Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
bfp
Articoli | Riviste | Recensioni | Bibliografie | Lezioni | Notizie | Collegamenti
Home > Riviste
Ultimo aggiornamento 27 gennaio 2001
Il Pensiero politico

Il Pensiero politico


La rivista non è presente sul web, eccezion fatta per le informazioni di natura commerciale rintracciabili qui. Il Gruppo ESSPER mette, invece, a disposizione degli spogli.
Le schede presenti su questa pagina sono di Marco Stangherlin.


Ecco le schedature del BFP

1997, 1 1997, 2 1997, 3
1998, 1 1998, 2 1998, 3

TOP30 (1997), 1

C. Vasoli, Il Savonarola di Roberto Ridolfi, pp. 3-17.

G. Sasso, Roberto Ridolfi su Machiavelli e Guicciardini, pp. 18-25.

In occasione del Convegno di studi per Roberto Ridolfi organizzato dall'Accademia Toscana "La Colombaia" a Firenze (15 Novembre 1996), Cesare Vasoli e Gennaro Sasso hanno ricordato le straordinarie qualità che Roberto Ridolfi, storico, filologo, biografo e memorialista, ha esibito nei suoi studi su tre personaggi fondamentali della storia fiorentina ed italiana del cinquecento: Girolamo Savonarola, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini.
Vasoli e Sasso concordano nel sottolineare l'impareggiabile capacità del Ridolfi di riportare alla luce, con sguardo sempre attento alla verità storica e con gusto unico per il dettaglio, la vicenda umana, prima ancora che intellettuale, delle figure che formano la sua maggiore “trilogia” biografica (Vita di Girolamo Savonarola, 1952; Vita di Niccolò Machiavelli, 1954; Vita di Francesco Guicciardini, 1959). Segno, questo, della profonda partecipazione non solo scientifica ma anche esistenziale dello storico al destino di quelle personalità. Combinando l'oculatezza del filologo, la misura dello storico e la “pietas” dello scrittore che assiste al trionfo della menzogna e vede nella storia una necessità ostile all'attuazione dei più alti propositi etici e religiosi, il Ridolfi ha raccontato la vocazione profetica del Savonarola nonché la sua indole avversa ai compromessi. La medesima miscela di rigore storico-filologico e “simpatia” umana attraversa le biografie di Machiavelli e di Guicciardini: prima ancora che il loro pensiero - che pure non trascurò - di questi due grandi personaggi Ridolfi ha voluto penetrare l'animo, svelare l'umanità ricca eppure sfuggente, raccontare l'attitudine al contempo ironica e disperata, comunque sempre ammantata di un velo di malinconia. Leggendo nelle “interlinee”, bandendo ogni moralismo e disponendosi ad ascoltare con pazienza i due, Ridolfi ha saputo cogliere meglio di chiunque altro i motivi umani ed esistenziali che stanno dietro alle loro opere; il che - ribadisce Sasso - fa delle sue biografie studi di cui nessuno potrà mai fare a meno. (M.S.)

G. Bacot, Thiers et l'identité nationale, pp. 26-41.

A. de Sanctis, Liberalismo etico e socialismo in L. T. Hobhouse, pp. 42-60.

Attraverso preziosi cenni storici e biografici sono ricostruiti il pensiero e l'opera di Leonard Trelawny Hobhouse, esponente di spicco del New Liberalism ed autore che tra fine ottocento ed inizio novecento ha tentato la difficile sintesi tra il valore della libertà e l'ansia di giustizia. Il punto d'incontro tra liberalismo e socialismo è individuato da Hobhouse nel comune afflato etico come pure in quel naturale continuum tra individualità e socialità che fa risultare limitate e parziali sia ogni forma di collettivismo determinista sia ogni astrazione che ipostatizza il singolo e lo pensa atomo autosufficiente. Inscrivendosi, seppure con le dovute differenze, in un tradizione di pensiero inaugurata da J. S. Mill e proseguita da T. H. Green - e fatta propria in Italia da Rosselli e Calogero - Hobhouse ha cercato dunque di introdurre nell'apparato filosofico-politico liberale una più marcata dimensione etica, riconoscendo come la questione della giustizia sociale debba rientrare nella più generale valutazione circa la libera autodeterminazione della personalità individuale. Ruolo delle istituzioni è allora quello di facilitare la continua emancipazione di nuove energie spirituali ovvero il progresso morale dei cittadini. (M.S)

E. Guccione, Il concetto di rivoluzione in Luigi Sturzo, pp. 61-70.

Note e discussioni

P. Grossi, Scienza giuridica e legislazione nella esperienza attuale del diritto, pp. 71-79; R. Minuti, Riforme fiscali e crisi politiche nella Francia di Luigi XV, pp. 80-85; F. Sciacca, "Per la porta del diritto". Legge e morale nel Gesù di Hegel, pp. 86-89; F. Livorsi, Togliatti nella storia, pp. 90-94; A. Low, On Romantic and Liberal Irony, pp. 95-106; M. Stangherlin, Sui termini del confronto tra costruttivismo razionalistico e senso comune della giustizia: la prospettiva di giustizia locale di Jon Elster, pp. 107-114.

TOP30 (1997), 2

Jean Bodin a 400 anni dalla morte. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca, a cura di A. E. Baldini.

A. E. Baldini, Le ragioni di un incontro scientifico, pp. 155-158.

M. Isnardi Parente, Per la storia della traduzione italiana di J. Bodin, Les six livres de la République, pp. 159-168.

D. Quaglioni, Verso un nuovo ritratto di Jean Bodin: appunti in margine alla letteratura più recente, pp. 169-183.

Viene qui offerto un bilancio critico degli studi bodiniani che lo stesso Quaglioni e Margherita Isnardi Parente, con il loro straordinario lavoro esegetico e filologico culminato nella traduzione della République, hanno contribuito largamente ad intensificare ed approfondire. In particolare l'autore esprime soddisfazione per l'abbandono da parte della migliore critica storiografica di interpretazioni semplicistiche e riduttive che per decenni hanno compresso e deformato la figura e l'opera di Bodin, irrigidendola in una fissità dottrinale che mal si adatta alle complessità di un pensiero così sfaccettato come quello dell'angevino. La maggiore forzatura di cui ci si va liberando riguarda l'idea bodiniana della sovranità: trascurando il patrimonio giuridico-politico che sottostà storicamente a tale concetto, si è a lungo privilegiata una lettura metastorica che farebbe di Bodin lo scopritore del criterio che segna il discrimine tra il Medioevo e l'età Moderna ed il precursore in sede teorica dell'accentramento e dell'autoritarismo politico che caratterizza lo stato moderno. Colpevole anche la lettura decisionistica schmittiana, si è perso in questo modo il nesso - essenziale all'idea stessa di sovranità in Bodin - tra politica e diritto, tra decisione e norma. Ma si è anche trascurata, nota Quaglioni, la stratificazione concettuale e culturale interna ai testi bodiniani ovvero la compresenza in essi del Medioevo giuridico, del pensiero ebraico e di suggestioni mistiche: elementi che il nostro ha metabolizzato e ad eccezionale tentativo di sintesi e che solo un approccio critico-filologico ed insieme filosofico può oggi riportare alla luce nella loro importanza. (M.S.)

C. Vasoli, Jean Bodin e il neoplatonismo del Rinascimento, pp. 184-204.

Vasoli sottolinea il forte legame teorico che unisce il Theatrum bodiniano alla corrente del neoplatonismo rinascimentale, rappresentata da autori come Marsilio Ficino e Giovanni Ficino. Ne è prova l'imago mundi descritta in quel libro, ovvero l'idea di un mondo come sistema rigorosamente gerarchico ma insieme “armonioso” ed “equo”, investito da un processo di continue “mediazioni” tra entità appartenenti a gradi diversi ma compartecipi del supremo disegno divino, principio eterno ed immutabile. (M.S.)

M. Cline Horowitz, Bodin and Judaism, pp. 205-216.

M.D. Couzinet, Histoire et méthode chez Bodin, pp. 217-232.

I. Cervelli, Bodin, Daniele e Marco Polo, pp. 233-249.

M. Senellart, Census et censura chez Jean Bodin, pp. 250-266.

P. Magnard, Vérité et pluralisme chez Jean Bodin, pp. 267-275.

Y.Ch. Zarka, Constitution et souveraineté selon Bodin, pp. 276-286.

A. E. Baldini, Albergati contro Bodin: dall' Antibodino ai Discorsi politici, pp. 287-310.

P. Carta, Il diritto di confisca nella République di Jean Bodin, pp. 311-324.

M. Turchetti, Nota su Bodin e la tirannide: il diritto di revoca e gli editti "irrevocabili", pp. 325-338.

Recenti pubblicazioni bodiniane: presentazione e dibattito.

Il terzo volume dell'edizione italiana della République

A.M. Lazzarini Del Grosso, Un'impresa editoriale al traguardo: il terzo volume dei Sei Libri dello Stato di Jean Bodin, pp. 343-349.

F. Barcia, Machiavelli nei libri V e VI della République, pp. 350-354.

Al di là dell'invettiva contro il segratrio fiorentino presente nella lettera dedicatoria che apre l'opera, è dato riscontrare numerosi spunti machiavelliani nel lavoro del giurista francese. In particolare, nota Barcia, sembra esserci un forte debito nei confronti dei Discorsi, evidente soprattutto nel comune corredo di esempi storici. Debito che il Bodin ha nei confronti dei Discorsi e non del Principe - va ribadito - se è vero che la teoria bodiniana della sovranità deriva dalla tradizione giuridica e nulla ha in comune con la concezione del potere fatta propria dal Machiavelli. (M.S.)

D. Quaglioni, Per il testo critico della République, pp. 355-358.

Una nuova raccolta di contributi sul pensiero di Jean Bodin

G. Conti Odorisio, Jean Bodin: natura e politica, pp. 361-370.

Si tratta della presentazione del volume curato da Y. C. Zarka, Jean Bodin. Nature, histoire, droit et politique, Paris, Puf, 1996, di cui la Conti Odorisio ripercorre le linee essenziali collegandole ad un tema centrale nel percorso intellettuale di Bodin, il rapporto tra natura e politica.
L'autrice rivendica una sostanziale estraneità del francese al modello giusnaturalista: quando parla dei limiti del potere sovrano, individuandoli nella legge di Dio e della natura, Bodin lo fa proprio allo scopo di sottolineare l'illimitatezza della sovranità, ovvero il fatto che essa è limitata dalla sola volontà di Dio, che pochi eletti possono conoscere. Sarebbe dunque errato vedere - come fa Quaglioni nel suo intervento nel volume citato - in Pufendorf e Grozio degli eredi di Bodin: le leggi razionali di cui essi parlano non ineriscono ad una natura come quella bodiniana, soggetta all'infinita ed imperscrutabile potenza divina, ma si trovano piuttosto nella mente dell'uomo. Come il saggio di Berriot conferma, la scienza naturale è per Bodin studio delle cause necessarie delle cose contrapposte alla libertà assoluta del Signore, del quale la scienza stessa non fa che cantare le lodi. Bodin sarebbe dunque lontano dalla scienza moderna e dal suo razionalismo e si colloca invece nella corrente visionaria del neoplatonismo, del giudaismo e della tradizione medievale.
Pure il saggio di Pierre Magnard sul Colloquium Heptaplomeres - continua la Conti Odorisio - ci mostra il carattere del tutto particolare del razionalismo e del pluralismo religioso bodiniano: quest'ultimo non ha nulla a che fare con la tolleranza lockiana, che separa le credenze interne dalle virtù civili del cittadino, ed è piuttosto ricollegabile alla lotta del nostro all'indifferentismo. Meglio avere una religione, sembra dire il Bodin, che non averbe alcuna. La sua originalità starebbe allora nel preferire molti dogmi alla loro assenza, nell'essere - come scrive l'autrice - un “fondamentalista pluralista”. (M.S.)

M.D. Couzinet, Una raccolta di saggi su Bodin: caratteristiche e precisazioni teoriche, pp. 371-377.

Y. C. Zarka, Réponse à la présentation de l'ouvrage Jean Bodin. Nature, histoire, droit et politique, pp. 378-381.

TOP30 (1997), 3

E. Baldini, A. M. Battista, Il dibattito politico nell'Italia della Controriforma: Ragion di Stato, machiavellismo, utopia, pp. 393-439.

A dieci anni dalla morte di Anna Maria Battista è pubblicata la versione italiana di un lavoro scritto dalla stessa Battista ed Enzo Baldini circa quindici anni fa in cui si analizzava il dibattito sulla ragion di Stato che ebbe luogo in Italia tra la fine del cinquecento e la prima metà del seicento: un perido storico segnato dal piatto conformismo intellettuale imposto dall'intransigente dominio spagnolo ed in cui il pensatore politico perdette incisività, accettando un ruolo sempre più subalterno nei confronti dei detentori del potere. Non a caso, rilevano gli autori, il problema della fondazione e della costruzione degli Stati - affrontato con slancio creativo e con ottimismo nel Rinascimento - cedette il passo al tema della conservazione, della prudenza e delle pratiche di controllo politico. Ma nell'individuare le tecniche e le modalità di realizzazione dell'agire politico e dei suoi fini etici, i teorici della ragion di Stato finirono per scendere sul terreno dell'analisi del concreto esercizio del potere, approdando proprio a quel machiavellismo che essi stessi intendevano combattere.
Ciò è evidente nel pensiero dell'ex gesuita piemontese Giovanni Botero (1544-1617: egli denuciò la spregiudicatezza di Machiavelli ed il realismo di Tacito - storico della Roma imperiale e profondo conoscitore dei reconditi recessi degli arcana imperii - a cui contrappose la necessaria rivendicazione del primato della moralità come guida dell'azione politica. Tuttavia, ogni qualvolta il Botero si accinge a dettare norme pratiche di governo riaffiora il tanto disprezzato Machiavelli, la conciliazione tra etica cattolica e prassi assolutistica mostra tutta la sua impossibilità e considerazioni di interesse, prudenza e conservazione riprendono il sopravvento.
Proprio queste contraddizioni, ovvero l'insolubile contrasto tra il mondo della politica e quello della morale, costituiscono l'oggetto ed il fulcro dell'opera di Traiano Boccalini, il più lucido pensatore di quegli anni, disincantato nonché polemico scrutatore delle cose del suo tempo, di un'epoca pronta "ad incrinare il valore normativo dell'etica oggettiva sulla base di deroghe difficilmente delimitabili".
All'articolo segue un'imponente apparato di bibliografia sia primaria sia secondaria relativa al dibattito sulla ragion di Stato, al machiavellismo ed al tacitismo in quel delicato periodo storico. (M.S.)

F. Dalpane, Per i duecento anni delle Considerazioni sull'arte della guerra di Georg von Berenhorst, pp. 440-459.

B. Casalini, Dewey: “intelligenza” e morale, pp. 460-484.

L'autrice offre un'interessante ricostruzione delle riflessione morali di Dewey, insistendo soprattutto sul tentativo da parte del filosofo americano di rielaborare motivi e suggestioni teoriche provenienti da ambiti diversi: l'aristotelismo ed il neoidealismo di Green, l'utilitarismo classico di Bentham e quello, alquanto diverso, di Mill, il convenzionalismo humeano. Fondamentale è nell'apparato deweyano l'idea di intelligenza; distinta dalla razionalità classica, essa è una particolare organizzazione dei deisideri e delle abitudini umane che interviene - modificando quegli stessi desideri ed abitudini - ogni qualvolta qualcosa di nuovo e di inatteso crea una situazione problematica .
Dewey attribuisce dunque al giudizio morale, alla deliberazione pratica, una funzione critica e “costitutiva” dei valori in gioco. Diversamente da Hume, che dà alla ragione una funzione ancillare rispetto alle passioni, egli ricompone motivazioni e conseguenze, aspetti emotivi e cognitivi, in un'unità che interpreta sempre la condotta umana come manifestazione del carattere. In questo modo - sostiene l'autrice - Dewey recupera quella forma di utilitarismo riveduto e corretto con cui John Stuart Mill si affrancò dal modello benthamiano, eccessivamente indifferente alla valutazione del carattere e della disposizione dell'agente morale in quanto unicamente interessato alle conseguenze. L'essere virtuoso è per Dewey quello capace di crescita , intesa come possibilità di un continuo miglioramento di sé. Decisivo in tale processo di crescita è il medium comunicativo: da un lato, esso potenzia le capacità razionali del soggetto ed amplia la sua autonomia; dall'altro lato, esso contribuisce a sviluppare nell'uomo la capacità simpatetica, obbligandolo sempre a porsi nella prospettiva dell'altro, e a superare la conflittualità tra preferenze personali e bene sociale. (M.S.)

Note e discussioni

G. B. Furiozzi, Massoneria e illuminismo, pp. 485-493.

M. Ceretta, La rivoluzione in Irlanda. Studi recenti sugli United Irishmen, pp. 494-513.

S. Rogari, Pasquale Villari fra scienza politica e storia delle dottrine politiche, pp. 514-524.

F. Proietti, Su un'accezione repubblicana dei termini "libertà" e "politica" in Hannah Arendt, pp. 525-537.

L'autore discute la duplice ricerca che la Arendt portò avanti nel periodo 1956-1963: da un lato, la riattualizzazione teorico-filosofica di una tradizione di discorso politico - oggi etichettata come 'repubblicanesimo classico' - che ha in Machiavelli e in Harrington i suoi fondatori e in Jefferson e nei Padri Fondatori della repubblica americana i suoi continuatori; dall'altro lato, l'analisi storica volta a rintracciare esempi concreti ed attualizzazioni di quel genere di discorso, esempi di cui la Arendt nota la preoccupante assenza, e dunque il grande bisogno, nei nostri giorni. E' in questo contesto che va collocata Sulla rivoluzione (1963), un'opera nella quale la Arendt, in totale controtendenza rispetto alla storiografia dominante all'epoca, sottolinea l'estraneità della rivoluzione americana ad ogni matrice giusnaturalistica e preliberale e, viceversa, il nesso tra quell'evento e la tradizione repubblicana, di cui Machiavelli, con la sua enfasi sull'esperienza romana della fondazione, è stato il primo interprete moderno.
Nel riscattare dall'oblio un'idea di politica come sfera della libertà e della partecipazione, come spazio pubblico in cui soggetti liberi e paritari si rapportano gli uni agli altri costruendo un mondo artificiale destinato a superare la finitezza della vita, Hannah Arendt entra in conflitto con il paradigma moderno della sovranità, basato sulla separazione tra governanti e governati e sull'istituto rappresentativo e quindi sul restringimento degli spazi di libertà politica. Questa pur importante posizione critica - nella quale non mancano di tanto in tanto suggerimenti di ingegneria costituzionale - va incontro, secondo Proietti, a difficoltà concettuali allorché si tratta di considerare il problema della guerra. Un tema, questo, interno peraltro allo stesso orizzonte teorico del repubblicanesimo classico - nei termini del sacrificio della propria vita come atto civicamente virtuoso e patriottittico nonché glorioso e memorabile - e che tuttavia avrebbe meritato un'attenzione meno occasionale da parte della Arendt. (M.S.)

G. M. Bravo, S. Rota Ghibaudi. Una vita per la ricerca e per l'insegnamento, pp. 538-549.

Vocabolario politico

D. Francesconi, Politeness: una parola-chiave del vocabolario di Hume, pp. 551-559.

Supplemento bibliografico

Periodici 1996, a cura di G. Belardelli e E. Irace, p. 617.

TOP31 (1998), 1
Guido M. Cappelli, La Donazione di Costantino e Carlo V imperatore, pp. 3-21.

Roberto Farneti, Il Leviatano dopo il Leviatano. Emblematica e politica nell'età di Cromwell, pp. 22-45.

Attraverso l'analisi dell'Emblematica inglese seicentesca - di cui è riconosciuta l'importante valenza ideologica - Roberto Farneti ricostruisce il processo di destituzione di senso e di deformazione simbolica occorso all'immagine del magnus homo posta da Hobbes sul frontespizio del suo libro del 1651. Furono i nemici teologici di Hobbes, sostiene l'autore, a portare avanti il tentativo di diffamazione del Leviatano, favorendo così una distorsione interpretativa che anche in questo secolo trova autorevoli esponenti in quanti associano il filosofo inglese all'antipolitica totalitaria. Da emblema di una comunità ordinata e pacificata - il cui profilo umano presenta proportio ed integritas e recupera dalla nota immagine biblica le enormi dimensioni e la forza sovrumana - a mostro marino alternativamente identificato con il coccodrillo e la balena, e comunque sempre inteso come un'entità odiosa, fomentatrice di sedizioni e causa di disordini: questo è, per Farneti, il destino simbolico del Leviatano, preda di "strategie emblematiche" tese a screditare le linee tendenziali della società inglese del tempo, ovvero la crescente destinazione di risorse politiche, economiche e militari verso il mare, cui si voleva opporre un'altra concretezza storica, quella tradizionale e più sicura della terraferma. (M.S.)

Roberto Giannetti, Un "liberal d'une espèce nouvelle": riflessioni su liberalismo e democrazia nel pensiero di Tocqueville, pp. 46-72.

Superando quelle letture univoche che collocano l'opera di Tocqueville sull'asse Aristotele-Rousseau oppure la riconducono nell'alveo del liberalismo classico, l'autore rivendica la complessità e la natura trasversale del pensiero del francese, capace di abbracciare stimoli teorici provenienti da correnti diverse e di rielaborarli in una sintesi coerente ed originale. A testimonianza del tentativo tocquevilliano di mediare tra libertà ed eguaglianza e di tenersi equidistante da ogni eccesso individualistico e da retoriche egualitarie vi sono almeno due punti teorici, centrali nei volumi sulla Democrazia in America: l'insistenza sul valore di uno spazio pubblico - istituzioni municipali, giurie popolari, associazioni - alternativo tanto alla sfera propriamente politica quanto alla dimensione privatistica della vita umana, e l'idea che la cura dell'uomo per gli interessi privati e la preoccupazione del cittadino per il bene comune debbano e possano integrarsi (come in America), costituendo l'una l'antidoto alle degenerazioni dell'altra. (M.S.)

Testi e documenti
L. Marconi, Traiano Boccalini studente a Perugia (1578-1582). Documenti inediti sulla sua permanenza e laurea nello Studium perugino, pp. 73-87.

Note e discussioni

C. Vasoli, C.Gilly, G. Spini, Luigi Firpo e i "riformatori" italiani. A proposito di una recente raccolta di saggi sulla Riforma in Italia, pp. 89-98. V. I. Comparato, Il repubblicanesimo delle "repubbliche" elzeviriane, pp. 99-104.

E. Pii, Una riflessione politica incompiuta: a proposito di una pubblicazione recente sui "Quaderni del carcere di Gramsci", pp. 105-110.

S. Mastellone, Il partito politico nel Socialismo liberale di Carlo Rosselli, pp. 111-118.

In linea con la lettura di Bobbio, che invita a non vedere nel Socialismo Liberale di Carlo Rosselli un compromesso, tanto filosoficamente astratto quanto politicamente sterile, tra i principi di libertà ed eguaglianza, Mastellone riconnette quell'opera alla cultura nonché alla pratica politica anglosassone, che tanto fascino esercitarono sul giovane Rosselli. In particolare, risultò decisiva la sua ammirazione per l'organizzazione interna e per il programma politico del Labour Party: refrattario ad ogni ideologia aprioristica ed ostile ad obiettivi troppo particolaristici, esso era espressione di componenti economico-sociali diverse eppure accomunate dall'istanza universalistica del lavoro. A questo partito, in grado di raccogliere il consenso non solamente proletario, e non a quello socialdemocratico tedesco, ancorato a schemi rigidi ed autoritari, avrebbe dovuto dunque guardare il nascente Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, nel quale Rosselli, sul finire degli anni '20, riponeva le proprie speranze. (M.S.)

G.M. Bravo, Riccardo Bauer. La teoria costruttiva della democrazia, pp. 119-123.

E. Baldini, Berlin e Machiavelli, pp. 124-130.

Autore di un saggio intitolato The Originality of Machiavelli - presentato nel 1953 ad una riunione della "Political Studies Association" e poi inserito nella raccolta Against the Current - Isaiah Berlin ha tratto, come nota Baldini, un'importante lezione dal pensatore fiorentino; una lezione che ha fatto sua, ha assorbito ed è poi diventata tratto inconfondibile del suo particolarissimo percorso intellettuale. A partire dall'intuizione machiavelliana circa l'incompatibilità di fondo tra la morale cristiana e le virtù pagane e circa la sostanziale inidoneità della prima a far rivivere la cultura politica in voga presso la Roma repubblicana - per la quale erano necessari politici abili e coraggiosi e cittadini attivi ed orgogliosi -, Berlin ha sviluppato una filosofia politica consapevole della difficile se non impossibile conciliazione tra fini ultimi e codici valoriali diversi. Come lo stesso Berlin riconosce ne Il legno storto dell'umanità, la lettura di Machiavelli ha dunque minato la sua precedente convinzione che vi fosse sempre una sola ed unica risposta ai problemi fondamentali della vita, decretando la sua definitiva sfiducia verso ogni forma di monismo, verso la cosiddetta philosophia perennis. (M.S.)

Vocabolario politico

A. Di Bello, I concetti di auctoritas e di potestas nella libellistica della lotta per le investiture, pp. 131-148.

TOP31 (1998), 2

Vittor Ivo Comparato, La repubblica napoletana del 1647/48: partiti, idee, modelli politici, pp. 205-238.

L'autore si allinea al più recente indirizzo storiografico, volto a restituire complessità e profondità allo studio degli eventi che infiammarono Napoli tra l'ottobre del 1647 e l'aprile del 1648. Superando un'immagine della rivoluzione riduttivamente incentrata sulla sola figura di Masaniello, Comparato analizza il repubblicanesimo napoletano tanto come fenomeno politico, difficilmente riconducibile ad una sola componente sociale, quanto come patrimonio teorico e simbolico, sorprendentemente radicato già; da tempo nella città. Ne derivano una lettura più sfumata del partito del "Popolo", un'analisi dettagliata della dirigenza rivoluzionaria, i cui elementi di spicco sono individuati nel clero e nell'avvocatura, ed un'interessante ricostruzione dell'armamentario teorico-ideale utilizzato nel processo di mobilitazione antispagnola ed antimonarchica. Il richiamo al passato della città, a quelle libertà antiche che la tirannide spagnola aveva soppiantato, ad un nucleo di valori imperniato sulla dedizione disinteressata alla causa pubblica, ed il riferimento a modelli costituzionali contemporanei (Svizzera e Olanda) denotano un cultura politica assai sviluppata, che aveva nei giuristi - esponenti di una professione tradizionalmente consolidata nella capitale del regno - degli autorevoli sostenitori. Lo stato delle relazioni internazionali dell'epoca, la mancanza di alleanze solide, i dissidi interni al gruppo dirigente, la stanchezza del popolo, e la difficoltà di estendere a tutto il regno un modello politico altrimenti valido per la sola città di Napoli: furono questi problemi di ordine pratico, non ideale, che decretarono, secondo l'autore, il fallimento di un movimento per molti versi estremamente moderno. (M.S.)

Massimo Adinolfi, L'esperienza giuridica in Jean Domat, pp. 239-270.

Salvatore Cingari, Motivi universalistici negli scritti del giovane Croce (1882-1902), pp. 271-300.

Sono rintracciati interessanti spunti universalistici in certi articoli scritti da Croce sul finire del secolo diciannovesimo: opponendosi a concezioni etico-politiche nazionalistiche ed etnicistiche come pure ad ogni ontologismo deterministico imperniato sull'idea di razza o evoluzione, Croce si distacca dalle tendenze intellettuali dell'epoca, in particolare da quel mito dell'origine che, supportato dall'enfasi neo-romantica sull'autenticità, avrebbe avuto un ruolo importante nella deriva irrazionalistica novecentesca. (M.S.)

Note e discussioni
E. Baldini, Hendrix, Firpo e Boccalini, pp. 301-303.

G. Borrelli, Boccalini e la ragion di Stato, pp. 303-307.

F. Barcia, Boccalini tra Machiavelli e Tacito, pp. 307-311.

E. Belligni, Tacitismo e ironia, pp. 311-313.

A. Tirri, I Ragguagli di Parnaso e l'universo della stampa, pp. 313-316.

H. Hendrix, Un letterato politico: ambizioni e disinganni di Traiano Boccalini, pp. 316-320.

Sono qui riprodotti, in una versione rielaborata, gli interventi tenuti in occasione della presentazione del volume di Harald Hendrix, Traiano Boccalini fra erudizione e polemica, Firenze, Olschki, 1995, testo dedicato alla ricezione europea dei Ragguagli di Parnaso (1612). Da tali interventi emergono tutti i problemi legati alla collocazione teorica di un'opera permeata di ironia e attraversata da duplici livelli di lettura, ambigua ed inafferrabile per precisa volontà del suo autore, come nota Hendrix. Borrelli dissente sull'inclusione del Lauretano nel novero dei teorici della ragion di Stato, rivendica - contro l'interpretazione di Meinecke ripresa da Hendrix - l'estraneità di Boccalini allo sforzo di razionalizzazione delle pratiche e dei discorsi politici presente in Botero e altri; ribadisce inoltre la concezione naturalistica e quietistica della politica di Boccalini, che lo pone assai lontano dall'approccio degli scrittori della ragion di Stato, impegnati ad elaborare un modello attivo, di intervento, sui comportamenti dei sudditi. Boccalini fu peraltro autore malinconico ed è noto come questa disposizione d'animo fosse combattuta e bandita da quegli stessi scrittori. Barcia affronta il rapporto interpretativo, reso complesso dalla vena ironica e allegorica che attraversa il testo di Boccalini, che intercorre tra il Lauretano e Machiavelli, del quale egli avrebbe colto per primo, divulgando poi in Europa questa lettura, gli aspetti democratici. In chiusura lo stesso Hendrix ritorna sull'oggetto principale del suo lavoro: la ricezione europea dei Ragguagli di Parnaso e la straordinaria fortuna del Boccalini nella cultura europea; una fortuna inversamente proporzionale alla qualità e alla quantità della letteratura critica. Paradosso forse comprensibile alla luce dell'ipotesi che i lettori, salvo quelli che la detestarono, non apprezzarono tanto i contenuti dell'opera quanto i suoi aspetti formali. (M.S.)

P. Rolland, Considérant et l'Europe, pp. 321-335.

D. Caroniti, Riforma religiosa e riforma sociale nel trascendentalismo americano, pp. 336-355.

F. Barbano, "Gioele Solari. Il maestro dei maestri", pp. 356-361.

F. Ferraresi, Note sulla tirannide, pp. 362-372.

L'articolo costituisce un commento a R. Boesche, Theories of Tyranny from Plato to Arendt, University Park, Pennsylvania State University Press, 1996, un lavoro che vuole collocarsi tra la storia delle idee (alla Lovejoy) e quella (di matrice tedesca) dei concetti: Boesche intende cioè negare un'identità atemporale del problema della tirannide eppure ne riconosce una parziale continuità fenomenologica. Ferraresi ripercorre alcune delle domande fondamentali che attraversano il libro, volte a mostrarci come ciascun autore, da Platone ad Aristotele, da Tacito a Machiavelli, da Montesquieu a Tocqueville, da Marx a Weber, da Freud alla Arendt, ha fornito risposte diverse all'interno però di contesti problematici simili: chi governa in una tirannide? come una tirannide spoliticizza i suoi soggetti? di quanta violenza, e di quale tipo, si serve una tirannide? Quali effetti producono le tirannidi sul linguaggio? Sono solo alcune delle questioni affrontate da Boesche, impegnato ad individuare un nucleo teorico comune ai diversi autori; tale nucleo pare essere costituito dalla capacità spoliticizzante ed atomizzante dei regimi tirannici, ovvero dall'annichilimento di uno spazio pubblico dove i cittadini esercitino le proprie libertà e diano spazio alla propria individualità. Proprio in questo intento di razionalizzazione e sistematizzazione starebbe per Ferraresi il limite di Boesche: lungi dallo sfuggire al pregiudizio novecentesco consistente nell'equivalenza tra tirannia e regimi illiberale ed antidemocratici, egli si serve di un'armamentario teorico e concettuale mutuato dalla tradizione liberaldemocratica, ovvero incentrato sulla separazione tra Stato e società e sul primato assoluto della libertà del soggetto individuale e finisce cos" per attribuire ad ogni manifestazione di autorità lo stilema negativo ed onnicomprensivo della tirannide. Contribuisce a questo eccesso di semplificazione anche la mancata distinzione e storicizzazione di concetti affini eppure diversi come dispotismo e dittatura. (M.S.)

TOP31 (1998), 3

Giorgio Sola, La teoria della classe politica: proposte per un paradigma d'analisi, pp. 425-454.

Viene qui proposto un paradigma teorico-concettuale che intende colmare una grave lacuna negli studi di scienza politica: la mancanza di un bilancio sistematico di quanto è stato prodotto in tema di teoria e analisi della classe politica e dei risultati sostantivi cui queste produzioni sono approdate. L'autore fornisce così un utilissimo strumento orientativo per chi voglia farsi strada nel vastissimo campo delle teorie della classe politica, quelle che riconoscono l'esistenza in ogni società di una frazione numericamente ristretta di persone che, con modalità e tecniche diverse, concentrano nelle proprie mani la maggior parte delle risorse esistenti (ricchezza, poteri, privilegi). Soffermandosi sugli autori unanimemente considerati i più significativi esponenti di questo filone di ricerca (Mosca, Pareto, Michels, Weber), Sola individua costanti, analogie e differenze di natura terminologica, metodologica e contenutistica. Rinviene ad esempio due tradizioni lessicali, una che fa capo a Mosca e utilizza l'espressione classe politica, l'altra che risale a Pareto e privilegia il termine élite. Non si tratta peraltro di differenza di poco conto, meramente terminologica, se è vero che nel pensatore siciliano maggiore è l'attenzione nei confronti dell'apparato organizzativo che condiziona l'ascesa al potere di una particolare cerchia di persone, laddove il sociologo di Céligny, con approccio ispirato al darwinismo sociale, si concentra sulle qualità e sulle attitudini che consentono ad alcuni individui di affermarsi. Fermo restando che tutti gli autori considerati condividono certi presupposti, tra cui l'assunto secondo cui il potere non è una relazione ma una sostanza e quello che riconosce il carattere minoritario della lotta e dell'attività politica, Sola analizza e mette a confronto i diversi contributi teorici in rapporto ad alcuni temi ricorrenti: l'estensione, la composizione, la formazione, l'organizzazione e la legittimazione della classe politica. (M.S.)

Assunta Tirri, Materiali per un'edizione critica delle Osservazioni a Cornelio Tacito di Traiano Boccalini, pp. 455-485.

Daniele Francesconi, Hume and Clarendon: Affinities and Differences, pp. 486-510.

Testi e documenti

Paola Martini, "Qu'est-ce enfin que la République?". La risposta polemica di Proudhon a Blanc, pp. 511-524.

Note e discussioni

G.M. Bravo, Ragione politica e "armonia" in Mirella Larizza, pp. 525-542.

S. Caruso, Alle origine del moralismo occidentale: Platone e il denaro, pp. 543-561.

Poco rilevanti per una storia delle dottrine economiche in senso stretto, le idee di Platone sul denaro contengono spunti molto interessanti per una storia delle idee in generale e per la storia dell'etica occidentale in particolare. La valutazione estremamente negativa del denaro data nella Repubblica - tale per cui il divieto per le classi alte di farne uso è considerato un privilegio piuttosto che una restrizione - va connessa alla separazione-opposizione tra anima e corpo: a quest'ultimo, fonte di basse concupiscenze, pertiene il denaro, la cui accumulazione ed il cui utilizzo, oltre certi limiti accuratamente stabiliti, sono sintomo di impuritˆ e di degenerazione. Cos", l'importanza crescente attribuita al denaro è individuata come una delle principali concause nel ciclo fatale e regressivo che porta dall'aristocrazia alla timocrazia, da questa all'oligarchia, e poi, ancora, alla democrazia e alla tirannide,. Il denaro è infatti in grado di minare l'armonia della Città perfetta, di ingenerare nei cittadini un desiderio egoistico di prestigio, di indurli alla malafede e scatenare tra loro sentimenti di invidia. Secondo Caruso Platone si situa dunque alle origini del moralismo occidentale: anticipa la crociata cattolica contro i piaceri terreni e, nell'accennare ad una sorta di triangolo democrazia-denaro-invidia, individua uno dei temi centrali della moderna sociologia politica, cui si sarebbe particolarmente dedicato Tocqueville. Le preoccupazioni etico-politiche platoniche, sul cui carattere chiuso, statico e totalizzante si indirizzarono le critiche di Popper, sono peraltro interpretabili anche in chiave psicoanalitica, assimilabili alle tremende fantasie di una donna incinta, ossessionata dall'idea di partorire un mostro. In quest'ottica, il denaro acquisterebbe il carattere di veleno teratogeno, capace di condensare in sé le angosce genetiche. Per converso, la politeia corrisponderebbe ad un grandioso sogno di reinfetazione, di ritorno nel rassicurante e edenico mondo rappresentato dal grembo materno. (M.S.)

G. Riccobono, Osservazioni in margine a una recente biografia di Gentile, pp. 562-574.

Prendendo spunto dalla periodizzazione dell'itinerario teorico-politico di Gentile proposta da Turi nella sua recente biografia del filosofo siciliano, la Riccobono intende restituire una più equilibrata ed attenta interpretazione della fase di passaggio dal periodo che arriva alla fine della prima guerra mondiale a quello che termina nel '29 con i Patti Lateranensi. Oggetto della questione è il presunto grado di continuità con cui il primo periodo confluirebbe nel secondo, ovvero l'eventuale unità di pensiero esibita da Gentile prima e dopo l'avvento del fascismo, cui aderì ufficialmente nel 1923. In disaccordo con il libro di Turi, peraltro lodato per la grande base documentaria, l'autrice esclude una torsione particolarmente significativa all'interno dell'itinerario intellettuale gentiliano: non possono infatti ascriversi alla tradizione liberale le idee antiindividualistiche e statalistiche del giovane Gentile. Idee che pertanto anticipano e non contraddicono la sua futura adesione, comunque qualificata e mai dogmatica, al fascismo e ad un ideale politico che vedeva in uno Stato forte e conservatore la suprema istanza etica ed il fine, non lo strumento, della libertà. (M.S.)

P. Bagnoli, Le affinità alternative: Pietro Gobetti e Filippo Burzio, pp. 575-585.

E. Sciacca, La "nuova democrazia di massa", pp. 586-590.

Supplemento bibliografico: Periodici 1997, a cura di G. Belardelli e E. Irace, pp. 637-663.

TOP


Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
Chi volesse segnalare riviste non incluse nell'elenco o siti web di riviste già segnalate può scrivere a Corrado Del Bo'.