei, secondo Sorel, all'interpretazione autentica del marxismo. (D. S.)

TOP2001, 2-3

Carlos Nelson Coutinho, Il concetto di politica nei Quaderni del Carcere, pp. 69-77.

L'articolo contiene la relazione presentata da Coutinho nel seminario "Gramsci e il suo tempo", svoltosi a Bologna il 7 marzo 2001. L'autore evidenzia il significato positivo che Gramsci attribuisce alla "scienza della politica". Punto centrale dell'articolo è la distinzione, presente nei "Quaderni del Carcere", tra due significati di politica: un significato ampio nel quale la politica s'identifica con la stessa prassi dell'uomo, e quindi con tutte le attività sociali, nelle quali l'uomo riesce a superare la sua passività e a trasformare la struttura economica in strumento della sua libertà; un significato ristretto che ha al centro il rapporto tra governanti e governati. Per quanto riguarda il significato ristretto, Gramsci sviluppa una critica della politica: egli vede la divisione tra governanti e governati come un fenomeno storico, prodotto dalla divisione della società in classi antagoniste, e quindi come un elemento che può essere superato attraverso la costruzione di una nuova società. L'articolo si conclude con l'esame del rapporto tra struttura e sovrastruttura nei "Quaderni del Carcere" e con la tesi che Gramsci avrebbe sviluppato "un'ontologia marxista della prassi politica".(D. S.)

Alberto Burgio, Epoca storica e periodizzazione nei Quaderni di Gramsci, pp. 78-84.

L'autore parte dall'analisi dell'espressione, contenuta nei Quaderni di Gramsci, "fare epoca". Un evento storico "fa epoca" se riesce a produrre una nuova formazione sociale, se spezza la semplice riproduzione delle strutture sociali esistenti. Per chiarire meglio questo concetto Burgio esamina rapidamente alcuni fenomeni sociali, oggetto di studi approfonditi nei Quaderni, quali l'Affaire Dreyfus, il Fascismo, l'Americanismo, che non "fanno epoca" perché si limitano a produrre delle modificazioni limitate, senza cambiare i rapporti economici e sociali. Diversa la rilevanza storica della Rivoluzione Francese, che Gramsci considera come il vero inizio dell'Età Moderna perché capace di porre fine alla crisi iniziata nel Medioevo. L'articolo si conclude evidenziando il significato storico della Rivoluzione Francese, che inizia una nuova "epoca storica", la cui diffusione nel resto d'Europa permette di spiegare le tormentate vicende del XIX secolo. (D.S.)

Domenico Losurdo, Idea di epoca storica in Marx e analisi del nostro tempo, pp. 85-93.

Losurdo nel suo articolo applica la concezione di Marx, secondo cui il passaggio da un'epoca all'altra dipende dalla contraddizione tra nuove forze produttive e vecchi rapporti di produzione, nell'esame dei processi sociali che hanno caratterizzato la storia contemporanea a partire dalla Rivoluzione Francese. Infatti, non bisogna ridurre la rivoluzione ad un singolo evento, ma considerare l'intera epoca, che ha inizio con la Rivoluzione Francese, come un'epoca di rivoluzione. Quest'epoca, nella quale una funzione fondamentale ha svolto la Rivoluzione d'Ottobre, ha eliminato le antiche discriminazioni basate sul censo, sulla razza e sul sesso e ha prodotto le nostre società democratiche. Oggi questo processo, secondo l'autore, sta conoscendo una svolta decisiva: il fenomeno della globalizzazione, i cui aspetti più inquietanti sono la polarizzazione del potere economico e del potere politico e la nascita di uno Stato mondiale che rappresenta la dilatazione della sovranità degli Stati occidentali, evidenzia il contrasto tra rapporti borghesi di produzione e nuove forze produttive. (D.S.)

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

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