Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 22 giugno 2004

Laura Bazzicalupo, Politica, identità, potere. Il lessico politico alla prova della globalizzazione, Giappichelli, Torino, 2004, p. 244

Laura Bazzicalupo, docente di Filosofia politica all'università di Salerno e all'università "L'Orientale" di Napoli 1, ci offre un lavoro di sintesi con cui si vogliono raccogliere ed elaborare gli strumenti teorici utili alla comprensione della politica nella nostra società. Il libro nasconde il suo reale carattere presentandosi, col sottotitolo e le due prime parti, come una rassegna generale delle riflessioni politiche contemporanee. Il lettore potrà trovarvi brevi presentazioni delle principali correnti politico-filosofiche degli ultimi decenni e delle bibliografie adatte ad un primo approfondimento. In questo il libro di Laura Bazzicalupo si presenta come un manuale utile, del quale, inevitabilmente, non sarebbe difficile avanzare dei dubbi su alcune assenze o su certe semplificazioni. Il libro è peró pensato in altra maniera, e il lettore che vorrà leggerlo dall'inizio alla fine intravvederà ben presto una struttura che dà ragione e senso alle necessarie selezioni.

Il libro è strutturato in quattro parti: Modernità/Stato, Modernità/Mondo; Identità; Potere. Non si tratta peró di quattro parti simmetriche: le prime due costituiscono le premesse per le due successive; l'ultima presenta gli autori e gli strumenti adatti, secondo l'autrice, ad un ripensamento generale della filosofia politica e al suo adeguamento ai cambiamenti sociali, economici e politici della tarda modernità.


Il lessico politico. La riflessione si sviluppa intorno ad alcuni termini centrali della filosofia politica, che vengono compresi in tutta la loro portata anche grazie ad un allargamento della prospettiva, includendo cioé i paradigmi metapolitici che contribuiscono ad imporre significati e orizzonti alla riflessione prettamente politica: "ogni metapolitica è una trama di 'regimi di verità', ha in sé una antropologia e una metafisica della natura, cioè un paradigma dell'uomo, un codice dell'esperienza e delle sue coordinate spazio-temporali, cioè un modo di pensare il tempo e lo spazio, naturalmente non omogenee e trasparenti nel sapere e nel linguaggio, ma certamente costitutive delle relazioni di potere" (p.6).

La globalizzazione. Da una parte Bazzicalupo cerca di ricostruire e decostruire la riflessione contemporanea ritracciando le genealogie delle questioni, dall'altra, pur soffermandosi sui problemi del nuovo secolo, non indugia in una retorica enfatizzazione dell'11 settembre. La "guerra infinita" non viene che invocata come uno degli scenari con cui il pensiero politico deve oggi confrontarsi. Analogamente la globalizzazione, che pure viene nominata nel sottotitolo, forse soprattutto per delle esigenze editoriali, non è che una delle dimensioni del contemporaneo, "quella dell'esplosione dei confini spaziali e quella dell'interdipendenza planetaria" (p.7). Alle espressioni globalizzazione o postmodernità, Bazzicalupo preferisce quello di tarda modernità: "l'attuale fase della modernità, che non andrebbe chiamata postmoderna anche se rovescia alcuni tratti della modernità, sembra rappresentare non una fuoriuscita dalla modernità ma una radicalizzazione dei suoi tratti e questa radicalizzazione ha come effetto una "riflessività" che determina conseguenze non volute, una eterogenesi dei fini. Cioé, il tempo moderno porta avanti cosí radicalmente le sue istanze da generare conseguenze diverse o addirittura opposte da quelle che aveva programmato" (p.7) 2.


La prima parte, Modernità/Stato, è dedicata ad una veloce ricostruzione dei principali elementi costitutivi della riflessione moderna sul politico. Bazzicalupo ricostruisce i più importanti momenti della filosofia politica europea a partire dal "paradigma artificiale", il contrattualismo come primo modo secolarizzato di pensare il potere e la sua legittimità, mostrando le successive trasformazioni, sovrapposizioni e convivenze di paradigmi politici differenti. E' questa una prima occasione per affrontare, oltre al modello economicistico, alla giustizia distributiva, alla razionalità deliberativa, la questione del potere e, soprattutto, dell'identità nelle letture classiche o attraverso quelle teorie contemporanee che restano interamente all'interno della prospettiva moderna.


Nella seconda parte, Modernità/Mondo, si affrontano, invece, i principali elementi di rottura della tarda modernità, fra cui, più importante fra tutti, l'idea di differenza. "In realtà, scrive Bazzicalupo, la modernità 'contiene' contraddittoriamente, sin dal principio, questa doppia anima della coazione all'ordine, la reductio ad unum, insieme alla potenza centrifuga della dissoluzione, della critica, dell'esplosione delle differenze e anzi accentua l'artificialità ordinativa proprio perché è consapevole delle differenze" (p.73).

La prima parte del capitolo ruota quindi intorno al pensiero della differenza, un "pensiero della differenza postdialettico (non conciliativo e non sintetico), attento al tratto sensibile, estetico della vita sociale e politica, perché è proprio l'attenzione al sensibile e all'estetica che tiene ferme le differenze, che non le riassume nel concetto, sacrificandole all'unità" (p.81): la scuola di Francoforte e soprattutto Lyotard, Derrida, Deleuze.

La seconda parte del capitolo è dedicata al pensiero femminista, forse la riflessione individuale e collettiva che ha elaborato con maggiore forza e ricchezza gli strumenti per decostruire l'individuo universale e ripensare la differenza. "La teoria femminista delle differenze, per esempio", osserva Bazzicalupo, "cerca strade nuove per l'identità del sé e rivaluta la narrazione come modo di manifestarsi senza essere forzatamente ridotti in clichés neutrali. Ma anche le minoranze di colore, gli omosessuali, i disabili, o i vecchi e i bambini: tutta l'immensa galassia che non si riconosce in quel soggetto di diritti adulto, bianco, eterosessuale, potente e cosciente di sé, autosufficiente e libero di approntare piani di vita per la propria realizzazione" (p.78). In realtà, si puó aggiungere, la teoria femminista apporta un aiuto per ripensarsi anche a chi, maschio occidentale eterosessuale, discostandosi in modo meno apertamente contraddittorio dal modello universale al quale si suppone adeguarsi naturalmente, si trova contemporaneamente in una posizione dominante e in una maggiore difficoltà di ripensare la propria o le proprie identità 3.

Nella terza parte del capitolo, Bazzicalupo presenta una rassegna delle principali riflessioni sulla globalizzazione e sui rapporti socio-culturali tra le diverse aree del mondo messe in rapporto (in)diretto dalle nuove tecnologie, dai flussi migratori e da una progressiva integrazione economico-finanziaria.


Dopo aver tratteggiato lo scenario generale, con la terza parte, Identità, Bazzicalupo si avvicina al primo dei due nodi che individua come centrali, essendo intorno ad essi che occorre concentrarsi per elaborare gli strumenti teorici adatti a ripensare i termini stessi di una filosofia politica in grado di affrontare i nodi della società contemporanea. L'identità "è un tema che va pensato e decostruito perché, lasciato a se stesso, come se non ci appartenesse, esplode improvviso nel comportamento del tutto antieconomico dei terroristi e nelle risposte, dall'anima diabolicamente ambigua, del patriottismo americano" (p.53). La rassegna di alcune delle maggiori riflessioni sull'identità (tra gli altri, Bauman, Geertz, Amselle, Arendt), ci porta fino all'ultimo paragrafo del capitolo, il cui titolo già indica la prospettiva proposta dall'autrice: Decostruzione dell'essenzialismo identitario: antropologie del finito. La riflessione metapolitica è evidentemente necessaria per poter pensare il politico in nuovi termini, o per ridare ai vecchi termini, "potere" innanzitutto, dei nuovi significati; due concezioni dell'uomo, della cultura e dell'identità si oppongono: il paradigma antropologico negativo e il paradigma antropologico del finito. Il paradigma classico, negativo, "perché parte da una positività ideale negata", quella che consentirebbe un'unità e un'assenza di conflitti nel corpo sociale, "comporta una rappresentazione solo repressiva del potere, solo riparativa dell'agire, una politica inchiodata al tema della sopravvivenza e della protezione della vita attraverso la sua repressione, ossessionata dall'ordine" (p.176). Il "paradigma antropologico del finito puó invece accentuare piuttosto la ricchezza dell'incerto, dell'uomo indeterminato e della sua assenza di 'qualità' definitorie, a partire da una gamma di diversificazioni possibili intese come potenzialità generative" (p.176). Il paradigma antropologico del finito consente di ripensare gli individui e il loro rappresentarsi in una maniera più dinamica, "la identità non sarà pensata come equilibrio ma come dis-equilibrio creativo, spostamento di soglia che facilita i processi ibridativi, le coniugazioni che arricchiscono e diversificano" (p.177), disarticolando, e disinnescando almeno in parte, le relazioni di potere legate ad ogni autoattribuzione d'identità ed ad ogni processo di identificazione.

La quarta parte, Potere, costituisce la conclusione, l'indicazione di una prospettiva per ripensare il politico nella tarda modernità, nell'era della globalizzazione. "Il potere in verità è tema cruciale della politica e il suo studio nella teoria politica è codificato in termini oggi insoddisfacenti limitato com'è al verticismo e al dominio: l'attuale svolta biopolitica richiede invece un pensiero del potere che ne evidenzi la natura reticolare, relazionale e simbolica. Alle contraddizioni e allo svuotamento delle istituzioni non puó che rispondere una analisi delle dinamiche di potere che le sottendono e le sovrastano" (p.5). Dopo che nelle tre precedenti parti ne erano stati introdotti ed anticipati parzialmente gli elementi costitutivi 4, Bazzicalupo arriva al cuore della questione esponendo organicamente la prospettiva attraverso cui ripensare il potere in modo da cogliere i molteplici livelli in cui esso, in quanto relazione, si esprime nella società. Puó apparire curioso, ma risponde a delle ragioni forti, che dopo essere passata da autori contemporanei, Bazzicalupo ritorni a due pensatori del Novecento corto, Arendt e Foucault (a cui affianca o meglio fa seguire, in seconda fila, i teorici del repubblicanesimo conflittuale).

Alla concezione classica, fortemente contestata, ma pur sempre riprodotta da molti filosofi politici, di una dimensione unicamente politica e istituzionale del potere, Bazzicalupo contrappone un'idea più complessa: una rete di relazioni di potere. "Questa trama di potere 'costituito' che non è solo politico, anzi, che passa attraverso regimi non discussi e codificati di discorsi, possiamo immaginarlo come il momento statico (Weber lo avrebbe chiamato amministrativo, di dominio, di ordine) del potere; esso è in tensione con il lato innovativo del sociale, disordinativo spazio di effervescenza, di decisione, e di destabilizzazione (potere generativo)" (p.197). Dopo aver decostruito l'idea stessa di potere e averlo mostrato in quanto rapporto (non più solo nella dominazione e nel governo, ma anche nei discorsi, nei gesti, nelle relazioni tra individui), puó sembrare che venga reintrodotta un'opposizione tra potere e sociale; in realtà, credo, tutta la difficoltà, ma anche l'interesse e la forza della prospettiva proposta da Bazzicalupo, a partire da Foucault e Arendt, sta proprio nel significato e nella complessità con cui va intesa la "tensione" che unisce il "lato innovativo del sociale" al "momento statico del potere".

Forse uno dei limiti del libro di Laura Bazzicalupo è nella sottovalutazione dei saperi diffusi, prodotti, riprodotti e criticati dai movimenti sociali; limite le cui cause vanno senz'altro cercate in una tradizionale divisione tra filosofia politica e culture politiche di massa. Poco o nessuno spazio hanno, per esempio, il socialismo radicale (comunista o anarchico) e la socialdemocrazia, pur avendo marcato profondamente la storia occidentale del Novecento, e le loro contraddittorie evoluzioni (l'eterogeneo movimento antiglobalizzazione o altermondialista, i movimenti indigeni e contadini, le nuove forme sindacali, i movimenti gay e lesbici 5, il consumo critico etc..) che riescono ancora ad imporre, per quanto marginali, la loro presenza nel dibattito politico e nella produzione culturale. La modernità si distingue dalla premodernità anche per l'esistenza di movimenti sociali (intesi come movimenti che rivendicano dei diritti sociali, e che quindi si esprimono in termini politici) e per i rapporti fra questi, la sfera culturale e la riflessione teorica. Ha ancora senso una filosofia politica che si strutturi a partire da categorie incomprese e/o incomprensibili per gli attori sociali? In altri termini, l'invito di Bazzicalupo a ripensare le categorie stesse della filosofia politica per adeguarle alle domande imposte dalla tarda modernità potrebbe o dovrebbe essere estesa ad una riflessione sullo statuto stesso della filosofia politica nella nostra società. Non si tratta ovviamente di un'assenza di obiettivi 6, ma della necessità di riflettere sul ruolo e sulla collocazione sociale della filosofia politica nel mondo contemporaneo, magari ripercorrendo il contraddittorio percorso storico che ha trasformato la filosofia politica, attraverso la modernità e la tarda modernità, in una disciplina accademica.

Note

1. Pubblicazioni più recenti: Mimesis e Aisthesis. Ripensando la dimensione etica della politica (Napoli, Esi, 2000) e Hannah Arendt, la storia per la politica (Napoli, Esi, 1995); ha curato insieme a Roberto Esposito Politica della vita. Sovranità, biopotere, diritti (Roma-Bari, Laterza, 2003).

2, In altre parti del lavoro, Bazzicalupo tende invece ad enfatizzare la (presunta) rottura costituita dalla nostra epoca; per esempio: "E' la fine del sistema di sovranità statuali in equilibrio che era emerso dalla pace di Westfalia" (p.125, la fine dell'"equilibrio westfalico tra gli Stati" viene ripresa anche nelle pagine seguenti); ma, per esempio, si puó considerare la conferenza di Yalta una nuova forma del vecchio equilibrio westfalico? il contraddittorio fenomeno della costruzione di una società democratica (intesa nel senso più generale di società fondata sull'idea di società d'individui che aspira ad autogovernarsi) non porta nella sua evoluzione a delle trasformazioni essenziali anche nella relazione tra gli Stati? la storia degli imperi moderni e degli stati nazionali non si accompagna, lungo i secoli che ci dividono dal 1648, ad un succedersi di modelli coloniali ed egemonici profondamente differenti? La tarda modernità, in una prospettiva storica, non appare forse che come una nuova fase nella trasformazione continua (e a tratti radicale) degli Stati e delle relazioni fra di essi?

3. A proposito di pensiero femminista, nell'economia del libro di Bazzicalupo sorprende l'assenza di approfondimento della rilettura critica di Michel Foucault da parte di alcune femministe contemporanee (cfr. S. J. Hekman (edited by), Feminist interpretations of Michel Foucault, University Park, Pennsylvania State UP, 1996; S. Vaccaro e M. Coglitore (a cura di), Michel Foucault e il divenire donna, Milano, Mimesis, 1997; o per esempio la recentissima traduzione italiana di J. Butler, Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Firenze, Sansoni, 2004).

4. Se l'organizzazione del libro contribuisce a catturare l'attenzione del lettore, credo che si possa indicare nell'eccessivo procrastinare di una definizione chiarificante del termine "biopolitica" un motivo di difficoltà nella comprensione delle prime parti. Inoltre la definizione data in fine, molto più generale e vaga di quella proposta per esempio da Foucault in Bisogna difendere la società e in Volontà di sapere, non scioglie tutti i dubbi. Bazzicalupo utilizza l'espressione integrando ed allargando l'idea foucaultiana con le riflessioni precedenti (in particolare di Arendt) e successive (per esempio di Agamben), a questo proposito cfr. L. Bazzicalupo, Biopolitica, voce dell'Enciclopedia del pensiero politico diretta da R. Esposito e C. Galli, Roma-Bari, Laterza, 2000, p.70.

5. La ragione della presenza della riflessione femminista e dell'assenza della riflessione gay-lesbica credo che sia proprio da attribuire alla differente evoluzione dei due movimenti e nella progressiva trasformazione del femminismo in una corrente intellettuale (cfr. a questo proposito, per esempio, l'uso sistematico da parte di Rosi Braidotti dell'espressione "la femminista e gli altri intellettuali critici" in Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità, Roma, Donzelli, 1994).

6. Per esempio a proposito della questione dell'identità Bazzicalupo scrive: "il lavoro che ci aspetta, come filosofi politici, come storici, come antropologi è dunque volto a localizzare, in un campo globalizzato, multisituato in diversi contesti culturali, le differenze, le individualizzazioni che fanno appello al riconoscimento, decostruendo la complessa rete di relazioni, di riflessioni reciproche, di incomprensioni e rifiuti che comunque implicano contatti, rapporti, comunicazioni 'dipendenti dall'altro', mai autarchiche e 'piene'" (pp. 174-175).

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

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A cura di:
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Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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