Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 17 marzo 2003

Jean-Pierre Berlan (a cura di), La guerra al vivente. Organismi geneticamente modificati e altre mistificazioni scientifiche, Torino, Bollati Boringhieri, 2001, pp. 144 (*)


Esistono argomenti in grado di suscitare entusiastica accettazione oppure assoluto rifiuto. Le biotecnologie sollevano viscerali ostilità oppure (più raramente) adesione incondizionata: ciò che sembra quasi totalmente mancare è la giustificazione razionale di una posizione a favore o di quella contraria. Il fronte ove collocare Jean-Pierre Berlan è individuabile fin dal titolo, e specificato dal sottotitolo: gli OGM sono una mistificazione. Ciò che è necessario indagare è se Berlan, e i coautori del volume, offrano a sostegno della loro critica argomentazioni convincenti oppure fallaci, o non ne offrano affatto.

Fin dalla Prefazione veniamo a conoscenza delle accuse mosse da Berlan alle biotecnologie, alle quali egli suggerisce di mutare nome in Necrotecnologie. Primo: la biologia moderna e le biotecnologie rientrerebbero, secondo Berlan, “più nella speculazione finanziaria caratteristica della nostra epoca che in una scienza completamente dimentica di essersi un tempo schierata sotto la bandiera della verità, dell’obiettività, del disinteresse e dell’emancipazione” (p. 7, il corsivo è mio). Compaiono le prime dicotomie passato-presente: disinteresse vs. profitto, emancipazione vs. sottomissione, verità vs. falsità. Non solo la biologia moderna si è distaccata da questo paradiso teorico, ma si macchia di un delitto ancora più atroce: trova la verità ove il profitto la addita.
Secondo: la biologia si è avventurata in un gioco che “consiste nel celebrare un avvenire biotecnologico radioso per far gonfiare la bolla speculativa presente” (p. 7), così come accade, aggiunge Berlan, in medicina con gli annunci delle scoperte del gene dell’obesità, del cancro, della fedeltà, dell’amore e così via. Berlan, tuttavia, non ritiene di dover spiegare il motivo per cui il gene dell’obesità sia una ‘vecchia illusione’ riportata in auge, e dà per scontata la ragione dell’insensatezza della ‘scoperta’. Possiamo concedere che Berlan ritenga superfluo esplicitare gli argomenti contro l’esistenza di un gene dell’obesità: il rifiuto di un ingenuo determinismo e di una corrispondenza biunivoca gene x-caratteristica fenotipica x. Ogni caratteristica è determinata da numerosi fattori, genetici e non, e il gene dell’obesità non esiste. Però Berlan non spiega perché l’analogia tra le biotecnologie e le (presunte) scoperte in medicina sarebbe valida. La sua critica alla biologia moderna si fonda su una analogia che non è dimostrata. Egli non adduce nessuna ragione a sostegno della somiglianza della biologia con la medicina sbrigativamente riduzionista, e dunque non dimostra che la celebrazione di un avvenire biotecnologico radioso sia illusoria quanto l'annuncio della scoperta del gene dell'obesità.
Terzo: lo slogan transgenico ‘nutrire il pianeta rispettando l’ambiente’ è un abbaglio che ha reso ciechi i politici e gli scienziati circa il vero scopo delle biotecnologie (impersonate da Monsanto, Novartis, Aventis): creare nuovi fonti di profitto a spese della collettività. Non è chiaro in cosa la Monsanto differisca da una qualunque altra azienda alimentare. Non è nemmeno chiaro se il biasimo di Berlan si rivolga anche a tutte le altre aziende alimentari. In ogni modo mi sembra delinearsi uno scenario in cui i ‘cattivi’ (le multinazionali) tramano ai danni della collettività. Questo scenario non può di certo fondarsi sulla sola accusa del profitto. Altrimenti l’unico rimedio consisterebbe in una autarchia personale. Perché Berlan arriva addirittura a parlare di un “progetto politico di controllo sociale mediante la biologia [che] si sta realizzando sotto i nostri occhi” (p. 8)?
Quarto: le biotecnologie sono inutili e dannose. Le risposte sono forse da ricercare negli interventi raccolti da Berlan.

Berlan, poi, ricostruisce la storia della genetica agricola, che avrebbe avviato in segreto la guerra al vivente, solo da qualche anno condotta a volto scoperto. Il passato è descritto da Berlan con molto ottimismo, quasi fosse un paesaggio arcadico corrotto dal ‘progresso’. Le terre che i contadini avrebbero lasciato in eredità ai posteri vengono descritte da Berlan come “capolavori di diversità, di armonia, di adattamento all’ambiente, di cooperazione con la natura” (p. 21). Questo patrimonio viene distrutto “nel nome di una produttività sovvenzionata e iatrogena […] Che cosa resterà di quelle terre magiche quando gli Attila tecnofili le avranno devastate?” (p. 22). L’idea che la condizione (agricola) che precede il progresso sia un paradiso terrestre riflette una concezione leggendaria della realtà, una preconfezionata filosofia della storia secondo la quale l’età dell’oro degenera gradualmente a causa della tecnologia.
L’età dell’oro è quella che precede l’industrializzazione e le tappe che conducono alla decadenza sono coronate da Terminator, “un brevetto chiamato «di controllo dell’espressione dei geni» [che] non è né un incidente né il frutto della pazzia di qualche dottor Stranamore, ma il trionfo di centocinquant’anni di scienze agronomiche al servizio del capitale” (p. 22). Terminator segna la fine dell’agricoltura, avverte Berlan, sebbene il termine continuerà a esistere nelle menti confuse dalla neolingua biotecnologica (di cui egli stila un interessante dizionario in Appendice), svuotato ormai del suo significato originario. Per arrivare a Terminator si passa attraverso alcune fasi di miglioramento delle coltivazioni. Questo miglioramento si interrompe, avverte Berlan, con la nascita dei selezionatori professionali e si caratterizza come paradossale: una nuova tecnica di selezione a vantaggio dei produttori di sementi ma non a vantaggio dell’agricoltore e della collettività sostituisce una tecnica utile all’agricoltore ma non al produttore di sementi. È così che ha inizio la tecnica di espropriazione, secondo Berlan. Gli ibridi che fanno la comparsa nel secolo ventesimo sono l’anello di congiunzione tra le prime ‘manipolazioni’ sull’agricoltura in nome del profitto e il compiuto asservimento attuale.
Il ventunesimo secolo consacra definitivamente l’agricoltura chimerica. La celebrazione delle “imprese biotecniche (rospi senza encefalo e conigli fosforescenti1) e dei miracoli sempre imminenti” (p. 43) è possibile, secondo Berlan, ricorrendo ad alcuni trucchi: affermare il culto della merce presentandolo come filantropico progresso a vantaggio dell’umanità, classificare gli avversari delle biotecnologie come oscurantisti e assimilare “la distruzione luddista delle colture transgeniche agli autodafé nazisti” (p. 43).
L’agricoltura chimerica, secondo Berlan, è usata per gettare polvere negli occhi a coloro che chiedono una soluzione politica ai problemi alimentari, agricoli e medici attuali. I politici si sbarazzano della patata bollente affidandola agli scienziati. Il monito di Berlan è duplice: guai a delegare le questioni politiche agli scienziati e, soprattutto, guai a non capire le vere cause del disastro. Le preoccupazioni di Berlan sono condivisibili (gli scienziati possono avere un ruolo consultivo ma non possono sostituirsi ai politici, e la comprensione delle cause è rilevante nella ricerca della soluzione di un problema), ma la sua spiegazione del disastro attuale risulta tendenziosa: gli unici responsabili sono i ‘progressi’ precedenti. A partire da questa (dubbia) premessa, sarebbe grottesco e impensabile che la soluzione transgenica, anch’essa bollata con l’infamante termine ‘progresso’, non venisse rigettata.
L’espropriazione del vivente percorre a velocità impazzita altre due tappe: la riduzione genetica del vivente e la brevettabilità. L’argomento contro il riduzionismo genetico non è chiaro: Berlan sostiene che la riduzione del vivente a mattoni elementari – i nucleotidi – avrebbe abolito l’oggetto reale e avrebbe relegato nelle tenebre prescientifiche l’organismo nel suo habitat naturale. Cosa intende dire? L’unico argomento verosimile potrebbe essere il seguente: attenzione, la genetica potrebbe suscitare l’erronea idea che gli organismi siano interamente riducibili ai loro componenti. Ma il fatto che una disciplina studi un certo livello di complessità della realtà, non implica l’inesistenza degli altri livelli. La genetica non prende posizione, come disciplina, sulla riducibilità degli organismi ai loro componenti genetici. Anche la medicina scompone l’individuo nei suoi componenti basilari (sangue, ossa, tessuti), ma una buona medicina non lo riduce ai suoi componenti. L’accusa che Berlan vuole muovere a tutta la genetica dovrebbe essere ragionevolmente rivolta soltanto a una genetica sbagliata e miope. Conseguenza inevitabile della riduzione genetica è la brevettabilità del vivente, suo potente e raffinato mezzo di espropriazione. Il brevetto (protetto dalla Direttiva europea 98/44 cui Berlan dedica un paragrafo specifico pp. 115-123) risponde, secondo Berlan, solo all’interesse delle industrie della genetica, mentre è concepito ai danni degli agricoltori, contro la prerogativa delle piante e degli animali di riprodursi e, di conseguenza, contro ciascuno di noi. Con esso, “il processo storico di espropriazione del vivente cominciato all’inizio della Rivoluzione industriale in Inghilterra verso il 1760 per gli animali e un secolo dopo per le piante sta per compiersi sotto i nostri occhi” (p. 53).
Un esempio di uno dei capostipiti degli OGM è il trattore, che ha spezzato per sempre l’incanto rurale in cui vivevano i contadini. Sintomo e responsabile di una regressione, il trattore, e in genere la motorizzazione, segna un progresso solo dal punto di vista del capitale. Invece, “dal punto di vista del contadino, questo progresso apre un vaso di Pandora” (p. 57). Berlan è davvero sicuro che il trattore non abbia migliorato, almeno in parte, anche le condizioni di vita del contadino?

Michael Hansen indaga gli effetti degli alimenti transgenici sulla salute pubblica e sull’ambiente. Il primo bersaglio critico è il rifiuto degli Stati Uniti di etichettare gli alimenti transgenici, nonostante nelle etichette compaiano informazioni circa la composizione degli alimenti, gli additivi, la quantità di lipidi, di proteine, di zuccheri e di vitamine. Perché gli Stati Uniti si rifiutano di indicare se l’alimento è transgenico oppure no? La ragione offerta dagli USA è la sostanziale equivalenza tra alimenti transgenici e alimenti non transgenici, equivalenza che Hansen rifiuta. Prima di entrare nel merito degli argomenti portati da Hansen a sostegno della tesi della non equivalenza, è necessario sottolineare che la questione del contendere è ambigua: una relazione di equivalenza (vero o falsa che sia) richiede che oltre a due o più termini, sia esplicitato il criterio di valutazione rispetto al quale si pretende di sostenere o di negare l’equivalenza. A e b sono di equivalente peso rispetto al criterio peso. L’assenza del criterio di valutazione inficia la possibilità di affermare o di confutare l’equivalenza tra gli alimenti transgenici e gli alimenti non transgenici.
È verosimile che Hansen abbia in mente che non ci sia equivalenza rispetto alla sicurezza sulla salute, ma avrebbe dovuto enunciarlo e, soprattutto, questa tesi è tutta da dimostrare.
Le pressioni commerciali statunitensi sono tali da indurre anche la francese Commission du Génie Biomolécolaire a considerare superflua l’etichetta transgenica. Questo atteggiamento, secondo Hansen, testimonia di un profondo disprezzo per la democrazia, perché l’informazione offerta al pubblico deve essere completa, e “dovrà un giorno estendersi al modo di produrre: quali pesticidi sono stati utilizzati? Gli animali sono allevati a forza di antibiotici, di ormoni, di farine animali, di OGM? In libertà o costretti in gabbia? Con manodopera sottopagata?” (p. 70). Viene da domandare a Hansen: fino a che punto deve spingersi l’informazione? Come discernere l’informazione che è giusto e obbligatorio offrire da quella superflua? Ma soprattutto, Hansen sarebbe soddisfatto da una informazione completa su un prodotto, trascurando la questione della liceità della sua commercializzazione? È legittimo supporre che, ai fini della immissione in commercio, il criterio fondamentale sia costituito dall’esclusione di rischi per la salute: se un cibo è rischioso per la salute, dovrebbe essere ritirato dal commercio, e non etichettato come ‘rischioso per la salute’. Altrimenti, sarebbe forse auspicabile che tra i pacchi di biscotti innocui allineati sugli scaffali dei supermercati comparisse un pacco di biscotti in cui le componenti velenose fossero puntigliosamente descritte? Sarebbe morale (oppure, sarebbe un segno di rispetto per la democrazia?) correre il rischio che, nonostante la completa informazione, qualche distratto acquisti i biscotti velenosi? Certamente questa non è la posizione di Hansen.
Hansen sostiene che “per ogni persona sensata” (p. 70) la diversità di una fragola tradizionale rispetto a una fragola transgenica sia evidente. Tuttavia l’implicazione tra questo tipo di diversità (naturale/artificiale) e il rischio per la salute non è ancora stata dimostrata. Al momento, sappiamo soltanto che la credenza dei consumatori è che gli alimenti transgenici siano sostanzialmente diversi dagli alimenti ordinari. La questione è doppiamente scottante: la ‘diversità’ di cui parla Hansen non è intrinsecamente dannosa per la salute, e spesso le credenze popolari sono fallaci.
Hansen svela finalmente i pericoli degli OGM. Il primo riguarda gli effetti tossici: la versione transgenica dello l-triptofano (acido amminato la cui versione convenzionale era commercializzata come integratore dietetico) viene immessa nel mercato nel 1989 negli USA. Nel giro di pochi mesi compare una nuova malattia (sindrome della mialgia eosinofila) con sintomi gravi che colpisce molti individui. Si scopre che è la manipolazione genetica dello l-tripptofano a essere responsabile della mialgia, e lo l-triptofano viene ritirato dal mercato all’inizio del 1990. Se Hansen intende dimostrare la tossicità degli OGM tramite questo caso, il suo intento è destinato a fallire. Vi sono stati farmaci commercializzati e poi ritirati a causa degli effetti dannosi sulla salute (si pensi al talidomide, ma anche a prodotti come il DDT), ma nessuno ha mai sostenuto una condanna assoluta dei farmaci. Simili casi devono ottenere l’effetto di aumentare le ricerche sulla sicurezza degli alimenti o dei farmaci, ma non possono valere come pedana su cui costruire una condanna tout court degli OGM. Allo stesso modo, gli incidenti aerei non sono utilizzati come argomenti per sbarazzarci degli aeroplani.
L’altra prova della tossicità degli alimenti transgenici è ancora più malferma: è il caso delle patate transgeniche denunciate come tossiche da Arpad Pusztai. Pusztai, ricercatore al Rowett Institute, nel 1998 dichiara che i ratti nutriti con patate transgeniche presentano rallentamenti nella crescita e problemi immunitari. La storia raccontata da Hansen è solo metà della storia: egli racconta la persecuzione del Rowett ai danni di Pusztai, la campagna di denigrazione scientifica contro il ricercatore “orchestrata dall’establishment scientifico, in particolare la Royal Academy of Sciences” (si legge nello specchietto a p. 73 a cura di Berlan), i risultati delle ricerche di Pusztai sui ratti nutriti con patate GM. Trascura, però, di riportare le ricerche che smentiscono le dichiarazioni di Pusztai2, come il rapporto della Royal Society del maggio 1999. Inoltre Hansen chiude la trattazione della tossicità con una affermazione che solleva una certa perplessità: “l’incertezza inerente alle tecniche del bricolage genetico” – egli sostiene scegliendo una descrizione della manipolazione genetica dispregiativa e sarcastica – “impone senz’altro una etichettatura precisa e dettagliata” (p. 75).
Hansen parla di incertezza dopo aver parlato di tossicità, non esplicitando mai la natura della correlazione tra incertezza e tossicità, così come precedentemente tra diversità e danno. In secondo luogo, se egli presume di avere dimostrato la tossicità degli OGM tramite il caso dello l-triptofano e quello di Pusztai, perché invece di suggerire l’etichettatura, non si accalora a favore del divieto di commercializzare alimenti tanto rischiosi per la salute? La posizione di Hansen è o ipocrita al confine con l’immoralità (ho dimostrato che un alimento è dannoso per la salute, ma mi accontento che sia messo sugli scaffali degli alimenti commestibili dei supermercati con la scritta ‘velenoso’), oppure confessa una incertezza riguardo all’efficacia degli argomenti usati.
Il secondo rischio messo in luce da Hansen riguarda gli effetti allergizzanti degli OGM. La manipolazione genetica può trasferire alcuni allergeni da alimenti ai quali le persone sanno di essere allergici ad alimenti ‘apparentemente’ sicuri: introdurre un gene di arachide in una varietà di mais, ad esempio, può mettere in pericolo coloro i quali sono allergici alle arachidi e non al mais. Questo rischio è reale, ma il rimedio proposto da Hansen lascia a desiderare. Partendo da un caso fortunato, in cui una conseguenza pericolosa dell’immissione di un transgene è stata portata alla luce da test in vitro e cutanei, Hansen spezza un’altra lancia a favore dell’etichettatura degli alimenti transgenici. Oltre al dubbio già espresso riguardo all’opportunità e all’utilità delle etichette, il percorso argomentativo attraverso il quale Hansen perviene a questa conclusione è piuttosto contorto, e la conclusione si rivela solo parzialmente utile. Il caso sventato è un caso reso possibile da due fattori: la conoscenza del potenziale allergizzante del gene donatore, e la disponibilità di siero di persone allergiche per compiere i test. Le premesse dell’inferenza di Hansen sono che (1) tutti gli alimenti possono causare reazioni allergiche, spesso provocate dalle proteine; (2) l’ingegneria genetica percorre due strade rischiose trasferendo geni: introduce proteine derivate da fonti note come allergizzanti, oppure da fonti il cui potenziale allergizzante è sconosciuto (piante, batteri o virus); (3) l’unico metodo sicuro per verificare l’allergenicità è compiere test con siero di persone allergiche. La conclusione di (1), (2) e (3), secondo Hansen, è che “proteggere adeguatamente la salute del pubblico da allergeni ignoti o rari esige dunque una etichettatura precisa e dettagliata degli alimenti transgenici” (p. 77). Come è possibile proteggere il pubblico da un allergene sconosciuto? L’etichetta riesce a preservarmi dagli allergeni conosciuti, ma non è in grado di proteggermi dagli allergeni sconosciuti: se nell’etichetta compare la proteina z rimane insoddisfatto il quesito se io sia allergica oppure no a z. E se non esiste un siero di persone allergiche a z, non è possibile verificare l’allergenicità. A parte la considerazione che il rischio di scoprirsi allergici include tutti gli alimenti (o i farmaci o molti altri prodotti tradizionali), anche in questo caso sorprende che Hansen non proponga di bandire gli OGM al cospetto di un presunto forte rischio di provocare reazioni allergiche.
Il terzo rischio segnalato da Hansen consiste nel possibile aumento della resistenza agli antibiotici, come conseguenza del diffuso uso di geni marcatori di resistenza agli antibiotici – spesso geni batterici. Un Bt-mais di Novartis ha un gene di resistenza all’ampicillina, un antibiotico utile contro infezioni umane e animali. Molti paesi in Europa non hanno autorizzato la coltura di questo mais in base al rischio che il gene di resistenza all’ampicillina si sposti a un batterio della catena alimentare, riducendo l’efficacia dell’ampicillina contro le infezioni animali e in particolare umane. La British Royal Society e la British Association, afferma Hansen, hanno chiesto l’arresto dell’uso di geni di resistenza agli antibiotici come marcatori negli OGM. Senza entrare nel merito della verosimiglianza del rischio di contagio, la richiesta britannica possiede quella coerenza che difetta a Hansen: alla valutazione di un rischio ritenuto abbastanza probabile, segue la richiesta di disinnescare il congegno pericoloso. Naturalmente, il rischio può essere smentito.
Hansen elenca poi altri rischi, come la riduzione del valore nutritivo degli OGM, la tolleranza agli erbicidi che imporrebbe un uso sempre più massiccio di sostanze inquinanti per l’ambiente, la resistenza ai virus e l’inquinamento genetico. La probabilità di rottura ecologica, secondo Hansen, è elevata, e il bricolage genetico annuncia una seconda primavera silenziosa, forse più disastrosa e irreversibile della prima.

Gilles-Éric Séralini commenta il rapporto ufficiale della Commission du Génie Biomolécolaire del 1998. L’intervento di Séralini può essere suddiviso in due parti. La prima è un generico e discutibile atto d’accusa contro gli OGM e contro l’approssimazione dei controlli istituzionali necessari per concederne la commercializzazione; questi controlli, secondo Séralini, rispondono alla legge del profitto e “sono molti insufficienti per prevenire seriamente i rischi ambientali e di salute pubblica” (p. 94). Le ragioni di questa insufficienza non sono esplicitate (bisogna attendere la seconda parte in cui compaiono alcune ragioni tecniche).
Il rischio degli OGM è dimostrato, secondo Séralini, in base ad alcune considerazioni: la prima è che nessuna tecnica così potente, come la manipolazione genetica, è esente da gravi rischi; inoltre l’esperienza ridotta circa l’utilizzazione degli OGM non permette bilanci sicuri; infine, gli OGM sono abbozzi malfatti. Nessuna di queste considerazioni dimostra nulla e nessuna di esse, è evidente, è in grado di provare la pericolosità degli OGM né di chiarire di che tipo di pericolosità si tratti. Il pensiero di Séralini si evince da una serie di domande retoriche circa il giusto atteggiamento nei confronti degli OGM: secondo lui, il pretesto che i geni sono sempre stati mescolati nella storia è, appunto, solo un pretesto e risponde a una visione minimalista del problema; bisognerebbe procedere con rigore in laboratorio come per la valutazione dei medicinali e sarebbe ancora meglio congelare gli OGM in attesa di fare tutti i controlli necessari; gli OGM rispondono unicamente a interessi industriali e sono inutili. “Preferisco sempre la precauzione e il bene generale all’interesse privato. Soprattutto quando un OGM in definitiva non arreca alcun vantaggio al consumatore” (p. 95). Quali siano i controlli di sicurezza necessari non ci è dato di sapere, così come non viene spiegata l’accusa di inutilità. Questa parte si chiude con l’asserzione della necessità di una moratoria generale alla commercializzazione degli OGM, definita da Séralini come “il vero progresso, soprattutto se sottoposto al parere della cittadinanza” (p. 96). Se Séralini vuole intendere che la cittadinanza dovrebbe avere un peso decisionale riguardo alla diffusione o al blocco degli OGM, allora egli trascura che la popolazione non è assolutamente preparata a fornire un giudizio che non sia casuale o dettato soltanto da emozioni (molti sondaggi comunitari e nazionali rivelano una imbarazzante ignoranza della popolazione sulle biotecnologie in generale). Se Séralini sta delineando la soluzione ideale, dimentica di esplicitare un necessario passaggio intermedio: la necessità dell’informazione tecnica e scientifica degli individui.
La seconda parte è una denuncia delle condizioni in cui si svolgono le perizie sugli OGM: sovraccarico di lavoro per i membri della Commission du Génie Biomolécolaire, scarsa qualità scientifica dei dossiers, insufficienza di informazioni, aprioristica e maggioritaria approvazione degli OGM.
Ma lo stesso Séralini, che lamenta insufficienza di informazione per i membri della Commission, precedentemente si era dichiarato a favore di una decisione plebiscitaria circa il destino degli OGM. Se i membri della Commission, il cui livello di istruzione è presumibilmente alto e i quali possiedono sicure competenze scientifiche, non hanno le informazioni necessarie per prendere decisioni consapevoli, come può pensare Séralini che la popolazione concorra o addirittura prenda simili decisioni?

È Berlan a chiudere il libro con alcune riflessioni. La confisca del vivente è un processo inarrestabile, perché “è iscritta nella logica del capitale e questo obiettivo scomparirà solo con lui” (p. 124). La strategia degli industriali si è affinata, arrivando a ricattare con la compassione, accusa Berlan: è il caso del golden rice, riso manipolato arricchito di vitamina A e destinato ai bambini del Terzo mondo. Berlan non è a favore di nessuna soluzione provvisoria (quali moratorie, etichettatura o separabilità delle filiere OGM da quelle convenzionali), e in questo dimostra coerenza: la previsione di una catastrofe – il caos biologico finale – non può che richiedere di sbarazzarsi definitivamente dei responsabili, e non si accontenta di compromessi.
Nelle pagine finali (pp. 127-129) Berlan compone un vero e proprio decalogo per la redenzione (sono proprio dieci i comandamenti di Berlan, e hanno tutti la medesima struttura: al male delle biotecnologie, opponiamo il bene della natura), una specie di messianismo biologico, contrapponendo sapientemente catastrofismo chimerico e salvifica fiducia nella Natura.
Note
1. Se è questa l’immagine delle biotecnologie, è comprensibile che Berlan le ritenga inutili.
2. Anna Meldolesi, in Organismi Geneticamente Modificati. Storia di un dibattito truccato, Einaudi, Torino, 2001 ricostruisce esaustivamente la vicenda di Pusztai.
(*) La Guerre au vivant. Organisme génétiquement modifiés & autres mystifications scientifiques, Marseille, Éditions Agone, 2001.
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