Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 18 giugno 2001

Laura Bazzicalupo, Mimesis e Aisthesis. Ripensando la dimensione estetica della politica, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2000.

Il testo presenta una riflessione che fa della dimensione estetica il punto di vista privilegiato per avviare, nella contemporaneità secolarizzata e globalizzata, un ripensamento dell'essenza e del valore della politica, contro ogni suo possibile uso degenerativo. Essa si presenta come una revisione critica del modo in cui il pensiero filosofico e sociologico ha guardato al nesso tra politica ed estetica, dalle origini (Platone, Aristotele), attraverso i moderni (Hume, Smith, Kant), fino alla riflessione contemporanea (Nietzsche, Heidegger ma anche Foucault, Arendt, Derrida, Deleuze, Bauman).

Il libro consta di due parti, la prima dal titolo Estetica della società nell'epoca della modernità riflessiva (pp.21–223), e la seconda La scena della politica (pp.225–424), rispettivamente articolate in quattro (I. Immanenza logica e differenze sensibili, II. La trasformazione dell'aisthesis nell'epoca della globalizzazione, III. Sentire le differenze: come pensarle?, IV. American Beauty) e tre (I. Mondanità di estetica e politica, II. Sotto il segno della mimesis, III. Aisthesis: sentire) capitoli a loro volta suddivisi in numerosi paragrafi.

Nell'Introduzione (pp.5-20) l'autrice chiarisce come, nell'orizzonte dell' "odierna tarda modernità", tre saranno i termini in gioco al centro dell'analisi: estetica, politica, etica, da intendere nel loro rapporto produttivo. In parallelo l'attenzione si concentrerà sullo studio di un rischio costantemente presente, quello del pervertimento di questo stesso rapporto nell'estetizzazione o estetismo politico.
Dell'estetica – come il titolo suggerisce - si fa valere la duplice natura recettiva e attiva: da un lato come aisthesis, vale a dire come sentire, percepire, "la costellazione (…) di sensazioni recettive e recettive-attive che si sottraggono al controllo razionale", dall'altro come mimesis, "produzione secondo un modello", "immaginazione creativa", forma, rappresentazione. Questa duplicità è resa funzionale al recupero di due corrispondenti dimensioni del politico: la prima, operativa e propriamente pratica del "fare politica"; accanto, quella non-operativa, che si potrebbe dire situazionale, di tono o stato d'animo, di condizione, "nel senso dell'aisthesis", dell' "essere politici". La politica, in altri termini, si fa e si subisce (Burckhardt) e "la prospettiva estetica serve a illuminarne i tratti ambivalenti, tra libertà e condizionamento, contesto e novum" (p.19).

Oltre a ciò, l'ottica estetica apre la possibilità di una rifondazione dell'etica in chiave non concettuale, non universalistica e non rigidamente normativa, rifondazione improrogabile dopo la presa d'atto, in un orizzonte di ormai irreversibile secolarizzazione, della morte di Dio (o degli Dei): l'uomo è ormai solo senza Dio, solo con gli altri.

L'estetica come punto di vista sul politico e sull'etico adempie ad una duplice funzione, euristica e normativa. Reagendo forse alle esperienze novecentesche dei totalitarismi politici e dell'Olocausto (mito nazista), traumatiche quanto insopprimibili, il mondo moderno tende a cercare nella politica sempre meno un governo e delle pratiche di potere e di controllo determinate, e sempre più l'apertura di spazi di visibilità: un medium, dunque, in cui le individualità, con le loro irriducibili differenze, possano trovare espressione e reciproco riconoscimento. A venire in luce è, in sostanza, un fare politica che è un essere politici: al centro, singolarità che solo il linguaggio estetico permette di cogliere e di dire in modo coerente.

Lo spazio politico che si apre in questo modo è però estremamente fragile: la sua sopravvivenza come puro spazio di visibilità, legato al persistere di una situazione di "conflitto", di "pluralità non pacificata", è messa continuamente in pericolo da un movimento estetico perverso, estetistico ed estetizzante, che nella società contemporanea assume due forme. La prima consiste nel tentativo di riproporre "miti etnici, identitari e totalitari" (p.7), utopie o immagini che definirebbero l'essenza autentica di gruppi o collettività e da cui solamente i singoli potrebbero mutuare la loro identità. Questa via conduce inevitabilmente alla soppressione delle individualità nella omologazione e al riassorbimento del conflitto nell'ordine dello spazio univoco definito dal mito totalitario. La seconda, invece, invade ed occupa lo spazio della pura visibilità politica con il "flusso ottundente delle sensazioni, delle immagini, dei simboli", sempre nuovi ma anche, ossessivamente, sempre uguali, frutto della "mediocrazia e videocrazia", dell'onnipotenza delle tecnologie ormai globalizzate delle comunicazioni di massa. Ci troviamo in una situazione di sovrabbondanza immaginativa che non veicola in realtà alcun senso e significato (una pienezza vuota, quindi). Essa comporta una "attenuazione della sensibilità" e un crollo dell'attenzione: a causa della rapidità con cui viene bombardato da miriadi di messaggi cangianti, il soggetto viene privato del tempo che gli sarebbe necessario per fissarli nella memoria e sottoporli ad una attività idealizzante che consenta una presa di distanza (libertà o liberazione) ed uno sguardo obiettivo su di essi. Lo spazio si fa oppressione immaginativa che toglie ogni ragione al contendere e alla conflittualità perché riduce le singolarità a recettrici passive di un movimento che non sono in grado di controllare. Il duplice sguardo estetico sulla politica vuole offrire un potente antidoto contro queste degenerazioni, le quali rischiano di chiudere la possibilità che si è drammaticamente e positivamente aperta dopo l'ultimo conflitto mondiale.

La Prima Parte offre una riflessione critica sui presupposti che reggono il mondo e la società contemporanea. Di ognuno di essi si mettono in luce le plurali possibilità di comprensione e, conseguentemente, di svolgimento: o verso il regresso, che è chiusura nei confronti di ogni possibilità di rinnovamento e di avanzamento, o nella direzione di un accoglimento ed una messa a frutto del nuovo e del positivo che esso potenzialmente introduce nel panorama socio-politico tradizionale.
In primo luogo, e a definire l'orizzonte della prospettiva, c'è la morte di Dio, il weberiano "disincantamento del mondo": se, da un lato, esso può generare spaesamento e perdita di punti di riferimento fissati una volta per tutte, dall'altro ha il merito di porre – secondo un punto di vista che è, tra gli altri, quello di Deleuze - le premesse della nuova visione del politico nella misura in cui "lascia esplodere la pluralizzazione delle forme e dei centri di forza vitali" (p.152).

A ciò si affiancano gli effetti della rivoluzione mediatica e della globalizzazione che comportano la progressiva sostituzione delle tradizionali coordinate politiche definite dallo Stato nazionali, facilmente localizzabili e identificabili, con un nuovo spazio di incontro–scontro di carattere simbolico e virtuale, quello della rete cibernetica. E' in atto, cioè, un fenomeno di deterritorializzazione che porta con sé rischi potenziali notevoli. Può verificarsi infatti, in primo luogo, un impoverimento dell'aisthesis, una "riduzione del sensorio all'unico contatto freddo dei tasti del computer" (p.73). Il rapporto con mondi infinitamente plurali e distanti rischia di farsi sempre più un non-rapporto: l'istantaneità del contatto, infatti, impedisce l'effettiva sedimentazione nella memoria e la rielaborazione nell'immaginazione. In secondo luogo, si fa crescente la difficoltà di localizzare il terreno di scontro politico e di identificare chi siano i dominanti e chi siano i dominati, dove sia, cioè, il vero centro di gestione del potere. Da tutto ciò può derivare, in negativo, un crescente senso di fatalità, e l'accettazione incondizionata del reale così come ci viene offerto dallo spazio simbolico e virtuale. In positivo c'è, invece, la possibilità che si generino modelli di appartenenza e di identità nuovi, di carattere "creativo-combinatorio" (p.222), ludico, non predeterminato e non predeterminabile a priori ma espressione di libera concertazione e discussione.

Altro tratto aperto ad una duplice possibilità di sviluppo è la presa di coscienza del fallimento del modello scientista di razionalità, calcolabilità e prevedibilità assoluta del reale. A questo paradigma se ne sta sostituendo progressivamente un altro, fondato sulla categoria di "eterogenesi dei fini", già al centro della storiografia di fine Ottocento. Si tratta di una visione della realtà che lascia aperto lo spazio all'emergere dell'imprevedibile e, quindi, del nuovo. A quest'ultimo si può guardare o come ad un rischio o come ad una opportunità. Se del nuovo si riesce a vedere solo l'effetto destabilizzante si cercherà di soffocarlo facendo ricorso ai cosiddetti "sistemi esperti". Il nuovo, però, offre anche la positiva e stimolante possibilità di rompere il cerchio della fatalità, possibilità che può essere valorizzata attraverso una comprensione in chiave estetica dell'invenzione, cioè della singolarità e differenza originaria: "rivendicazione (…) di un nuovo immaginario disponibile al rischio e alla creatività" che sono "entrambi tratti estetici della individualità" (p.185).

Infine, occorre tenere in considerazione la nuova immagine dell'uomo che si va affermando all'interno di questo orizzonte: immagine elaborata dall'antropologia difettiva e centrata sul limite e sulla non esaustività originaria del Sé. Il suo limite costitutivo può essere colto o, in negativo, come mancanza che esige un completamento, o, più positivamente, come opportunità: "quadro metapolitico di insicurezza ontologica" da cui discende un nuovo progetto di costruzione dell'identità che punta su una relazionalità e apertura agli altri, anch'essa costitutiva, e di tono emotivo, sensibile e sentimentale. Alla base di questo progetto c'è il recupero del sensus communis dove "comune" è l'orizzonte precategoriale condiviso": esso si propone, in sostanza, come "condizione di comunicabilità, di dialogo, resa possibile dalla comunanza sensibile" (p.217), situazione di "idem sentire etico organico", aperto però al riconoscimento della pluralità e quindi al "potenziale dissidio". E', insomma, la insocievole socievolezza kantiana (p.268).

La Seconda Parte del volume mette a frutto gli spunti di carattere sensibile-estetico in direzione della pluralità e della differenza, che sono emersi sopra, per una riconsiderazione del politico e delle sue precondizioni in chiave integralmente estetica.
Al centro, questa volta, c'è il recupero della posizione arendtiana circa la "dimensione originaria di interdipendenza" (p.229), di heideggeriano mit-sein, di coesistenza con altri e pluralità in cui il Sé viene costitutivamente alla luce. Da qui, con uno sdoppiamento, si procede da un lato verso il politico propriamente detto, qualificato dalla sua natura rappresentativa e mimetica, dall'altro verso il "momento prepolitico di com-parizione", nel quale invece è il recupero della sensibilità e della aisthesis a giocare il ruolo portante.

La politica è mimesis perché chi agisce nella dimensione politica opera sempre immaginando di agire davanti a un presunto spettatore che lo osserva e dal quale attende approvazione, consenso o, più in generale, una presa di posizione. Si tratta di uno spettatore che l'attore è in grado di immaginare in virtù del senso comune che incarna la radice comune di entrambi. Questa mimesi presenta alcuni caratteri distintivi. Essa è innanzitutto intreccio di recettività e attività, di imitazione ma anche di rinnovamento: in ciò consiste la sua paradossalità in quanto, non potendo produrre pura e semplice duplicazione del modello, lascia sempre spazio alla libertà. Per questo, anche, essa nasce sempre dall'intreccio di strumentalità e di espressività, di poiesis o techne e di praxis, perché il Sé, nella mimesi, non può che esprimersi attraverso "regole e capacità già stabilizzate da eseguire in modo competente, tecnico" (p.327). Infine, essa apre la possibilità di una visione non totalitaria della politica: se politica è mimesi rappresentativa, fare politica non può significare altro che portare sulla "scena" "ruoli che si recitano in dipendenza reciproca e provvisoria" (p.360).

Alle spalle della dimensione mimetico-rappresentativa della politica il mit-sein si presenta nelle vesti di relazione "guidata dal sentire, dalla sensibilità" (p.377) che fa leva sul corpo come luogo di "sensibilità anonima", "soglia e comunicazione" ma anche "irriducibile differenza". La corporeità è la dimensione materiale che ci rende uguali e, quindi, ci pone in rapporto emotivo con tutti gli altri ma, nello stesso tempo, definisce il limite invalicabile della singolarità, il confine tra dentro e fuori. Il corpo come aisthesis è, cioè, apertura agli altri ma anche garanzia di pluralità, sforzo e resistenza ad ogni tentativo di omologazione assoluta. Luogo di potenziale libertà prima del meccanismo mimetico-identificante, esso offre anche la chiave per presentare un'etica nuova, che cessa di proporsi ed imporsi come irrealizzabile dover essere, e che, invece, " 'si sente' nel limite basso di generalizzazione di ciò che non si distingue, corpi qualunque, dolore qualunque, sventura anonima" (p.417). Corpo, dunque, come "luogo teorico" (p.388) per una rifondazione del prepolitico e dell'etico e per un nuovo sguardo aperto sul politico.

Questi sono solo alcuni degli spunti tematici che offre il testo della Bazzicalupo: un testo indubbiamente non facile, anche per la molteplicità di riferimenti che ne segnano lo spessore, ma altrettanto indubbiamente ricco di stimoli e di spunti di riflessione sui caratteri portanti della nostra modernità.


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A cura di:
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Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
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