Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
bfp
Articoli | Riviste | Recensioni | Bibliografie | Lezioni | Notizie | Collegamenti
Home > Riviste
Ultimo aggiornamento 10 marzo 2001
Political Theory

Political Theory


La rivista è presente sul web con una pagina informativa, che offre anche un servizio di abstracts. Le schede offerte dal BFP sono di Francesco Giacomantonio.

Ecco le schedature del BFP

1998, 1 1998, 2 1998, 3 1998, 4 1998, 5 1998, 6
1999, 1 1999, 2 1999, 3 1999, 4 1999, 5 1999, 6
2000, 1 2000, 2 2000, 3 2000, 4 2000, 5 2000, 6

TOP26 (1998), 2

G. Pasquino, Locke on king's prerogative, pp.198-205.

Pasquino esamina in questo articolo il concetto di "privilegio"(prerogative) del sovrano, nella teoria politica di Locke.
Prima dei contributi di Locke, nella dottrina inglese, tale concetto era inteso come la preminenza che il re aveva su ogni cosa, anche sulla common law. Nel pensiero di Locke, invece, il concetto di privilegio del re si slega dall'idea di un governo che va oltre la legge.
Pasquino delinea la posizione di Locke sottolineando alcuni punti fondamentali. In primo luogo, fa notare come, secondo il filosofo inglese, la possibilità che il sovrano faccia ricorso a poteri extralegali, dipende dal sovrano stesso e non, come ad esempio nella repubblica romana, da meccanismi di etero-investitura.
In secondo luogo, evidenzia come, da un punto di vista epistemologico, nella teoria costituzionale di Locke, l'organo che esercita la funzione esecutiva non è riducibile a una macchina che applica la legge, perché esso ha una propria volontà e responsabilità.
In terzo luogo, Locke ritiene che il Parlamento e le leggi stesse siano stabiliti proprio per limitare il privilegio del sovrano.
Il privilegio del sovrano si configura così in relazione alla tripartizione dei poteri (legislativo, esecutivo, federativo).
Ciò significa che, per il filosofo inglese, se è vero che il potere del sovrano moderno è extra et contra legem, questo non significa che esso debba essere anche arbitrario o irresistibile ; la relazione tra re e sudditi è vista insomma in termini di fiducia (trust) e non di schiavitù o subordinazione. Se il re usa il suo potere contro il bene comune, il popolo è legittimato a insorgere.
La proposta teorica di Locke si colloca lontano sia da posizioni assolutiste e decisioniste, sia da ipotesi "razionaliste" : piuttosto, essa si muove fluidamente tra il privilegio del re e il diritto di resistenza del popolo. (F.G.)

TOP26(1998), 4

M. Tunick, Hegel on justified disobedience, pp.514-531.

In questo articolo, Tunick discute la posizione teorica di Hegel sulla questione delle condizioni che giustificano forme di disobbedienza da parte dei cittadini nei confronti della legge e delle istituzioni.
A differenza di molti filosofi politici contemporanei, Hegel respinge l'idea di poter ignorare i costumi e le tradizioni dei popoli e pensa che l'obiettivo della teoria politica sia "comprendere ciò che esiste" e non immaginare Stati ideali. Hegel pensa che gli individui debbano sostenere le istituzioni "giuste" non per un dovere naturale, ma perché e finché esse rispecchiano lo spirito di un popolo.
Più precisamente, per Hegel, un individuo è libero di obbedire alle leggi solo se riconosce tali leggi come razionali, ossia conformi a un principio di razionalità. Tale principio di razionalità, nel pensiero del filosofo tedesco, si manifesta in tre condizioni fondamentali che devono caratterizzare una pratica sociale o una legge: 1) la coerenza, 2) la funzionalità, 3) il fatto che attraverso quella pratica o legge noi "ci sentiamo a casa".
Ciò significa, allora, che quando il legame tra cittadini e pratiche istituzionali perde questa connotazione "etica", l'obbedienza politica deve svanire. Nella filosofia politica di Hegel lo Stato è così in grado di riflettere la volontà più autentica dei suoi cittadini. (F.G.)


TOP27(1999), 3

B. Parekh, Theorising political theory, pp. 398-411.

L'autore cerca di visualizzare le condizioni teoretiche della teoria politica contemporanea, sulla base dell'analisi di due testi: Reapresenting Political Theory di T. Bell e The History of Political Theory and Other Essays di J. Dunn.
Secondo Parekh, Bell vede la teoria politica come un tentativo di fornire un resoconto sistematico della vita politica in generale, mentre Dunn le attribuisce un compito nel contempo esplicativo e valutativo delle istituzioni e degli eventi politici.
Parekh ritiene molto rilevanti i contributi di questi studiosi, perché rispettano l'autonomia della storia del pensiero politico (pur legandola alla teoria politica), ma sviluppa alcune critiche sulla loro opera.
In primo luogo, fa notare come Bell e Dunn, pur sottolineando la centralità dei valori morali, non spiegano come questi possono essere raggiunti. In secondo luogo, essi accettano una sola modalità di studio per la teoria politica, quella critica e orientata all'azione, dimenticando che la teoria politica più che una disciplina è un discorso, un dialogo fra diverse posizioni. In terzo luogo, essi, anche se auspicano una maggiore cooperazione tra teoria politica e scienza politica, formulano la questione in modo poco accurato. In quarto luogo nessuno dei due autori sottolinea quanto la teoria politica abbia sofferto l'egemonia del liberalismo nella filosofia politica in generale. Tale egemonia non solo ha ridotto il vocabolario della filosofia politica, ma ha anche danneggiato la riflessione della teoria liberale su se stessa a causa dell'assenza di sistemi di valori alternativi con cui confrontarsi. Infine, Bell e Dunn nei loro testi non si confrontano con i problemi derivanti dalle diversità culturali presenti nella società contemporanea.
L'insieme di queste considerazioni induce Parekh ad affermare la necessità, per una società culturalmente pluralista come la nostra, di una filosofia politica a sua volta multiculturale, ossia orientata alla costruzione di interpretazioni differenziate di categorie universali. Tale necessità costituisce la sfida, difficile e importante, che la filosofia politica dovrà affrontare nel prossimo futuro. (F.G.)

TOP27 (1999), 4

K. Palonen, Max Weber's reconceptualization of freedom, pp.523-540.

In questo articolo viene considerata la rilevanza del concetto di libertà di Weber per la teoria politica.
Nel vocabolario di Weber il termine libertà assume diversi significati: è inteso come status che si oppone alla schiavitù, come condizione di autonomia di uno Stato, oppure in riferimento all'idea di concorrenza. Si possono allora individuare diverse dimensioni della libertà in Weber: moderna, legittimatoria, situazionale, contingente ed esistenziale.
Analizzando le condizioni del mondo moderno, Weber non considera mancanza di libertà l'assenza di uno spirito pubblico in questa epoca. Attraverso il confronto con il pensiero di Costant, viene sottolineato come il passaggio dalla libertà degli antichi a quella dei moderni, nel pensiero del sociologo tedesco, non si possa interpretare come passaggio da una dimensione di vita activa a una di vita contemplativa.
In Weber si coglie, inoltre, il rapporto tra libertà e politica, quando egli nota come i processi di democratizzazione della politica hanno condotto a un nuovo tipo di apertura nel fare la politica e sono stati importanti espressioni di libertà.
Il concetto di libertà emerge, in terzo luogo, nella critica alla burocratizzazione universale, quando Weber intende il termine Freiheit come contrario non solo di tirannia e dispotismo, ma anche dell'ordine in generale.
Un'ulteriore dimensione del concetto di libertà è quella che viene definita "contingente". Nell'orizzonte concettuale di Weber la libertà si riferisce infatti a tre ordini di contingenza dell'azione: 1) necessità degli agenti di scegliere il corso e le modalità di azione, 2) fragilità dei progetti scelti che sono suscettibili di cambiamento, 3) esigenza di rendere intelligibili le azioni in termini di possibilità ed effetti collaterali.
Infine, Weber può essere considerato una sorta di precursore del punto di vista "esistenzialista" sulla libertà. Questa idea è sviluppata attraverso il confronto con Sartre. L'implicazione esistenzialista nel programma di Weber consiste nell'idea che anche un ordine estremamente burocratizzato non ha un'esistenza ontologica propria, ma si basa su specifiche strutture di scelta.
Al di là delle differenze specifiche, secondo Palonen, in entrambi gli studiosi, i concetti di libertà, potere e politica non vengono considerati antinomici, ma piuttosto aspetti diversi di un medesimo fenomeno. (F.G.)

TOP28 (2000), 1

Markell, Making Affect Safe for Democracy? On "Costitutional Patriotism", pp. 38-58.

L'articolo esamina il tema della relazione tra democrazia liberale e la dimensione affettiva della vita politica, attraverso il confronto con la concezione del "patriottismo costituzionale" di Habermas. Habermas elabora questo concetto nel corso degli anni Ottanta, definendolo come la forma "affettiva" più appropriata per una politica matura: esso indirizza la fedeltà e l'obbedienza dei cittadini verso la nazione intesa come comunità che si autodetermina. Markell cerca di chiarire questa idea rifacendosi alle interpretazioni più recenti di Habermas sul diritto e la democrazia, in cui il filosofo tedesco sostiene che le leggi e lo Stato creano una nuova e più astratta forma di integrazione sociale, legando gli individui all'idea del "popolo" cui essi appartengono. Tuttavia, questa visione del patriottismo costituzionale ha, secondo Markell, dei limiti, dal momento che può determinare rischi e pericoli per la riproduzione dell'identità. Questi rischi sono maggiormente evidenti se si tengono presenti le posizioni dello stesso Habermas in Between Facts and Norms, in cui la complessa relazione esistente tra leggi come sanzioni effettive e leggi come sistema di norme delinea la potenziale conflittualità della sfera del diritto. Una migliore comprensione del significato del patriottismo costituzionale è però presente, secondo Markell, negli scritti di Habermas sui recenti eventi politici tedeschi, poiché qui il filosofo coglie con maggiore consapevolezza come la legge saldi i principi universali al contesto particolare all'interno del quale sono affermati. (F.G.)

TOP28 (2000), 2

H. Kim, "In affirming them he affirms himself". Max Weber's Politics of Civil Society, pp.197-221.

L'articolo si focalizza sul pensiero politico di Weber in riferimento ai temi del sé e della società civile nel mondo moderno.
Vengono così esaminati i riferimenti del pensiero weberiano alla vita associativa e alla dimensione morale, partendo dalle considerazioni che Weber elabora sulla società americana, in modo da delineare le loro implicazioni per la teoria politica contemporanea della società civile.
Negli Stati Uniti, Weber scorge una modalità particolare della società moderna che non può essere descritta, da un punto di vista concettuale, né come Gesellshaft (società istituzionale) né come Gemeinshaft(comunità). La dimensione sociale americana, infatti, è caratterizzata da un associazionismo simile a quello delle sette religiose, attraverso cui la personalità e la moralità dell'individuo sono costituite, rinforzate e riprodotte continuamente.
Weber, analizzando la società americana, sviluppa un confronto con quella tedesca ed europea in generale; questo confronto lo induce a ritenere che l'America sia sottoposta a un processo di europeizzazione, termine con il quale Weber individua due fenomeni: feudalizzazione e burocratizzazione. Tali fenomeni sono ritenuti dal sociologo tedesco minacciosi per gli standard etici che avevano un tempo sostenuto l'integrazione nella società civile americana.
In particolare, Weber sottolinea la pericolosità della burocratizzazione in relazione ai processi democratici: la neutralità universale e formale della burocrazia può indurre un livellamento nella società politica, determinando una "democratizzazione passiva".
Kim mostra, allora, come Weber, diversamente da Oakeshott, ritenga cruciale, per evitare degenerazioni di questo tipo, rinforzare la relazione tra la natura disciplinata della società civile di tipo settario e l'elemento del "politico", ossia dello spazio della contestazione, della competizione e della lotta.
E' importante tenere presente che, secondo Kim, la teoria politica di Weber sulla società civile mira, in questo modo, ad approfondire il sé moderno, che deve conservare una "spavalda" autonomia individuale. Non c'è spazio nella teoria weberiana per una semplice accettazione della vita associativa in sé stessa: la coltivazione del sé, che egli richiama nell'"uomo di vocazione"(Berufsmensch), è fondamentale per il mantenimento della vitalità della politica moderna liberale e democratica.(F.G.)

TOP28 (2000), 4

K. Baynes, Rights as critique and the critique of rights, pp. 451-466.

L'articolo di Baynes sviluppa un'analisi della critica dei diritti, partendo dalle posizioni di Karl Marx e Wendy Brown. Come è noto, Marx, sin dal saggio La questione ebraica del 1844, aveva maturato l'idea che i diritti borghesi o civili riflettono e contribuiscono a produrre le divisioni sociali determinate dalla spaccatura tra stato politico e società civile. Brown, dal canto suo, considera i diritti come elementi formali, astratti, universali e, in un certo senso, opposti ai bisogni di identità.
Queste interpretazioni inducono Baynes a individuare tre fondamentali paradossi dei diritti: 1) essi dovrebbero assicurare una protezione dall'influenza della politica, ma non sono tuttavia elementi "prepolitici";
2) i bisogni e gli interessi che i diritti proteggono sono anche, in parte, una funzione del sistema sociopolitico; 3) i diritti possono incontrare difficoltà nel raggiungimento dei loro fini (paradosso dell'istituzionalizzazione).
Baynes sottolinea che sia Marx che Brown hanno una visione dei diritti come elementi in potenziale contrasto con la compiuta realizzazione degli individui e con la democrazia. In realtà il rapporto tra diritti e democrazia può essere visto, seguendo Habermas, come "cooriginario", ossia tale che diritti e democrazia si completano reciprocamente. Tale cooriginarietà deriva, secondo Habermas, dalla "interpenetrazione" della forma legale e del principio del discorso "quasi trascendentale", che deve essere utilizzato dai cittadini per regolare la loro vita insieme attraverso il diritto positivo.
Il sistema dei diritti, nell'interpretazione habermasiana, deve, quindi, essere sviluppato in modo politicamente autonomo dai cittadini, nel contesto delle loro particolari tradizioni e storia.
Grazie a questo modello interpretativo è così possibile, se non risolvere i tre paradossi dei diritti, almeno visualizzarli in una prospettiva maggiormente dialettica rispetto a quella proposta da Marx e Brown. (F.G.)

TOP28 (2000), 6

N. Urbinati, Representation as Advocacy. A Study of Democratic Deliberation, pp. 758-778.

L'articolo considera il concetto di rappresentanza nella teoria della democrazia. L'analisi viene sviluppata richiamando le posizioni di Stuart Mill, che legava assieme governo rappresentativo, rappresentanza proporzionale e carattere “agonistico” dell'assemblea, e introducendo l'idea della deliberazione come advocacy.
Il discorso viene così diviso in tre parti. Innanzitutto, viene considerato il concetto di indirectness come segno costitutivo della democrazia rappresentativa, la quale è appunto relazione “non diretta” tra rappresentante e rappresentato. In secondo luogo, viene mostrata la relazione strutturale tra rappresentanza e deliberazione che già Mill aveva colto come necessaria in una vera democrazia, intesa come assemblea in cui le voci dei cittadini sono rappresentate proporzionalmente. Il modello “agorà” di Mill richiede una rappresentanza proporzionale poiché imposta la democrazia come un sistema in cui i processi politici devono essere giudicati dal punto di vista di “tutti” e perché presume che una decisione finale sia raggiunta attraverso un dibattito in cui confluiscono tutte le opinioni esistenti. Infine, a riguardo del carattere di advocacy della rappresentanza, si segnalano due componenti: 1) il legame “passionale” del rappresentante alla causa degli elettori e 2) la relativa autonomia di giudizio del rappresentante.
Ora, nel dibattito sulla democrazia deliberativa si manifesta una divisione tra teorici che considerano la deliberazione come strumento per correggere interpretazioni “distorte” del bene pubblico (modello del consenso della democrazia deliberativa) e teorici che invece considerano le differenze necessarie per la deliberazione (modello agonistico della democrazia deliberativa). Secondo la Urbinati la teoria della rappresentanza come advocacy ha la sua rilevanza all'interno del modello agonistico: una buona democrazia rappresentativa infatti non ha bisogno né di fanatici (o burocrati) né di re filosofi, ma piuttosto di “deliberatori” che giudicano e difendono le cause “appassionatamente” in accordo con i principi democratici. Gli elettori non cercano un'identificazione esistenziale con i loro rappresentanti, ma un'identità di ideali e progetti. L'advocacy nella democrazia rappresentativa può allora rispondere a questa esigenza, ponendosi come alternativa, interessante e stimolante, alla dicotomia del rappresentante come delegato o come amministratore fiduciario. (F.G.)



Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
Chi volesse segnalare riviste non incluse nell'elenco o siti web di riviste già segnalate può scrivere a Corrado Del Bo'.