Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 19 agosto 2002
Filosofia Politica
Filosofia politica


La rivista è presente sul web (momentaneamente solo con una presentazione e un indice) ed è raggiungibile cliccando qui. Il Gruppo ESSPER mette, invece, a disposizione degli spogli. Le schede offerte dal BFP sono di Daniele Albasini, di Domenico Sgobba e di Francesco Giacomantonio.

Ecco le schedature del BFP

1996, 3
1999, 1 1999, 2 1999, 3
2000, 1 2000, 2 2000, 3
2001, 1 2001, 2

TOP10 (1996), 3

R. Farneti, Filosofia e tirannia. Hobbes e la trasformazione della politica, pp.421-437.

In questo articolo Roberto Farneti esamina la trasformazione epocale che il concetto di tirannia subisce nel pensiero di Hobbes.
In una prima fase viene mostrato come, nella tradizione del costituzionalismo inglese, la parola tirannia avesse una connotazione fondamentalmente tecnico-giuridica : nel corso del medioevo era presente l'idea che, se il principe infrangeva una legge, non restava che affidarsi che alla volontà di Dio ; vi era cioè il problema della difficoltà di rendere legittimo il diritto di resistenza di una istituzione umana come il Parlamento contro l'autorità del re. Nel Policraticus di Giovanni di Salisbury emerge allora quella che ai nostri occhi appare la contraddizione tra il carattere giusto di un'azione violenta contro il tiranno e la non liceità, da un punto di vista giuridico, di un'azione legale contro di lui.
Sino al 1640 circa, ad eccezione dei contributi di Hooker, in misura peraltro limitata e tutta da discutere, l'identificazione tra re e lex loquens è ancora molto forte sia nella teoria che nella pratica politica. Sino a questo momento insomma la teoria politica tende a rifiutare(se si eccettuano i sostenitori della forma di governo di tipo repubblicano) una identificazione tout-court tra sovrano e tiranno.
L'importanza dei contributi di Hobbes sul concetto di tirannia risiede, quindi, proprio nel fatto che egli per primo, rompendo con la rigidità del pensiero tradizionale, cessa di distinguere il re dal tiranno e priva, conseguentemente, l'individuo della facoltà di giudicare le azioni del suo sovrano. Lo strumento, attraverso cui Hobbes sostiene questa innovativa posizione teorica, è il contratto che consente di programmare il tempo dello Stato come tempo compreso tra i due termini catastrofici dell'uscita e della ricaduta nello stato di natura. Ed è nell'eliminazione di una forma di razionalità incerta come quella del giudizio umano, nella sua dissoluzione nel calcolo che riduce il problema dell'obbedienza al mero riconoscimento di quella forza in grado di tenere unito lo Stato, che Hobbes fonda il suo contrattualismo.
La fine della distinzione tra re e tiranno operata da Hobbes diventa così la fine della tradizione della politica come scienza del buon governo e, simultaneamente, l'inizio di una nuova prospettiva per la filosofia politica. (F.G.)

TOP13 (1999), 2

L. Jaume Liberalismo e legame sociale in Benjamin Constant, pp. 185-99.

L'articolo di Lucien Jaume, ricostruendo alcuni temi del pensiero di Constant, evidenzia l'attualità del pensatore francese e individua le principali differenze esistenti tra le diverse correnti del liberalismo, nate in Francia dopo la Rivoluzione dell'89. In particolare, l'autore distingue due grandi correnti liberali: quella dei “dottrinari”, che ha il suo massimo rappresentante in Guizot, interessata soprattutto ai poteri dello Stato e al loro rapporto con le élites borghesi, e la corrente “individualista” di Constant più attenta ai diritti del singolo. Delle due correnti, la prima ebbe il sopravvento nei primi decenni dell'800, mentre la seconda rimase, fino all'avvento della III Repubblica, minoritaria.
Le differenze tra i due modi di concepire il liberalismo sono notevoli e possono illuminarci su elementi decisivi della vita politica: in Guizot, il legame sociale viene realizzato attraverso l'incorporazione nella sfera pubblica dei grandi interessi che le élites dei notabili rappresentano. Viceversa, Costant individua il legame sociale nella capacità di costituire una società degli individui. Per questo il rapporto tra società e Stato, tra governati e governanti, non deve essere di coincidenza o di fusione. Nei “dottrinari”, il “governo delle classi medie” realizza la coincidenza tra la “sovranità di fatto” e la “sovranità della ragione”; in Constant non vi è coincidenza tra le due sovranità. Infatti, i governanti non hanno il compito di diffondere la verità e devono lasciare all'individuo la possibilità di sbagliare, perché solo gli errori possono permettere lo sviluppo sociale.
La posizione di Costant è quindi contraria alla proposta platonica, ripresa da numerosi esponenti del pensiero contemporaneo, che vuole assegnare il potere ai filosofi e difende l'autonomia della cultura. Le differenze tra Guizot e Constant emergono nel diverso ruolo attribuito agli organi di stampa: per il primo essi devono essere espressione dei grandi partiti e strumenti per il governo della società; per il secondo essi sono al servizio della società. Queste idee ci permettono di comprendere meglio la celebre conferenza sulla libertà degli antichi e dei moderni. Jaume evidenzia che per Constant, a differenza di ciò che ha sostenuto l'interpretazione tradizionale, le due libertà non sono in contrapposizione e sono entrambe necessarie per lo sviluppo sociale: il perseguimento degli interessi privati non può essere realizzato senza la partecipazione e il controllo sulla vita politica. (D.S.)

TOP13 (1999), 3

C. Galli, Politica e politico nella fine del moderno, pp.497-504.

In questo articolo, Carlo Galli analizza il tema della presunta fine della politica moderna sulla base delle interpretazioni date da due studiosi(Barcellona in Il declino dello Stato, Dedalo, Bari, 1998 e Tronti in La politica al tramonto, Einaudi, Torino, 1998) legati alla tradizione marxista.
Entrambe queste interpretazioni ripercorrono le logiche della modernità, per cercare di spiegarne la crisi, ma lo fanno secondo modalità diverse.
Barcellona, in quanto giurista, iscrive la logica politica della modernità in una logica giuridica, centrata sulla norma. Di qui l'idea che lo Stato (in quanto costruzione giuridica della politica moderna) sia un sistema che ha in sé, costitutivamente, la sua crisi. La crisi del moderno viene però analizzata da Barcellona anche secondo dimensioni più prettamente storiche : poiché lo Stato è norma esso viene messo in crisi da un'altra logica emergente della modernità, quella della democrazia e della decisione. A questa contraddizione, tipica del mondo contemporaneo, Barcellona pensa si possa far fronte solo attraverso lo sforzo di istituire un legame sociale autentico e non sostituito dal nesso fra soggetto astratto e istituzione, ossia tramite il ritorno della politica intesa come libera e piena facoltà umana.
Tronti, da parte sua, scorge nella modernità l'apertura di un conflitto tra le categorie della politica e quelle dell'economia che allo stato attuale vede vincenti le seconde : nell'homo oeconomicus e nel trionfo del capitalismo si realizza la fine della storia moderna.
Ora, da queste interpretazioni Galli deduce una generale difficoltà di pensare la politica oggi secondo tradizioni marxiste : nell'impostazione di Barcellona risulta complicato coniugare l'impersonalità delle istituzioni con la sua idea di “democrazia appassionata” ; in Tronti la nostalgia per la dimensione conflittuale della politica di stampo schmittiano non permette di valutare le possibilità della nuova politica presenti nella globalizzazione. (F.G.)

TOP14 (2000), 1

D. Zolo, Cittadinanza. Storia di un concetto teorico-politico, pp. 5-18.

Ricostruendo storicamente il significato teorico-politico della cittadinanza, l'autore individua tre concezioni basilari: a) una concezione classica, che risale alla cultura politica greco-romana, in cui è messo a fuoco un modello di cittadinanza basato sulle virtù civiche e sulla dedizione alla cosa pubblica; b) una concezione moderna, legata alla nascita e allo sviluppo dello Stato nazionale europeo, in cui la cittadinanza acquisisce progressivamente un carattere non aristocratico e non elitario; c) una concezione democratico-sociale, connessa all'emergere, fra ottocento e novecento, dei partiti socialisti, alla nascita del movimento sindacale e infine all'affermazione del Welfare State. Nonostante sia stata chiamata, in questi ultimi anni, ad affrontare numerose sfide e a intrecciarsi con questioni complesse (dalla globalizzazione al costituirsi di nuove comunità sovranazionali), la nozione di cittadinanza, sostiene l'autore, non solo resta una voce cruciale del lessico politico occidentale, ma è anche la categoria cruciale di un'adeguata concezione della democrazia; essa infatti consente, da un lato, di guadagnare il duplice punto di vista della titolarità dei diritti e del loro godimento effettivo, e dall'altro lato, di associare in una prospetiva unitaria l'universalismo dei diritti soggettivi e il particolarismo dell'appartenenza a un gruppo politico. (D.Al.)

D. Taranto, Cittadinanza tra partecipazione ed inclusione, pp. 19-33.
L'autore prende dapprima in esame l'emergere del concetto di cittadinanza, mostrando in che modo essa fosse originariamente intesa come possibilità effettiva di esercitare i diritti politici. L'analisi si muove prevalentemente tra le canoniche linee concettuali tracciate da Aristotele nel III Libro della Politica e alcuni testi degli oratori attici, Lisia e Demostene in particolare. In seguito, l'autore mette in rilevo il graduale svuotarsi degli elementi partecipativi contenuti nel concetto di cittadinanza, evidenziando a partire dall'età romana una tendenza predominante a enfatizzare la dimensione giuridica dell'appartenenza; una linea di sviluppo che troverà la sua sanzione con l'emergere del concetto di sovranità nell'età moderna. Non sono però mancate, osserva l'autore, voci alternative, come quelle di Marsilio da Padova e Machiavelli, che tentarono di ripristinare una nozione di cittadinanza più attenta alla partecipazione che non all'inclusione. (D.Al.)

TOP14 (2000), 2

A. D'Attorre, Le basi teoriche della sociologia del potere di Max Weber, pagg. 207-238.

L'articolo ripercorre, attraverso l'esame del saggio “Über einige Kategorien der verstehenden Soziologie” del 1913, (tradotto in italiano nell'opera “Il metodo delle scienze storico-sociali” pagg. 239-307) e del capitolo introduttivo, elaborato negli anni 1919-20, di Economia e società intitolato “Soziologische Grundbegriffe” (vol. I, pagg. 3-55), l'evoluzione della sociologia del potere di Weber. L'autore si sofferma su elementi come l'agire sociale, che risulta centrale in “Economia e società”, ma non nel saggio del 1913, in cui Weber aveva utilizzato, con un significato molto simile, l'espressione “agire in comunità”. In quest'ultimo testo, Weber impiega soprattutto la categoria dell' “agire di consenso”, che serve a spiegare gli ordinamenti sociali e a sviluppare la sociologia del potere. La categoria dell' “agire di consenso” non compare in “Economia e società”, in cui viene, invece, utilizzato il concetto di “relazione sociale”, anche se le acquisizioni teoriche conseguite negli studi precedenti trovano conferma in questo lavoro. Proprio la concezione del potere come “linguaggio” delle relazioni sociali rinvia a rappresentazioni, aspettative, riferimenti reciproci, che legano gli individui nei loro comportamenti, costituendo ciò che in precedenza Weber aveva individuato nell' “agire di consenso”. L'articolo evidenzia come nella sociologia del potere risulti particolarmente importante il reticolo di aspettative, segnali, convinzioni che lega gli individui e che preesiste ad ogni istituzione sociale. Lo studio di questi elementi caratterizza quello che è stato definito il metodo individualistico della sociologia comprendente di Weber. (D.S.)

TOP14 (2000), 3

All'interno della sezione “Materiali per un lessico politico europeo”, sono stati pubblicati alcuni contributi sulla Globalizzazione nei suoi diversi aspetti politici, economici, sociali.

C. Galli, Spazio e politica nell'Età Globale, pagg. 357-378.

L'articolo di Carlo Galli si sofferma, nella parte iniziale, sulle principali caratteristiche dei fenomeni che vengono indicati con il termine di globalizzazione. Questi processi sarebbero caratterizzati dalla deregolamentazione dei mercati internazionali; dal passaggio dal modello produttivo fordista al “toyotismo”, (nel quale la produzione tende a diventare sempre più flessibile, a decentrarsi in alcune aree del Terzo Mondo, a “deterritorializzarsi” e a “smaterializzarsi”); dalla nascita delle imprese transnazionali, dalla crisi dello Stato sociale e della centralità delle organizzazioni operaie. In poche parole, la globalizzazione segnerebbe la crisi del comando della politica sull'economia e la nascita di una organizzazione dello spazio a “reti”, senza alcun riguardo per i confini degli Stati. L'autonomizzarsi del sociale, dell'economico e del diritto privato dal politico-statuale e dal diritto pubblico produce la crisi delle principali categorie del pensiero politico. Per questo nella seconda parte del suo articolo, Galli si sofferma su alcune delle interpretazioni più significative dei nuovi fenomeni politici. L'articolo passa in rassegna in modo sintetico le posizioni della redazione di «Le Monde Diplomatique», che vede nella globalizzazione il trionfo del liberismo e delle sue contraddizioni; le tesi di studiosi (come Bobbio, Ferrarese, Archibugi) che, in modo più ottimistico, sottolineano la mondializzazione dei diritti umani e le tendenze verso una democrazia globale; le proposte di Held, basate sulla nascita di nuovi “spazi tematici” e di poteri localizzati; le tesi di Nancy incentrate sulla difesa delle singolarità e sul superamento delle concezioni politiche teologiche; le analisi di Hardt e Negri sul “nuovo Impero” e sulla nascita di nuovi soggetti politici. (D.S.)

E. Parise, Gli incerti sentieri della globalizzazione – Note di letteratura economica, pagg. 379-395.

L'articolo di Eugenia Parise evidenzia la problematicità che il fenomeno della globalizzazione presenta nella letteratura economica; infatti, questa categoria è nata all'interno degli studi sociologici. Economisti come Hirst e Thompson hanno sostenuto che gli attuali processi non sarebbero altro che una ripresa delle dinamiche economiche già presenti nel primo Novecento. Per gli storici del Centre Braudel il fenomeno della globalizzazione sarebbe ancora più antico e risalirebbe agli inizi dell'età Moderna. L'articolo si sofferma, quindi, sui cambiamenti avvenuti nei modi di produzione e nei mercati finanziari. Per quanto riguarda l'organizzazione delle imprese, attraverso l'esame degli studi più recenti, vengono descritti fenomeni come il decentramento produttivo, la denazionalizzazione delle imprese, i nuovi poteri dei consumatori. Tuttavia, nonostante i nuovi modelli reticolari, nelle imprese sembra sopravvivere la struttura verticistica e centralistica. Per questo le trasformazioni prodotte dalla globalizzazione sembrano essere più rilevanti nei mercati finanziari che nell'organizzazione dei sistemi produttivi. Nei primi, la deregolamentazione, la liberalizzazione, la fine dei cambi fissi e la finanziarizzazione dell'economia avrebbero prodotto un aumento dell'incertezza. Emerge sempre più l'incapacità degli Stati a determinare gli elementi macroeconomici fondamentali delle proprie economie. Tuttavia, l'attuale trionfo dei mercati non esclude che sia necessario il ritorno a forme di controllo politico, anche diverse da quelle degli stati territoriali. (D.S.)

Raffaele Laudani, Marxismo e globalizzazione – La filosofia politica di Istvan Meszaros a partire da Beyond Capital, pagg. 397-420.

R. Laudani nel suo articolo si sofferma sulle reazioni che il marxismo contemporaneo e, in particolare il filosofo ungherese Istvan Meszaros, hanno avuto nei confronti sia del fenomeno della globalizzazione, sia del crollo dei regimi socialisti. Oggetto dell'articolo è l'opera Beyond Capital in cui Meszaros, confrontandosi con i principali esponenti del marxismo occidentale e in particolare con il suo maestro Lukacs, tenta di spiegare i limiti e l'insuccesso delle esperienze socialiste del XX secolo. Le tesi del filosofo ungherese si basano sulla distinzione tra “capitale”, inteso come tendenza all'estrazione del pluslavoro, e “capitalismo”, definito come la forma più recente del processo di produzione del capitale. Questa distinzione è fondamentale per comprendere che i sistemi socialisti hanno rappresentato solo una nuova forma di personificazione del capitale, nella quale l'alienazione e la subordinazione degli operai non era superata. L'errore sia dei regimi socialisti, sia delle socialdemocrazie, è stato la speranza di poter controllare il capitale attraverso lo Stato, di qui il loro fallimento e la loro attuale resa alle ideologie neoliberiste. L'emancipazione dal capitale può essere raggiunta solo attraverso il superamento delle divisioni gerarchiche, attraverso il controllo democratico delle relazioni sociali. Questa emancipazione troverebbe oggi delle concrete possibilità nei processi di globalizzazione che produrrebbero la “crisi strutturale del sistema del capitale”. Anche in Meszaros è presente, quindi, l'idea della “fase suprema” del capitalismo e il socialismo sembra essere l'unica alternativa alla barbarie che incombe sulla nostra civiltà. (D.S.)

E. Greblo, Globalizzazione e diritti umani, pagg. 421-431.

L'articolo di Edoardo Greblo parte dalla duplice origine dei diritti umani che, da un lato, fanno riferimento all'universo della morale e quindi riguardano tutti gli esseri umani, dall'altro fanno parte delle norme giuridiche e dunque trovano applicazione solo nei confronti dei cittadini di un determinato Stato. Questa ambiguità dei diritti umani potrebbe essere superata, secondo i sostenitori del globalismo giuridico, solo con la nascita di un diritto cosmopolitico. L'esigenza di un diritto che superi la sovranità assoluta dei singoli Stati nazionali tipica del “modello Vestfalia” si sta affermando nella nostra epoca grazie ai crescenti rapporti di interdipendenza sviluppatisi all'interno della società mondiale. L'unificazione planetaria a livello economico e finanziario richiede la nascita di un diritto unificato, che potrebbe trovare la sua “norma fondamentale”nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Tuttavia, l'autore evidenzia i limiti del globalismo giuridico: la formazione di ogni sistema giuridico, anche di un sistema sovranazionale, richiede lo sviluppo di legami prepolitici tra i membri dei gruppi umani che siano espressione di un'identità collettiva. L'assenza di una società civile mondiale impedisce la formazione del consenso necessario per l'affermazione del diritto cosmopolitico e di una nuova cultura giuridica. (D.S.)

TOP15 (2001), 2

Paul Ricoeur, Potere e violenza, pp. 181-198.

Il saggio è la traduzione italiana del testo presentato da Paul Ricoeur per la prima volta nel 1989 in “Hannah Arendt, Ontologie et Politique”. Ricoeur sviluppa in queste pagine l'analisi di alcuni saggi della Arendt, in particolare “Sulla violenza” e “Tra passato e futuro”, soffermandosi su alcune osservazioni critiche di Habermas.
Punto di partenza è la distinzione, operata dalla Arendt, tra potere e violenza: la violenza può distruggere il potere, ma è incapace di crearlo, in quanto il potere è una proprietà dei gruppi sociali ed esiste fino a quando questi rimangono uniti. E' evidente in queste tesi il rifiuto di larga parte del pensiero politico, che ha identificato il potere con il dominio, con la capacità di costringere. Il dominio ha occultato la vera natura del potere, lo ha trasformato in un elemento dimenticato, che è necessario riscoprire. Per superare l'identificazione tra potere e dominio, è opportuno sottolineare che il potere non trova il suo fondamento nella verità (che è servita spesso a giustificare i regimi totalitari), ma nell'opinione.
L'altro nodo concettuale, che Ricoeur giudica decisivo nella riflessione della Arendt, è quello della “autorità”, che si distingue dal potere e trova la sua origine nella stessa fondazione di una società. Nei nostri sistemi democratici proprio l' “autorità”, il rapporto con la propria fondazione, le proprie origini, sarebbero venuti meno, generando gli attuali fenomeni di crisi e di disgregazione.(D.S.)

Luca Savarino, L'agire del dimenticato – Una nota a “Potere e violenza” di Paul Ricoeur”, pp. 199-205.

L'articolo di Luca Savarino, traduttore del saggio “Potere e violenza” di Ricoeur, sottolinea che nella Arendt trova espressione la crisi delle tradizioni che hanno dominato il nostro pensiero politico. La consapevolezza di vivere in un'epoca di crisi non produce il rifiuto di ogni tradizione, ma la ricerca nel passato di altre tradizioni, diverse da quelle oggi entrate in crisi. L'atteggiamento di Hannah Arendt può essere descritto con l'immagine del pescatore di perle, presente nel suo saggio su Walter Benjamin: di fronte a tradizioni in frantumi, è necessario sottrarre all'oblio quelle “forme cristallizzate”, quei frammenti di pensiero che possiamo riscoprire nello studio delle nostre radici culturali, in modo che possano tornare ad essere materia vivente. Il rischio è quello di decontestualizzare ciò che il passato ci ha lasciato. Ed è su questo elemento, che costituisce l'originalità e l'ambiguità della riflessione di Hannah Arendt, che Paul Ricoeur vuole attrarre l'attenzione del lettore.(D.S.)

Luca Basso, Critica dell'individualismo moderno e realizzazione del singolo nell' “Ideologia Tedesca”, pp. 233-256.

Il saggio di Luca Basso esamina le problematiche attinenti alla condizione individuale, presenti nell'opera di Marx ed Engels. L'autore si sofferma sul rapporto tra crescita impetuosa delle forze produttive, realizzata dal capitalismo, e condizioni di vita degli individui, indipendenti dal loro controllo. Il progresso economico produce un potere sociale estraneo agli individui, che si trovano a vivere nel “bellum omnium contra omnes” descritto da Hobbes. L'esito della società capitalistica è lo sviluppo di una comunità apparente, incapace di valorizzare gli “individui come individui”.
A questa società alienante, l'Ideologia Tedesca non intende sostituire un'organizzazione sociale basata sul sacrificio dell'individuo: criticando il moralismo altruistico, Marx ed Engels non contrappongono all'uomo “privato” l'uomo “universale”; piuttosto tentano di fondare un' “etica materiale”, che trova il suo fondamento nello studio delle condizioni sociali in cui gli individui si trovano a vivere per proporre un loro superamento. Sembra emergere nelle analisi di Marx e di Engels, come evidenzia Basso riprendendo gli studi di Balibar, un' “ontologia della relazione”, nella quale l'inseparabilità tra “individuale” e “transindividuale” configura il singolo come “interrelazionalità, multidirezionalità, potenzialità infinita”.(D.S.)
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Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
Chi volesse segnalare riviste non incluse nell'elenco o siti web di riviste già segnalate può scrivere a Corrado Del Bo'.