Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 2 dicembre 2003

The Journal of Political Philosophy


La rivista è presente sul web ed è raggiungibile cliccando qui. Le schede offerte dal BFP sono di Emanuela Ceva.

Ecco le schedature del BFP

2000, 1 2000, 2 2000, 3
2001, 1 2000, 2 2000, 3

TOP8 (2000), 2

F. Abdel-Nour, Liberalism and Ethnocentrism, pp. 207-26.

L'articolo prende vita dalla definizione, proposta da Rorty in Objectivism, Relativism and Truth, di due tipi di etnocentrismo, connessi entrambi ad una qualche forma di disprezzo per il diverso:
  • da un lato, viene presentata una posizione epistemologica;
  • dall'altro, invece, viene messo in risalto il legame ad un ethnos specifico. L'etnocentrismo viene ad assumere, così, la valenza di una dichiarazione di lealtà alla cultura socio-politica di quella che i marxisti hanno chiamato la bourgeois democracie.
Nel primo senso, l'etnocentrismo appare come un male necessario, dovuto alla nostra natura di esseri finiti. Seguendo tale argomento epistemologico, Rorty pone in evidenza come, in realtà, nessuno ha concrete alternative all'etnocentrismo. Nel secondo caso, Rorty richiama la forza dell'adesione, della lealtà ad una specifica cultura. In modo particolare, il riferimento è alla cultura liberale, i cui valori vengono considerati come la migliore speranza per l'essere umano. Secondo il filosofo, infatti, il tipo di etnocentrismo connesso alla teoria liberale non sarebbe da temere, anche qualora venisse imposto a popolazioni differenti, in quanto strutturato su valori di apertura all'altro, tolleranza e giustizia procedurale. Nel corso dell'articolo, l'autore cerca di porre in evidenza i pericoli insiti in simili considerazioni, le quali, nonostante le dichiarazioni d'intenti, sembrano introdurre una forte forma di chiusura all'interno di una posizione, che viene considerata moralmente superiore alle altre, tanto da voler essere imposta anche a forme di vita sociali molto differenti. (E.C.)

J. Waldron, What is Cosmopolitan?, pp. 227-43.

In questo articolo Waldron conduce un'analisi teorica del termine cosmopolitan, cercando di individuare le basi su cui giustificare l'attribuzione di tale caratteristica a un particolare stile di vita. In modo specifico, l'autore prende le distanze dalla posizione precedentemente presentata nel corso di un articolo pubblicato sul Michigan Journal of Law Reform, dal titolo Minority Cultures and the Cosmopolitan Alternative. Qui, l'autore sosteneva l'idea per cui i modi di vita di un cosmopolita apparivano profondamente differenti da quelli di un individuo che ha condotto tutta la sua esistenza all'interno di un'unica realtà culturale. Tale idea viene messa in crisi dalla connotazione in termini multiculturali, assunta da numerose realtà sociali contemporanee. Questo stato di cose ha permesso anche ai membri di società particolarmente forti e vincolanti, di fare esperienze di modi di vita molto diversi dai propri. Waldron dedica, inoltre, particolare attenzione allo studio delle implicazioni che il concetto kantiano di diritto cosmopolitico ha avuto sulla cosiddetta identity-politics, che risulta connessa, essenzialmente, alla conservazione delle differenti dimensioni identitarie forgiate nel profondo da un nucleo di tratti culturali sottratti ad ogni possibilità di negoziazione. (E.C.)

C. Lu, The One and Many Faces of Cosmopolitanism, pp. 244-67.

L'autrice si pone lo scopo di chiarire, nel corso dell'articolo, la comprensione del termine cosmopolitanism, all'interno di una prospettiva etica. Solitamente, ci si riferisce ad un'etica come cosmopolitica quando questa fugge da ogni particolarismo, per abbracciare un qualche ideale morale universale. La proposta avanzata dall'autrice è di un “cosmopolitismo” eticamente connotato, nei termini di un riconoscimento nell'appartenenza ad una stessa condizione umana, caratterizzata dalla fragilità, dalla fallibilità. Un'idea, questa, sensibile alle differenze, tollerante nella sua promozione non violenta della comprensione reciproca e del dialogo. (E.C.)

TOP8 (2000), 3

J. Spinner-Halee, Land, Culture and Justice: a Framework for Group Rights and Recognition, pp. 319-42.

Viene, qui, presa in considerazione l'efficacia delle politiche di riconoscimento di diritti speciali a gruppi minoritari, finalizzati alla tutela e alla salvaguardia della loro sopravvivenza. Tali politiche prendono le forme di provvedimenti distributivi, ma anche di concessione di autonomia decisionale circa le proprie regole socio-politiche. I fattori da tenere in considerazione, qualora si debba decidere circa la concessione di simili diritti, sono principalmente tre:
  • il territorio (il radicamento in esso e la concentrazione culturale);
  • la cultura, nei suoi aspetti più specifici;
  • la giustizia, valutando il grado di oppressione in cui un determinato popolo si trova a vivere.
L'autore affronta, anche, analiticamente il concetto di diritto, cercando di chiarirne il significato. Se, infatti, per definizione, i diritti sono non negoziabili, è difficile annoverare tra questi molti dei “diritti” speciali, che si presentano proprio come concessioni ottenute attraverso il negoziato. In conclusione, l'autore avanza un appello alla circostanzialità: tali casi sembrano poter essere decisi solo di volta in volta, tenendo in considerazione le differenti istanze e le pretese avanzate dai diversi gruppi. Ogni costrutto teorico sembra poter – e dover - avere “solo” la funzione di un paio di lenti, attraverso le quali affrontare e gestire i diversi problemi. (E.C.)

M. Trappenburg, In Defence of Pure Pluralism: Two Readings of Walzer's Spheres of Justice, pp. 343-62

L'autrice ricava, dalla lettura di Spheres of Justice di M. Walzer, due idee di giustizia distributiva:
  • la prima, definita nei termini di “pluralismo puro”, propone criteri di distribuzione differenti, a seconda delle diverse sfere di giustizia;
  • la seconda, intesa come “pluralismo moderato”, individua criteri di giustizia che tagliano trasversalmente le diverse sfere considerate. (E.C.)


TOP9 (2001), 1

I.M. Young, Equality of whom? Social Groups and Judgments of Injustice, pp. 1-18.

In questo articolo, Iris Marion Young affronta una delle questioni centrali nel dibattito normativo sull'idea di eguaglianza: 'a cosa dovremmo mirare quando parliamo di rendere le persone più eguali?'. Nell'indagare tale questione, l'autrice si interroga su quali siano le unità di paragone - se i singoli individui o i gruppi. Young propone di considerare la promozione dell'eguaglianza in relazione al benessere (well-being) degli individui e di considerare l'eguaglianza tra gruppi, non pensando ai gruppi in quanto tali, ma ai membri che ne fanno parte. Ciononostante, qualora si vogliano formulare giudizi di eguaglianza su base comparativa, l'autrice suggerisce di considerare il differente status dei diversi gruppi e il loro benessere collettivo. La maggior parte delle cause di diseguaglianza, infatti, sono ritenute essere legate a un'iniqua distribuzione delle risorse sociali e gestione delle relazioni interpersonali, più che a questioni riconducibili alle preferenze e alle scelte individuali. Ecco, quindi, che la comparazione delle condizioni dei differenti gruppi assume particolare valore nell'individuazione e nell'analisi delle ineguaglianze strutturali. (E.C.)

S. R. Smith, The Social Construction of Talent: A Defence of Justice as Reciprocity, pp. 19-37.

L'autore esamina il modo in cui i talenti personali sono stati considerati nello studio delle teorie della giustizia. Smith rileva come l'attenzione sia stata tradizionalmente focalizzata sulla questione della distribuzione delle risorse tra persone dotate di talenti e persone che ne sono prive. Una simile scelta sembra essere avvenuta a discapito dello studio dei meccanismi attraverso i quali gli individui vengono categorizzati come dotati o privi di talenti. Una simile classificazione avverrebbe, secondo l'autore, in base ai processi di costruzione sociale, in relazione ad una sorta di paradigma di reciprocità. (E.C.)

E. Kelly, L. McPherson, On Tolerating the Unreasonable, pp. 38-55.

L'articolo inizia prendendo in esame le sfide di consenso (agreement) sollevate dal pluralismo nei confronti dei modelli contrattualisti e dell'idea di tolleranza a essi connessa. Per trovare un criterio sulla base del quale giudicare quali pratiche ed istanze culturali siano tollerabili, alcuni filosofi politici (quali Charles Larmore, Joshua Cohen e Barbara Herman) hanno fatto ricorso a una qualche idea di ragionevolezza. Gli autori suggeriscono qui come una simile posizione restituisca un'idea di tolleranza troppo 'stretta' e inospitale e propongono, perciò, una concezione di tolleranza come 'wide public justification'; una giustificazione, cioè, fondata su di un consenso che include tutte quelle prospettive che possono essere ricondotte ai valori (politici) democratici fondamentali. Sulla base di questo nuovo criterio di giudizio, il contratto sociale dovrebbe includere tutte quelle prospettive che sono filosoficamente irragionevoli se e solo se questa loro irragionevolezza filosofica non si traduce anche in una irragionevolezza politica. (E.C.)

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Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
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