Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
bfp
Articoli | Riviste | Recensioni | Bibliografie | Lezioni | Notizie | Collegamenti
Home > Riviste
Ultimo aggiornamento 29 marzo 2004

Humanitas (Morcelliana)


La rivista è presente sul web con una pagina informativa. Le schede offerte dal BFP sono di Mariangela Gisotti.

Ecco le schedature del BFP

56 (2001), 4

Massimo Giuliani, Jacob Taubes e la teologia politica di San Paolo. Ovvero del conflitto ebraico-cristiano come fondamento della cultura occidentale, pp. 568-604.

Il saggio vuole essere un'analisi del percorso filosofico-intellettuale di Jacob Taubes, alla luce del problema del conflitto religioso tra ebraismo e cristianesimo, sul quale si incentrano le sue riflessioni, con un'attenzione particolare alla teologia politica di San Paolo, così come essa si esplica, nell'Epistola ai Romani. Per Giuliani l'opposizione di Taubes al pensiero di Carl Schimtt rappresenta una delle ultime manifestazione del più ampio conflitto giudaismo – cristianesimo, riguardo all'interpretazione del ruolo della Legge nell'ambito della salvezza.
Giuliani individua il fulcro della riflessione di Taubes nell'analisi dello scontro Paolo – Mosé. Paolo, col suo messianismo antinomico, si contrappone al pensiero giudaico tradizionale riconoscendo l'unico strumento di salvezza non più nell'osservanza della Torà, ma nella fede in Cristo. Il “vero ebreo” diventa colui che prescinde dalla “lettera” della Legge, intesa nei termini limitativi della sua storicità, e le dà un senso nuovo attraverso lo “spirito”, per mezzo dell'interpretazione allegorica. In ciò, per Giuliani consiste il reale punto di discrimine tra giudaismo e cristianesimo. Per Taubes questa interpretazione “interiorizzata” del giudaismo si pone come una sorta di scappatoia per camuffare la mancata redenzione storica del mondo, per mezzo della Legge. Gli apocalittici cristiani hanno dato vita ad una vera e propria teologia della storia, nella quale il senso del tempo che fugge verso una fine imminente, piuttosto che causare disinteresse per la storicità, ha potenziato il valore del tempo che incalza, dando così luogo, secondo Giuliani, all'autentica coscienza storica dell'Occidente.
Lo scontro Taubes – Schmitt, infine, si esplica anche nell'ambito dell'interpretazione del “regno di Dio”. Entrambi riconoscono la centralità della Legge, ma, mentre per l'uno la legge sta prima del sovrano, per l'altro essa si incarna nel sovrano stesso. Quest'ultima visione secondo Taubes, si è a tal punto snaturata in Schmitt da portarlo ad avvicinarsi al nazionalsocialismo. (M.G.)

57 (2002), 1

Massimo Giuliani, L'America (e il resto del mondo) dopo l'11 settembre 2001. Pensarci dopo lo spaesamento, pp. 81-95.

Gli eventi dell'11 settembre hanno provocato una profonda crisi del nostro sentirci occidentali ed un profondo senso di spaesamento, assai vicino alla Heimatlosigkeit heideggeriana. Per questo motivo ciò che più urge per poterci riappropriare della nostra coscienza occidentale non è tanto sconfiggere il terrorismo, quanto capirne le cause: Giuliani individua una forte correlazione tra la nostra identità, rappresentata dall'America, e le cause che hanno fatto nascere il terrorismo. Secondo l'autore, dietro l'immagine democratica dell'Occidente si nasconde una malcelata mentalità colonialistica, di cui la globalizzazione è una chiara manifestazione. Il terrorismo che ha colpito l'America, pur nella sua innegabile violenza e follia, può essere letto come il grido di ribellione e di sopravvivenza del mondo non-occidentale dinanzi all'atteggiamento imperialistico occidentale. Giuliani individua due punti di debolezza dell'Occidente. L'uno sta nel suo continuo proiettarsi verso il futuro e determina una memoria storica molto discontinua che prende le distanze dal proprio passato. Le civiltà non occidentali, al contrario, fondano la propria identità sulla tradizione e da ciò deriva l'odio storico dell'Islam nei confronti dell'Occidente, responsabile delle Crociate. Un altro punto di svantaggio per l'Occidente è rappresentato dalle proprie fallimentari pretese tecnologiche, le quali, per Giuliani, vanno radicalmente ridimensionate attraverso il percorso che Hans Jonas ha tracciato dall'euristica della paura verso l'imperativo responsabilità. (M.G).

Marco Rizzi, Martirio cristiano e protagonismo civico: rileggendo Martyrdom & Rome di G. W. Bowersock, pp. 96-107.

L'articolo si pone come analisi del fenomeno del martirio cristiano in relazione alle tesi sostenute da Bowersock. Rizzi rinviene, a partire dal III sec., la tendenza da parte cristiana ad impossessarsi degli strumenti di lotta cittadina, per riuscire a conquistare visibilità nell'ambito della vita pubblica, nonché il primato ecclesiale. Il martirio cristiano si pone come esempio eroico che deve essere visibile per risultare efficace. Necessita, dunque, di uno scenario urbano per poter ottenere il consenso delle masse; solo così si potrà avere l'irruzione di un popolo nuovo nella storia. Attraverso la lettura di autori come Tertulliano, Origene, Filostrato e di altri capisaldi della letteratura “martirologica”, l'Autore traccia una panoramica sulla pragmatica del protagonismo sociale, all'interno della quale il martirio viene a ricoprire un ruolo fondamentale che è alla base della nostra identità culturale. Si può intravedere in questo atteggiamento da parte del cristianesimo quell'ideologia della morte a servizio della promozione di una causa che era un tratto tipico del mondo greco-romano. Il martirio cristiano, rinnegando la funzione del suicidio presente in quell'ideologia, ha, secondo Bowersock, perso il suo carattere più militante. Nella letteratura “martirologica” mancano effettivamente, secondo Rizzi, espliciti riferimenti al tema del suicidio, ma sussisterebbe un continuo riferimento al “lasciarsi sacrificare” che è assai vicino al “farsi ammazzare”. (M.G.)

57 (2002), 2

Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, a cura di Maria Giungati, pp. 226-246.

L'articolo ripropone in versione integrale la lezione introduttiva tenuta dalla Arendt presso la New School for Social Research, in occasione di un seminario dal titolo Some Questions of Moral Philosophy. La Giungati evidenzia l'apparente distanza della tematica morale dagli specifici interessi politici della Arendt, dimostrando come in realtà, quest'ultima affronti la problematica morale nel tentativo di ritrovare un'etica per l'epoca che ha conosciuto l'orrore dei lager e dei gulag e che per questo sembra aver annullato la possibilità stessa della moralità. È Kant ad indicarle la via: gli uomini non devono attendere dall'esterno nuove leggi morali poiché la condotta morale dipende dalla relazione che l'uomo ha con se stesso, in quanto essere razionale. L'imperativo categorico diventa una «bussola» che guida l'uomo nella scelta del bene e del male ed il singolo si scopre, in questo modo, legislatore del mondo, a prescindere dalla religione e dalla politica. In conclusione, la Arendt si confronta con il pensiero di filosofi e pensatori religiosi che hanno tentato di negare l'esistenza del male deliberato. Tuttavia non riesce a concepire una giustificazione della malvagità umana di fronte all'«orrore indicibile» che l'epoca contemporanea ha conosciuto. (M.G.)

57, (2002), 3.

R. Celada Ballanti, Il problema del male nel pensiero di Leibniz, p. 385-417.

L'Autore trae spunto da un esempio del mondo della fisica per analizzare la tematica leibniziana del male. Quest'ultimo appartiene al reale in virtù della sua originaria limitatezza e, di conseguenza, anche il migliore dei mondi possibili è segnato da tale finitezza ontologica. Come questo mondo segnato irrimediabilmente dal crisma dell'imperfezione possa risultare il migliore fra i possibili resta per l'uomo un arcano. Lontana dalla fiduciosa interpretazione illuministica, l'armonia leibniziana non cancella il male, pur nel paradosso secondo il quale «i peccati sono beni». Celada Ballanti avanza un'interpretazione cristiana dell'armonia universalis, laddove il termine “armonia” richiama etimologicamente l'idea di “arma” e, dunque di pòlemos. L'armonia leibniziana viene così letta come una trasposizione estetico-teleologica dell'idea di pace che sorge dalla morte, dal dolore e dal male per mezzo della Croce. Lungi dall'essere identificata come un'oggettiva e meccanica legge di spiegazione della storia, l'armonia universalis si pone come «religione aperta», pluriprospettica chiave di lettura degli infiniti possibili. In questo orizzonte, il progresso è affidato alla praxis della monade alla quale spetta il compito di allargare la propria zona di luce di contro al male in cui si trova immersa. (M.G.)

Attilio Franchi, La fede a partire dalla fede, pp. 646-658.

L'Autore evidenzia come, nel rapporto fra religione e politica, non ci si trovi di fronte ad una opposizione, ma ad una coesistenza fra i due termini, al punto da poter ipotizzare un'interpretazione religiosa della politica. Con particolare riferimento al cristianesimo, Franchi sottolinea come nei Vangeli non si trovi mai la condanna della realtà politica od economica. Rimane pur vero, però, che l'abbandono fiducioso nelle mani del Padre, può essere letto come una sorta di anticipazione della morte, la quale, come tale, in apparenza mal si accorda con l'attivismo mondano. Franchi sottolinea, tuttavia, come in realtà la fede autentica non si ponga mai come rassegnazione, ma al contrario coinvolga il singolo pienamente nella vita quotidiana, al di là, però, di qualsiasi fondamentalismo. In questo orizzonte si colloca anche l'esperienza del Cristo, i cui insegnamenti si radicano nella cultura politica dell'Antico Testamento, a partire da quel «siate fecondi e moltiplicatevi» della Genesi che garantisce libertà politica ed uguaglianza a uomini e popoli. Infatti, più che di politica istituzionalmente ed ideologicamente intesa, nell'Antico Testamento ciò che interessa è il popolo, quale superamento della singola autocoscienza, morte dell'io e, come tale, realizzazione dell'agàpe. Quest'ultima viene a porsi così nei termini di una vera e propria alleanza politica col Cristo e col prossimo, al di là di qualsiasi solipsismo. (M.G.)

57 (2002) 5

Fulvio de Giorgi, Valenza politica della meditazione religiosa dell'ultimo Dossetti, pp. 780-784.

Nell'articolo viene analizzata la prospettiva escatologica che anima la riflessione dell'ultimo Dossetti, in una dimensione, quasi agostiniana, per la quale «la cittadinanza umana sporge sulla cittadinanza celeste». Nella constatazione di un male e di un peccato sempre più presenti nel mondo contemporaneo, la società coeva si presenta, ormai, come società post-cristiana, all'interno della quale l'alternativa è tra conquista del potere ed anarchismo, entrambi inaccettabili per Dossetti. La risposta è da cercare, a suo parere, nel Vangelo ed in un adeguamento della cultura contemporanea alla complessità e drammaticità della realtà che si vive. La resistenza del cristianesimo non deve essere quella debole, “da retroguardia”, ma forte e creativa. L'éschaton ha già avuto inizio e più che parlare di età post-cristiana occorrerà impegnarsi attivamente nella realtà sociale nella quale si è immersi, attraverso la preghiera, l'Eucarestia ed la battaglia spirituale. In una profonda apertura verso la comunità, nel superamento del proprio egoismo ed in una militanza attiva si traduce il progetto storico, cristiano e politico di Dossetti. (M. G.)

Lorenzo Santoro, L'azione e il ritmico qui ed ore della comunità. Midrash, ioli e simbolo nella riflessione di Giuseppe Dossetti, pp. 785-790.

In quanto studioso di diritto Dossetti portò avanti una profonda riflessione sulla comunità, da lui interpretata come popolo di Dio, il quale non si identifica con nessuna forma della socialità umana, pur vivendo in ognuna di esse. Ciò, però, non deve significare per il cristiano disinteresse nei confronti della pòlis, laddove la città degli uomini è segnata dal crisma di un male radicale che esige coscienza attiva e partecipazione profonda. L'unico che può nascondere la sofferenza agli occhi degli uomini è l'idolo, ma la sottomissione a quest'ultimo è per Dossetti scaturigine della violenza totalitaria, poiché nel nome dell'idolo ogni azione può essere compiuta. Al contrario, l'unica azione che Dossetti considera alla base dell'autentico vivere comunitario è quella che si dona agli altri. L'icona legittima è, allora, solo quella di Cristo che nell'Eucarestia dà vita ad una nuova comunità nella quale si perde la scissione tra interiorità ed esteriorità. Richiamandosi alla Arendt, Santoro evidenzia come in Dossetti tale azione finisca per trascendere il singolo stesso che la compie, aprendo, così, un più ampio e ciclico movimento relazionale. (M.G.)

57 (2002), 6

Michele Nicoletti, «Brenner», 1933. La coscienza del singolo e lo Stato totale, pp. 1016-22.

Nell'articolo vengono analizzate le istanze politiche di fondo che animano il Brenner, rivista fondata nel 1910 da Ludwig von Ficker. In particolare si analizza la posizione nei confronti del totalitarismo, con riferimento ad un saggio di Zangerle – Zur Situation der Kirche – sul tema del cattolicesimo nelle sue implicazioni sociologiche e politiche. Queste ultime si ispirano ad una prospettiva biblico-dinamica che collega il cattolicesimo ad un piano storico, piuttosto che al diritto naturale. Ciò è testimoniato dalle scelte effettuate dalla Chiesa dopo la fine della prima guerra mondiale a favore della de-europeizzazione e destatualizzazione della Chiesa stessa, nonché della responsabilizzazione del singolo. Si tratta di un nuovo evangelismo, caratterizzato da una forte ispirazione ecumenica che trova non nelle organizzazioni esteriori, ma nella forza della coscienza l'ultimo baluardo di difesa contro il totalitarismo. L'interiorità diventa il nuovo nemico dello stato totalitario. Nella fase di autodivinizzazione dello Stato, che il Reich inaugura, questo è l'unico spazio che rimane e ciò spiega il continuo tentativo di invasione da parte dello Stato stesso, attraverso un progetto eugenetico di vera e propria pianificazione umana. (M.G.)

58 (2003), 2

Renato Pettoello, «Nel segno del tramonto della civiltà». La cultura della crisi in Albert Schweitzer, pp. 308-323.

L'idea del tramonto dell'Occidente non nasce con Spengler che dà voce ad un sentimento già largamente diffuso. L'idea di una crisi della civiltà si ritrova in Simmel, Scheler, Valéry, Mann. Appartiene a questa letteratura della crisi anche Verfall und Wiederaufbau der Kultur di Albert Schweitzer. Vicino a Nietzsche durante gli anni giovanili, Schweitzer se ne allontana nel tentativo di conciliare il sì alla vita nietzscheano con l'etica ed il sentimento religioso della compassione, richiamandosi a Tolstoj. È in questo contesto che nasce la sua opera principale, la quale non vuole configurarsi come mera critica della civiltà, bensì come volontaristico proposito di individuare gli strumenti culturali per ricostruire la civiltà. La filosofia, in questo orizzonte, deve tornare ad essere elementare, deve, cioè, tornare a porsi le domande fondamentali, non più chiusa nelle accademie e lontana dalla vita, ma in grado di elaborare una visione del mondo che ci renda uomini attivi e riflessivi. Se la filosofia non realizza questo suo compito primario si ha quella “abdicazione del pensiero” che rende la crisi della civiltà inevitabile. Si tratta, invece, di elaborare un nuovo razionalismo che dia voce alla volontà di vita insita nell'uomo e abbia come suo esito necessario l'irrazionalismo che contraddistingue ogni autentica convinzione. (M. G. )

58 (2003), 5

Giorgio Barberis, Il diritto di resistenza nell'opera di John Locke, pp. 897-914.

L'autore individua nel diritto del cittadino a difendersi contro l'arbitrio del potere uno dei valori fondamentali che contraddistinguono il pensiero liberale. In quest'ottica  John Locke il primo ad aver sostenuto la preminenza dei diritti naturali contro ogni possibile violazione da parte del potere politico. Quello dello Stato deve essere un potere limitato, basato sul consenso dei governati. I diritti di questi ultimi, d'altro canto, non sono certo illimitati, ma devono aver fine lˆ dove iniziano i diritti altrui. Lo Stato deve essere a garanzia di questa situazione, mediante la separazione fra i poteri. Se ci˜ non si verifica, il popolo mantiene il diritto fondamentale alla resistenza. Barberis delinea lo sviluppo di tale concetto all'interno degli scritti lockiani, evidenziando come il filosofo inglese non abbia da subito teorizzato esplicitamente il concetto di resistenza attiva del popolo contro l'arbitrio del potere. La definizione compiuta di esso viene raggiunta nella Lettera sulla tolleranza e nei due Trattati. Quattro sono le forme di degenerazione - conquista, usurpazione, tirannide e dissoluzione del governo - che legittimano quello che Locke definisce - con riferimento ad un passo biblico - l'appello al cielo. Quest'ultimo si configura quale regresso allo stato prepolitico, dove nessuna legge ha pi valore, se non quella naturale; da essa  necessario partire per una rifondazione dello stato civile. L'appello al cielo, in quanto espressione del diritto di resistenza, nel riconoscimento del valore universale delle leggi di natura, lungi dal voler configurare uno stato di anarchia, nasce dalla necessitˆ di preservare la libertˆ naturale e la piena sovranitˆ da parte del popolo. (M. G.)



Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
Chi volesse segnalare riviste non incluse nell'elenco o siti web di riviste già segnalate può scrivere a Corrado Del Bo'.