Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 2 settembre 2002


Philosophy and Public Affairs


La rivista è presente sul web con una pagina informativa. Seguendo questo link si possono avere informazioni sulle collezioni tematiche di articoli contenute nella serie Philosophy and Public Affairs Readers. Le schede offerte dal BFP sono di Luca Mori e di Maria Chiara Pievatolo.

Ecco le schedature del BFP

1999, 4
2000, 1 2000, 2 2000, 3 2000, 4
2001, 1 2001, 2 2001, 3 2001, 4
2002, 1 2002, 2


TOP28 (1999), 4

Rahul Kumar, Defending the Moral Moderate: Contractualism and Common Sense, pp. 275-309.

Questo articolo considera la possibilità di conciliazione tra il contrattualismo politico ed una teoria morale dell'assistenza reciproca tra gli individui, che abbia la plausibilità intuitiva caratteristica del senso comune. Partendo da una versione del contrattualismo che non richiede il riferimento rawlsiano al “velo d'ignoranza”, l'autore passa in rassegna diverse situazioni possibili di interazione sociale, esaminando l'intreccio delle intenzioni, delle motivazioni, dei loro esiti effettivi e delle attese rivolte al comportamento altrui; inoltre, riflette sulla distinzione fra azioni moralmente permesse e azioni moralmente obbligatorie. Kumar arriva così a sostenere che “una persona è tenuta ad intervenire per prevenire un danno significativo relativo a qualcun altro, se il danno che può subire lei in conseguenza di tale intervento è molto meno significativo”: questa conclusione presuppone che, pur aderendo ad un patto di reciproca assistenza, ciascuno debba sempre mantenere un adeguato controllo sulle proprie facoltà vitali; l'integrità psico-fisica, essendo l'obiettivo prioritario dell'intesa per la reciproca assistenza, non può essere compromessa in nome di questa. Il problema che resta aperto, e che l'autore esplicitamente dichiara di non voler affrontare nell'articolo, è se vi siano dei valori che non possono mai essere infranti o sacrificati in nome di altri criteri d'azione (siano questi ultimi riconosciuti come valori, oppure no). (L.M.)

Peter Vanderschraaf, Game Theory, Evolution, and Justice, pp. 325-358.

L'articolo esamina l'importanza della teoria dei giochi nel campo della riflessione morale e politica, prendendo spunto anzitutto da B. Skyrms e da K. Binmore (B. Skyrms, Evolution of the Social Contract e K. Binmore, Game Theory and hte Social Contract): la teoria dei giochi, come “logica formale di decisioni interagenti”, può chiarire la relazione tra moralità e scelta razionale. In particolare, Vanderschraaf considera la versione “evoluzionistica” della teoria dei giochi, che non si limita a studiare situazioni strategiche isolate, ma affronta anche l'evoluzione temporale di situazioni strategiche complesse. Sia Hume che Hobbes hanno anticipato l'importanza della prospettiva evolutiva: questa consente, infatti, di muovere verso un equilibrio tra scelta strategicamente razionale e comportamento morale, laddove invece la considerazione di situazioni isolate eliminerebbe tale possibilità (l'autore ricorda, per esempio, la riflessione hobbesiana contro lo stolto del Leviatano). La prospettiva evolutiva consente inoltre di comprendere l'origine storica di sistemi sociali e normativi esistenti e può anche essere propositiva, come dimostra la riflessione di Binmore sul “Gioco della Morale” e sul “Gioco della vita”: deve sempre esserci la possibilità di discutere gli equilibri normativi esistenti, per pensare e proporre contrattazioni sociali alternative. (L.M.)

TOP29 (2000), 1


Joseph Chan, Legitimacy, Unanimity and Perfectionism, pp. 5-42.

Il perfezionismo politico comporta che lo stato promuova concezioni della “vita buona”: in questo senso, osserva Chan, la filosofia politica ha proposto il perfezionismo da Platone fino a T. H. Green. Chan rileva però che l'esigenza liberale di neutralità ha comportato un ripensamento dei limiti e dei rischi del perfezionismo: con una distinzione ripresa da Will Kymlicka, Chan mostra che il liberale accetta il perfezionismo sociale, ma non quello statale, che comporterebbe intolleranza e instabilità. La diffidenza nei confronti del perfezionismo statale tuttavia, secondo Chan, poggia su una nozione vaga di “vita buona”: in realtà, infatti, anche lo stato liberale segue politiche sociali o di difesa non condivise da tutti, e tali questioni hanno implicazioni sulla “vita buona”. Il perfezionismo statale può anche poggiare, osserva Chan, sull'unanimità di ordine superiore studiata da Nagel: nelle questioni fondamentali della vita pubblica non è necessario né possibile riferirsi costantemente all'unanimità effettiva di tutti i cittadini, ma ci si può riferire a quell'unanimità (di ordine superiore) implicita nel fatto che tutti, pur in disaccordo, si riconoscono come cittadini; lo stato non può essere neutrale sulla concezione della “vita buona”, sicché il perfezionismo statale va preso in considerazione, perché è desiderabile, legittimo e persino inevitabile. (L.M.)

Douglas N. Husak, Liberal Neutrality, Autonomy and Drug Prohibitions, pp. 43-80.

Uno stato liberale che comporti neutralità verso concezioni ragionevoli della “vita buona”, secondo Husak, non dovrebbe proibire a chi lo desideri di utilizzare sostanze stupefacenti per propositi ricreativi: la neutralità poggia infatti sul valore dell'autonomia personale. Husak esamina l'incremento delle incarcerazioni per motivi di droga, e sostiene che i liberali coerenti non solo non dovrebbero tacere o limitarsi a studiare vie alternative al carcere, ma dovrebbero proporre, più radicalmente, una revisione della stessa legge penale. Husak avverte esplicitamente di aver limitato la prospettiva del proprio articolo: data l'impossibilità di prendervi in considerazione le numerose e diverse teorie liberali, egli non si confronta con molte delle obiezioni che potrebbero essergli mosse. (L.M.)

Robert E. Goodin, Democratic Deliberation Within, pp. 81-109.

La democrazia, in quanto modo di prendere decisioni collettive, implica secondo Goodin un duplice aspetto della deliberazione: l'aspetto “esterno e collettivo” da un lato, quello “interno e riflessivo” dall'altro. In una società di massa, il confronto “faccia-a-faccia” è improponibile, per il numero dei cittadini e per le distanze di tempo e di spazio. Come decidere, se i cittadini non possono confrontare direttamente tutte le proprie opinioni sugli argomenti di interesse collettivo? Per questa domanda, Goodin considera, quali possibili risposte, la deliberazione a turno (rotazione delle cariche), la deliberazione sostitutiva di rappresentanti dell'intera collettività, e la deliberazione con interventi limitati nel numero e nel tempo. L'aspetto “esterno e collettivo”, rituale delle democrazie, non può essere rimpiazzato, ma trova un supplemento nella deliberazione “interna e riflessiva”: questa comporta, in ciascun cittadino e anzitutto in chi delibera per la collettività, l'immaginazione empatica. L'immaginazione empatica, che tutti abbiamo, comporta la capacità di immedesimarsi nelle argomentazioni altrui; la capacità di pensare, per così dire, in maniera dialogica, immaginando punti di vista diversi da quello che riteniamo propriamente “nostro”. (L. M.)

TOP29 (2000), 2

Thomas W. Pogge, On the Site of Distributive Justice. Reflections on Cohen and Murphy, pp. 137-169.

G. A. Cohen ha criticato il principio di differenza rawlsiano, sostenendo che esso va esteso dalle istituzioni politiche e sociali fondamentali alle conseguenze delle strutture coercitive, dell'ethos sociale e delle scelte individuali. Liam Murphy ha condiviso questa critica qualificandola come “monismo”. Pogge, oltre a definire infelice la scelta del termine, precisa che il monismo rifiuta di concepire un principio normativo fondamentale che serve per la valutazione delle istituzioni legali, ma viene “limitato” in altri ambiti della condotta personale. Pogge propone invece una soluzione “dualistica”: l'individuo non può tenere costantemente conto di tutti quei fattori umanamente controllabili che promuovono la qualità morale delle distribuzioni, e la sua responsabilità morale è anzitutto legata a coloro del cui destino partecipa. (L.M.)

Elizabeth Anderson, Beyond Homo Economicus, New Developments in Theories of Social Norms, pp. 170-200.

Anderson si riferisce al volume “Economics, Values and Organization”, curato da Avner Ben-Ner e Louis Putterman, per mostrare l'importanza delle seguenti domande: perché e quando la cooperazione? Come evolvono le norme sociali? Come possono i valori e gli incentivi interagire ed influenzare l'organizzazione sociale ed il mercato? Le norme sociali, osserva Anderson, non sono norme morali né norme razionali valide per un individuo isolato, eppure hanno autorità e stabiliscono obblighi, sono rinforzate da sanzioni, comportano elogio e biasimo, inclusioni od esclusioni da gruppi. Anderson considera tre teorie dell'agire umano: (1) la teoria della scelta razionale dell'Homo economicus; (2) la teoria evolutiva che considera l'evoluzione biologica ma anche culturale dell'uomo; (3) i modelli di razionalità sociale che rinviano all'Homo sociologicus. Come Amartya Sen, anche Anderson trova complementarietà fra queste prospettive differenti, ma rileva l'importanza di stabilire priorità e dipendenze: per esempio, la spiegazione delle norme sociali proposta dalla teoria della scelta razionale dipende dalla teoria della razionalità sociale. (L.M.)

TOP29 (2000), 3

Daniel Jacobson, Mill on Liberty, Speech, and the Free Society, pp. 276-309.

Nel saggio Sulla libertà, Mill espone un principio relativo al danno, secondo cui la sola buona ragione per interferire con la libertà d'azione di un individuo consiste nell'intento di prevenire danni ad altri. Jacobson affronta il problema della conciliazione di questo principio con un altro aspetto della dottrina di Mill sulla libertà, secondo cui c'è una sfera in cui l'individuo gode di una libertà assoluta e incondizionata dalla coercizione sociale. Secondo Jacobson, Mill dà sostanza alla distinzione tra libertà incondizionata e condizionata: la libertà di parola, connessa a quella di pensiero, riguarda azioni dell'individuo relative a se stesso, e quindi è incondizionata, a differenza della libertà di commercio, che ha conseguenze anche sugli altri. Se la parola tende a concretizzarsi in atto dannoso verso altri, allora viene meno l'incondizionatezza della relativa libertà. Jacobson ricorda poi che Mill individua anche, negli uomini, motivazioni positive rivolte al bene degli altri: gli interpreti sono in disaccordo nel mostrare come queste motivazioni positive, considerate poi quali obblighi morali, non entrino in contrasto con la dottrina della libertà. (L.M.)

TOP29 (2000), 4

P. Kleingeld, Kantian Patriotism, pp. 313-341.

Il problema affrontato in questo articolo è quello della conciliabilità tra patriottismo e cosmopolitismo in Kant: il cittadino kantiano sembrerebbe già oltre le esigenze del patriottismo, perché il riferimento all'imperativo morale gli impone obbligazioni verso tutti gli uomini, senza altri riguardi. Eppure, Kleingeld suggerisce che, in una prospettiva kantiana, è concepibile la combinazione dell'universalismo cosmopolitico con l'intrinseca significanza del legame statuale. La questione è complicata dalla polisemia del termine “patriottismo”, che può variare nell'ampio spettro compreso tra il civico e il nazionalista. Il patriottismo, comunque, è kantianamente possibile almeno in un senso e con una limitazione: esso è possibile perché non è proibito, e non è proibito se non interferisce con le obbligazioni morali che stanno a monte delle storie individuali. (L.M.)

S. Freeman, Deliberative Democracy: A Sympathetic Comment, pp. 371-418.

Prendendo spunto da recenti scritti sulla democrazia deliberativa (Deliberative Democracy, Cambridge Mass., 1997; Cambridge England 1998), e riferendosi poi ad Habermas ed a Rawls, Freeman evidenzia alcune difficoltà caratteristiche della riflessione filosofica sulla democrazia. L'ideale della deliberazione attraverso un pubblico dibattito, per esempio, deve tenere presenti le esigenze di procedure legislative comunque irrinunciabili, e il problema dei limiti di tali procedure. Il pluralismo delle prospettive in dialogo, poi, può portare sia al conflitto sia a diverse strategie di mediazione (qui Freeman si riferisce particolarmente a Rawls e Habermas). A proposito del bene comune inoltre, in assenza di una immediata autodeterminazione collettiva, si può discutere e si può anche sbagliare; infine, gli eventuali disaccordi non devono mantenere, dopo la deliberazione, le stesse intenzioni che avevano prima della deliberazione, e questo in nome di una ragione pubblica condivisa. (L.M.)

TOP 30 (2002), 2

S. Freeman, Illiberal Libertarians: Why Libertarianism is not a Liberal View, pp. 105-151.

Contro l'opinione che considera il libertarismo come una radicalizzazione del liberalismo, l'autore si propone di dimostrare che le due prospettive sono in un contrasto nettissimo a proposito del carattere del potere politico: pubblico, per i liberali e privato, per i libertari. Per questa ragione, il liberalismo si differenzia dal libertarismo tanto quanto si è distinto dal suo avversario storico, il feudalesimo.
In una costituzione liberale, le libertà fondamentali sono universali e inalienabili; questo comporta che i diritti della personalità non possano essere ceduti per contratto, perché ciò che ci rende agenti liberi e uguali non può essere commerciato alla stessa stregua di oggetti di proprietà. Questa posizione appare paternalistica ai libertari. Essa, però, non impedisce che adulti consenzienti possano scegliere anche relazioni di subordinazione. Impedisce soltanto che, se una delle parti decide di uscire dalla subordinazione, lo stato debba ripristinarla coercitivamente, per esempio riconsegnando al padrone il firmatario di un contratto di schiavitù che ha cambiato idea.
Il potere politico, in una costituzione liberale, è inteso come un potere pubblico, nel senso che si legittima nella misura in cui norme pubbliche uguali sono applicate uniformemente da una autorità pubblicamente riconosciuta. I suoi principi sono i seguenti
1. il potere è istituzionale e non personale; è detenuto perciò da una persona artificiale, nella forma di una istituzione pubblicamente riconosciuta;
2. il potere è continuo, nel senso che l'istituzione sopravvive all'avvicendamento dei funzionari;
3. esso è detenuto come potere delegato a rappresentanti che agiscono per il bene pubblico; il contratto sociale non deve essere confuso con un contratto privato. E' infatti un accordo fra uguali, di tutti con tutti, per formare una società politica e quindi una costituzione e, sulla sua base, un governo che funge da agente del popolo. Non è un contratto privato fra individui particolari (disuguali), dettato solo dai loro interessi;
4. il potere politico, in quanto delegato da parte della collettività, deve essere imparziale e finalizzato al bene pubblico;
5. dal momento che lo stato deve governare nella sua capacità rappresentativa e solo per il bene pubblico, chi detiene il potere politico ha l'autorità di governare e le sue azioni legali hanno legittimità. Locke oppose il fare leggi per il bene pubblico, proprio dello stato liberale, al Patriarcha di Filmer. Il Patriarcha intendeva il potere politico come proprietà privata di persone e famiglie particolari, esercitabile a loro arbitrio, senza regolazione da parte di autorità mondane. Lo stato di diritto, la separazione dei poteri e l'idea che lo stato rappresenti il popolo nascono, appunto, per sfuggire all'arbitrio privato. L'estensione democratica del diritto di voto è un corollario naturale di questa idea;
6. governo democratico aperto
Da Locke in poi, i liberali hanno concepito il potere politico come l'autorità che emana norme pubbliche e le modifica, giudica le dispute sulla base di queste norme e le impone coercitivamente. Questi tre poteri servono per rimediare ai difetti dello stato di natura, che Locke stesso individuava nella mancanza di una legge stabilita nota, di un giudice noto e imparziale e di un potere certo che esegua legge e sentenze.
Il libertarismo si fonda su una concezione assoluta della proprietà privata: gli individui hanno un diritto assoluto di accumulare, usare, controllare e trasferire diritti sulle cose; inoltre il paradigma di tutti gli altri diritti è quello dei diritti di proprietà. Nei confronti della nostra persona, delle sue capacità e dei suoi diritti, noi intratteniamo la stessa relazione che abbiamo con gli oggetti di proprietà. Per i libertari, contro Locke, il potere legislativo non deve esistere: è sufficiente il diritto naturale, pre-sociale e pre-cooperativo, che può essere mutato, se necessario, da una rete di transazioni private; il potere giudiziario e esecutivo sono esercitate da agenzie private di protezione e arbitrato, che possono o no assumere la forma di uno stato minimo. In ogni caso, il potere politico risulta esercitato e legittimato privatamente. Questo modello politico - chiede Freeman - soddisfa i requisiti di una costituzione liberale?
Anche se ammettiamo, per amore di discussione, che le agenzie libertarie possano essere istituzionali e continue, il loro potere non è pubblico perché anche un eventuale monopolio del potere coercitivo può essere solo naturale, de facto, e non de jure; non possono essere delegate da parte della collettività, dato che riposano su contratti particolari; e infine sono parziali e finalizzate agli interessi privati di chi paga e per chi paga.
Tutto questo, conclude l'autore, allontana il libertarismo dal liberalismo e lo avvicina invece al feudalesimo, in quanto sistema di dipendenza politica personale fondato su una rete di contratti privati, senza un diritto pubblico uniforme e uniformemente amministrato da una pubblica autorità. (M.Ch.P.)

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Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
Chi volesse segnalare riviste non incluse nell'elenco o siti web di riviste già segnalate può scrivere a Corrado Del Bo'.