Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 2 dicembre 2002

Studi Perugini


La rivista non è presente sul web. Le schede offerte dal BFP sono di Corrado Del Bo' e di Fabiola Mastrini.

Ecco le schedature del BFP

1 (1996), 1

Monografia: Julien Freund


1 (1996), 2

Monografia: Robert Nozick


2 (1997), 3

Monografia: Alasdair MacIntyre


2 (1997), 4

Monografia: Karl Mannheim


3 (1998), 5

Monografia: Il marxismo analitico

G.A. Cohen, Impegno senza riverenza. Riflessioni sul marxismo analitico, pp. 9-22.

Breve storia del marxismo analitico nel resoconto di uno dei suoi fondatori. Cohen, tra le altre cose, spiega che il marxismo analitico costituisce il punto di confluenza di tre differenti "tecniche" (denominate "analitiche" in quanto il loro utilizzo determina un'esposizione più precisa e la produzione di argomentazioni più rigorose): tecniche dell'analisi logica e linguistica derivate dal neopositivismo; tecniche dell'analisi economica che hanno assunto una formulazione matematica all'interno dell'economia neoclassica e non marxista; tecniche della rappresentazione della scelta, dell'azione e della strategia sviluppatesi all'interno dell'economia neoclassica e appartenenti alla teoria della scelta razionale. (C.D.B)

E.O. Wright, Che cos'è il marxismo analitico, pp. 23-46.

Quattro sono, secondo l'autore, le caratteristiche essenziali del marxismo analitico: 1) l'aspirazione a costituirsi come genuina scienza sociale, rispettosa dei criteri (e dei limiti) propri della metodologia della scienza di matrice positivista; 2) un notevole impegno rivolto verso una concettualizzazione sistematica, che si concretizza nella costruzione di puntuali definizioni delle nozioni al cuore della teoria marxiana e di una mappa delle loro interconnessioni che non cada vittima di contraddizioni; 3) l'adozione e l'esplicitazione di modelli astratti (i modelli formali della teoria dei giochi ma anche il più semplice strumento degli esperimenti mentali); 4) il riferimento all'individualismo metodologico per spiegare l'azione umana. (C.D.B)

M.A. Lebowitz, Il "marxismo analitico" è marxismo?, pp. 93-120.

La risposta dell'autore all'interrogativo è radicale: non solo il marxismo analitico non è marxista, ma è anche antimarxista. (C.D.B)

3 (1998), 6

Monografia: Raymond Aron

4 (1999), 7

Monografia: Wittgenstein e le scienze sociali

4 (1999), 8

Monografia: Il realismo politico

5 (2000), 9

Monografia: Teologia politica

5 (2000), 10

Monografia: René Girard

La teoria del “desiderio mimetico” e l'essenziale nesso che lega sacro e violenza sono i temi focali degli articoli di questo numero monografico di «Studi Perugini» dedicato a Girard (il primo dello stesso antropologo francese: I buoni selvaggi e gli altri, pp. 13-24). La realtà della violenza è intrinseca ad ogni cultura e comunità umana ed è universale la tendenza a scaricarla su di un capro espiatorio; è nel sacrificio che gli uomini celano, rimuovendolo, quanto è alla radice della loro natura, la violenza distruttiva del desiderare. Di più spiccata rilevanza per la filosofia politica risultano i contributi di Golsan e Palaver.

Richard J. Golsan, Storia, politica e memoria nella Francia contemporanea. Alcune prospettive girardiane, pp. 105-121.

Contro la parzialità di studi incentrati esclusivamente sulle implicazioni teologiche della teoria mimetica, Golsan invita a scoprire, attraverso degli esempi, le potenzialità di Girard per l'interpretazione storica della modernità e della sua crisi. In Furet le ideologie totalitarie sono la risposta ad una girardiana «crisi sacrificale» della società individualista borghese: col delegittimarsi delle gerarchie e il volatilizzarsi delle identità, in una sorta di auto-negazione, il “sé” diviene capro espiatorio. Allo stesso modo è da imputare ad una «crisi sacrificale» il disagio che per Bruckner pervade le democrazie occidentali dopo lo smantellamento dell'URSS; al venir meno, cioè, di un nemico esterno, capro espiatorio sul quale deviare le ostilità interne per alimentare coesione e vitalità socio-politica di una comunità. Ad un comportamento “mimetico” è invece riconducibile l'aspirazione allo status di vittima da parte di minoranze ed emarginati, al fine di ottenere un negato riconoscimento, o di richiamare l'attenzione su sofferenze e torti subiti per allontanarla da quelli inflitti: così i nazionalisti serbi per giustificare la pulizia etnica contro Croati e Bosniaci. I processi per crimini verso l'umanità, contro il nazista Barbie e i francesi Touvier e Papon, sarebbero il tentativo francese di superare Vichy e i sensi di colpa per la collaborazione con i nazisti, scaricandoli su capri espiatori. In un rovesciamento della logica sacrificale gli imputati si difesero presentando se stessi, i carnefici, a loro volta come vittime. L'illecito capovolgimento del rapporto tra colpa ed innocenza permette a Golsan di evidenziare i rischi di un semplicistico abuso delle potenzialità ermeneutiche girardiane. (F.M.)

Wolfgang Palaver, La celata distanza di Girard dalla moderna ontologizzazione della violenza, pp. 191-203.

La conflittualità della convivenza umana, la genesi violenta della civiltà, nonché l'originaria identità di sacro e violento sono responsabili dell'accostamento di Girard all'ontologizzazione della violenza. Ricondurlo alla formula dell'homo homini lupus (peraltro comune denominatore delle più recenti teorie di politica internazionale: Kojève e Schmitt, Fukuyama e Huntington) è inevitabile; ed è a partire da essa che Hobbes invocava lo Stato assoluto, il Leviatano, garante dell'ordine che nel nostro secolo ha trovato degno sostituto nel dostoevskijano Grande Inquisitore. Pur riconoscendo la «parentela pericolosa» che lega Girard a Hobbes, Palaver rivendica delle differenze. Per Girard la disposizione alla violenza non appartiene alla natura umana, ma è piuttosto agostiniana conseguenza dell'orgoglio che, col peccato originale, ha allontanato l'uomo da Dio. Seppure Hobbes e Girard condividano il carattere violento dei rapporti umani, essendo innegabile l'analogia fra la lotta per l'onore e il potere, che per il primo deriva dal confronto e dalla competizione fra gli uomini, e l'ostilità fra di loro, che per il secondo ha la sua fonte nel “desiderio mimetico”, tuttavia è necessaria un'ulteriore distinzione. Ponendoli a confronto con l'antropologia agostiniana, emerge infatti quanto segue: mentre la superbia hobbesiana è quella di chi in Agostino tenta, dominato dall'amor sui, di sostituirsi all'Onnipotente — perversa imitatio dei, Girard riconosce invece, con il filosofo cristiano, la dedizione di chi, pervaso dall'amor dei, si dedica ad un'umile imitazione di Dio. È questa l'unica via d'uscita dal «vicolo cieco» della violenza; ma solamente la grazia potrà farci strada, solo il regno di Dio potrà spodestare l'idolo del Grande Inquisitore, superbo custode dell'ordine terreno che aveva osato chiedere a Cristo di andarsene e «non tornare più… mai, mai più». (F.M.)


Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
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