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Critica del repubblicanesimo

Thomas Casadei

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18-02-2005 19:41:23


Sommario

Il testo recensito

Questo studio si presenta come un accurato e ben riuscito esercizio di “critica immanente”, ricorrendo al lessico proprio della riflessione di Michael Walzer. Infatti Baccelli, da anni impegnato in un lavoro di profondo scavo e di indagine analitica sull'argomento, delimita il perimetro, invero mobile, della tradizione repubblicana, mettendone in luce - oltre ad alcuni elementi costitutivi e caratterizzanti - soprattutto, le differenziazioni, le molteplici interpretazioni, le tensioni e i nodi problematici (seguendo la traiettoria avviata da M. Geuna, “La tradizione repubblicana e i suoi interpreti: famiglie teoriche e discontinuità concettuali”, in “Filosofia politica”, XII, n. 1, pp. 101-132).

L'ipotesi di fondo, da cui muove la complessa architettura del volume, consiste nel 'decostruire' l'immagine standard del repubblicanesimo, come delineatasi in seguito al revival avviato da J.G.A. Pocock, Q. Skinner, e sviluppato, tra gli altri, da Ph. Pettit e M. Viroli. Tale operazione è condotta, in modo originale, riconsiderando la figura dell'autore eponimo del “momento machiavelliano”: il compito che l'autore si propone è, dunque, quello di “prendere sul serio Machiavelli” e il suo repubblicanesimo. Tal esercizio schiude la possibilità di “portare alla luce distinzioni e contrapposizioni che attraversano gli autori repubblicani della prima modernità: differenti concezioni della politica, declinazioni diverse del valore della libertà, valutazioni opposte del rapporto tra ordine e conflitto” (p. XX).

Sotto questo profilo, la riflessione di Baccelli si genera dall'interno del contesto di discussione repubblicano per approdare ad esiti eccentrici, rispetto ai canoni dominanti, e ad alcune perspicue proposte. Serrato è il confronto, “corpo a corpo” - a partire dal vero e proprio nuovo paradigma interpretativo offerto da Pocock (considerato come “la scoperta, o la riscoperta di un intero continente teorico”, p. 3) - con le “attualizzazioni” del repubblicanesimo, con i molteplici tentativi rivolti a 'utilizzare' i risultati dell'operazione storiografica avviata da Pocock e i concetti del linguaggio politico repubblicano nella teoria giuridica e politica. Dai comunitaristi come Ch. Taylor e M. Sandel, a giuristi americani come C. Sunstein e F. Michelman, ad altri importanti autori come M. Walzer e J. Habermas, alla ricerca di una 'terza via' tra comunitarismo e liberalismo, diverse sono state le proposte di recupero, sempre a partire dall'interpretazione pocockiana, della tradizione repubblicana come “un'elaborazione protomoderna dell'aristotelismo” (p. 14).

Il merito di aver introdotto rilevanti distinzioni concettuali e, dunque, di aver sottoposto il repubblicanesimo alla “pressione” di differenziazioni e tensioni, rileva Baccelli, spetta a Skinner, il quale, soprattutto nelle sue opere più recenti, ha messo a fuoco come nella tradizione politica repubblicana della prima modernità, all'interno di una comune matrice linguistica, si possano individuare significative articolazioni teoriche, schematizzabili attraverso una serie di opposizioni: aristotelici versus neoromani, politica/fine versus politica/strumento, libertà positiva versus libertà dal dominio, concordia versus conflitto (p. 16). Attraverso una lente prospettica che muove l'analisi dagli elementi di frattura e discontinuità, al vaglio passano le prospettive 'neorepubblicane' - come quelle di Pettit e Viroli - che, utilizzando i risultati della ricerca di Skinner in ambito propriamente filosofico-politico, hanno cercato di costruire teorie normative sistematiche e originali (per una critica radicalmente polemica cfr., da ultimo, M. Bassani, “Il repubblicanesimo: "nuova tradizione" tra storiografia e ideologia ”, in “Il politico”, LXVIII, 3, 2004, pp. 435-466): alla luce della teoria della liberty as non domination il primo ha proposto una complessiva teoria repubblicana dello Stato e del governo, mentre il secondo, nel solco della ricerca di Skinner, ha sviluppato una rivalutazione dei concetti di 'patria' e di 'patriottismo', tentando una distinzione assiologica dai concetti di 'nazione' e 'nazionalismo'.

La critica del repubblicanesimo - o meglio sarebbe dire, in questo caso, del neorepubblicanesimo - si genera proprio a partire dal mancato rilievo a quella che Baccelli ritiene la fondamentale “linea di frattura” che differenzia, all'interno della costellazione repubblicana, gli autori conflittualisti da quelli anticonflittualisti (p. 22). E' pertanto “il nodo del conflitto” uno dei contributi più importanti (di una parte) del repubblicanesimo al pensiero politico moderno: in questo punto è situata tutta la carica innovativa di Machiavelli. Il Segretario fiorentino per primo ha elaborato l'idea che in determinate condizioni il conflitto politico non solo non porta la repubblica alla dissoluzione, ma, in quanto costituisce la via di accesso del 'popolo' alla politica, produce l'innovazione istituzionale, sviluppa la libertà civile, incrementa la potenza collettiva del corpo politico" (p. XX). Machiavelli ha utilizzato un concetto - quello di 'umori' - ricco e polisemico, che allude ad una pluralità di livelli del conflitto, con riferimento ai gruppi sociali, alle loro passioni, agli interessi e ai valori che li motivano. Entro la sua fenomenologia del conflitto, ricca e articolata, il conflitto non è solo un problema, ma anche una risorsa (p. 30; su questo aspetto aveva già posto l'attenzione R. Esposito, Ordine e conflitto. Machiavelli e la letteratura politica del Rinascimento italiano, Napoli, Liguori, 1984, in part. pp. 179-220).

La teoria machiavelliana diviene così il “catalizzatore interpretativo” per mostrare come taluni concetti e intuizioni del repubblicanesimo possano essere ripresi e sviluppati e fatti reagire con rilevanti temi teorico-politici, filosofico-giuridici, istituzionali: l'identità collettiva e il rapporto tra appartenenza e cittadinanza, i diritti soggettivi, lo Stato di diritto (che rimanda al nesso tra principio della rule of law e principio della sovranità popolare).

A proposito della questione dell'identità, al centro di un rinnovato interesse a partire dai primi anni Novanta del Novecento fino alle recenti discussioni in merito al nuovo scenario dell'Europa unita, Baccelli segnala l'esigenza di andare al di là della filosofia politica normativa in senso stretto, segnata dalla discussione, ormai consunta e sterile (e per molti versi fuorviante), tra liberali e comunitaristi, e di ricomprendere, all'interno dell'analisi, il dibattito sul concetto di cittadinanza (le differenti teorie richiamate sono quelle di Th. Marshall, nonché le più recenti proposte di L. Ferrajoli, dei teorici del cosmopolitismo come D. Held, di J. Habermas: pp. 45-48). Sotto questo profilo, il repertorio concettuale della tradizione repubblicana, oltre che dai comunitaristi, è stato utilizzato da altri autori, come per esempio R. Dworkin, che ha proposto una nozione di comunità politica coerente con una forma di liberal civic republicanism, o, appunto, Habermas con la sua idea del Verfassungspatriotismus (p. 49). Siffatte posizioni, rileva Baccelli, insistono opportunamente sulla dimensione 'politica' e giuridica della cittadinanza, ma rischiano di semplificarne eccessivamente i contorni, enfatizzando in via esclusiva un indistinto riferimento ai valori universalistici, alle procedure e ai diritti fondamentali. E' allora dalle fonti protomoderne del repubblicanesimo, anche in questo caso a partire da Machiavelli, “che si può ricercare un modello di appartenenza alla comunità politica che permetta di evitare la Scilla dell'universalismo e la Cariddi del comunitarismo”.

Il repubblicanesimo “consente di enfatizzare il sentimento di appartenenza a istituzioni, forme associative e comunicative, anziché a comunità organiche o entico-culturali. L'appartenenza non è il risultato di una eredità, una prerogativa dello jus sanguinis. Non è neppure l'esito della spontanea identificazione 'costitutiva' dei cittadini con le finalità della comunità politica”. L'appartenenza repubblicana - e qui l'esito teorico-normativo è evidente, oltre che denso di implicazioni pratico-politiche - si articola in una pluralità di dimensioni, culturali, etniche, associative, religiose e prevede vari livelli di identità politica: “da quello vicinale, di quartiere e di villaggio al territorio, alla regione, fino a possibili identità sopranazionali”. Entro tale orizzonte emerge una valutazione positiva di alcune forme del conflitto politico, nella linea inaugurata da Machiavelli nei Discorsi, ripresa da G. Simmel e recentemente sviluppata da A. Pizzorno: “date certe condizioni, la conflittualità sviluppa la pluralità e la complessità dell'appartenenza contemporanea, ma produce anche effetti di coesione, attraverso una sorta di feedback” (p. 53). E' così possibile pensare ad una “sobria affermazione dell'identità nazionale in quanto identità democratica: la cittadinanza politica rinvia alla tradizione storica non per individuare improbabili destini collettivi, ma per valorizzare quegli eventi, di alto valore simbolico, e al limite quei miti collettivi di fondazione, che qualificano quella specifica comunità politica come democratica” (esplicito, a questo riguardo, è il riferimento, per l'Italia, alla Resistenza: cfr. pp. 55-66).

E' sempre attraverso le categorie del conflitto e della mobilitazione intesa come 'lotta' che la trattazione affronta la questione dei diritti soggettivi. Riprendendo alcune argomentazioni messe a punto e più ampiamente sviluppate in studi precedenti (cfr. Il particolarismo dei diritti. Poteri degli individui e paradossi dell'universalismo, Roma, Carocci, 1999), l'autore prende posizione nell'intenso dibattito odierno in materia di “fondazione" dei diritti. Anche a questo riguardo, la sua riflessione si presenta come una critica immanente al repubblicanesimo nella sua versione standard. Le critiche comunitaristiche (che utilizzano il linguaggio repubblicano come rinnovata forma di aristotelismo) e neorepubblicane si inseriscono nel solco della critica all'universalismo, ma enfatizzando concetti-chiave come virtù, bene comune, doveri, rischiano di perdere la ‘sporgenza normativa’ dei diritti; l'abbandono di questo potente ‘idioma’ priverebbe di un prezioso lascito del discorso giuridico della modernità, che si è rivelato estremamente duttile per l'espressione di valori, interessi, rivendicazioni, e per elaborare tecniche giuridiche finalizzate alla difesa degli individui dai poteri pubblici e dai domini privati” (p. XX).

Si tratta dunque, da un lato, di mettere a fuoco i “paradossi” (e i “doni avvelenati”) dell'universalismo dei diritti - e l'autore si serve qui del dibattito sugli Asian Values e della giustificazione della guerra in nome dei 'diritti umani' - e dall'altro di rilevare l'origine “particolaristica” del linguaggio dei diritti, senza disperderne la valenza e la carica emancipativa. Attraverso una cruciale distinzione tra i due universalismi, che nella classica concezione del giusnaturalismo moderno sono sovrapposti, dei titolari e dei fondamenti (p. 74) si può tentare di salvaguardare la duttilità del linguaggio dei diritti, e rivendicando l'universalismo dei titolari (congedandosi da quello dei fondamenti) aprirsi al confronto interculturale (qui il richiamo è alla “franchezza etnocentrica” di R. Rorty: pp. 75-76). Si delinea, pertanto, un approccio che, riproponendo il nesso fra “conflittualismo 'machiavelliano' e linguaggio dei diritti sviluppato da pensatori come Algernon Sidney, Baruch Spinoza e Adam Ferguson” (p. XXI; p. 80), esalta una concezione dei “diritti attivi”: “i diritti sono emersi 'dal basso', sono nati da richieste di riconoscimento, rivendicazioni, lotte sociali” (p. 76).

La centralità del conflitto è decisiva e favorisce una elaborazione teorica originale: la rielaborazione filosofico-giuridica della tradizione repubblicana, pur contribuendo alla critica dell'universalismo, non suggerisce una rinuncia al linguaggio dei diritti per un'etica dei doveri e neppure l'idea di un'assoluta subordinazione dei diritti soggettivi al principio dell'autogoverno (come mostrano le teorizzazioni di Sunstein e Michelman che hanno tentato di ridefinire i diritti soggettivi in connessione con le idee di rule of law e di sovranità popolare). La nozione attivistica dei diritti come espressione del claiming (precisata da J. Feinberg) e l'idea di una genesi conflittuale dei diritti si incontra con la tesi che il linguaggio dei diritti esprima la moderna prospettiva ex parte populi, lo sguardo 'dal basso' ai fenomeni politici, le ragioni della libertà contro quelle del dominio (p. 81).

L'enfasi posta sulle pratiche rivendicative e sull'attivismo sociale non implica la recisione del nesso tra principio della rule of law e principio della sovranità popolare che pare essersi prodotto nei sistemi costituzionali del Novecento. In questa chiave, Baccelli esamina il contributo offerto dalla tradizione repubblicana alla genesi dello Stato di diritto, e più in particolare la possibilità di desumere dalla versione machiavelliana una nozione di Stato di diritto che si coniuga con la concezione “rivendicativa” dei diritti e con la concezione “postrappresentativa” della democrazia (107-115). Lo Stato di diritto rappresenta il quadro istituzionale della 'lotta per i diritti' e, d'altra parte, consente l'articolazione e diffusione del potere e l'esistenza di una serie di vincoli giuridici al principio maggioritario. E' in tal senso che si può concepirlo - anziché in una versione minimalista che rinvia ad un drastico ridimensionamento del potere del pubblico, suggerito da più parti - in stretta connessione con lo Stato 'democratico', 'costituzionale', sociale' (p. 117). Ciò sulla base di un approccio repubblicano-conflittualista che dissolve il pregiudizio antidemocratico (poggiante su un'“antropologia della disuguaglianza”, costitutivamente elitista) che pare insito nell'ideale classico del governo della legge e, d'altro canto, giustifica pienamente la lotta per i diritti (peraltro non incompatibile con l'idea dell'ordine politico: p. 120). Anche da questo angolo prospettico sono le differenziazioni interne al paradigma repubblicano, e una peculiare interpretazione, non unilaterale del pensiero di Machiavelli, a fornire percorsi teorici salienti. Governo della legge non significa moderazione, né governo misto significa attribuzione al popolo di un ruolo subordinato (p. 123).

La convergenza delle tre linee di analisi, che strutturano il volume, conduce all'individuazione di un “realismo repubblicano” - tratteggiato, con prudenza, nel quarto capitolo anziché nell'ultimo, quasi a volerne celare le potenzialità di “conclusione” del ragionamento - che configura l'approdo della critica del repubblicanesimo. La portata di tale sobria proposta è delineata - e può essere misurata - attraverso le categorie della libertà e della democrazia. Sulla base di una concezione 'attiva' e agonale dei diritti, e attraverso il confronto con altre proposte (dalle teorie realistiche, eredi dell''arte dello Stato', al neorepubblicanesimo 'civile' di Viroli, dalla concezione deliberativa di Habermas a quella 'madisoniana' di Sunstein), Baccelli articola una visione della politica, specchio di un ritorno originale a Machiavelli, in cui il rapporto tra etica e politica è impostato in maniera alternativa sia alla tradizione della 'politica' classica (aristotelica e neoaristotelica, nelle sue varianti repubblicane e comunitariste) sia alla tradizione della 'ragion di stato' protomoderna e della moderna Realpolitik (dal Principe di Machiavelli a Hobbes fino a Weber e alla scienza politica empiristica di David Easton: cfr. p. 93). La questione è quella del rapporto tra repubblicanesimo e realismo e l'idea di fondo quella di “ritrovare il filo, forse solo temporaneamente smarrito, di un realismo repubblicano” (p. 99); in tal senso, si sancisce l'autonomia funzionale della politica dall'etica, della virtù politica dalle virtù morali, ma anche la possibilità di individuare specifici valori politici distinti dai valori morali.

L'interpretazione della libertà repubblicana, sintetizzata da Pettit nella formula della liberty as non domination, ha il merito di fornire al concetto della libertà stessa una ricchezza semantica che rischia di andare perduta inquadrando il concetto entro la dicotomia libertà negativa-libertà positiva, che inizia con Benjamin Constant e si prolunga fino a Isaiah Berlin e oltre. Al di là di alcuni aspetti problematici, puntualmente messi a fuoco da Baccelli, la visione della libertà che scaturisce dalle proposte repubblicane contemporanee ha il merito di mostrare come tra la libertà come positiva capacità di determinare le decisioni che ci riguardano (tale da esprimere una peculiare caratteristica politica della natura umana) e la libertà hobbesiana come non interferenza, esista un ampio spazio teorico, particolarmente importante per chi non si colloca né fra gli aristotelici-rousseauiani né fra i liberali individualisti. Se da un lato si rinuncia ad un'idea troppo forte di autonomia, dall'altro si mantiene il nucleo irrinunciabile della libertà positiva - vitale per la sopravvivenza della democrazia anche e soprattutto nella “società complessa” - ovvero la capacità e possibilità di mettere autonomamente in questione le decisioni, le scelte, l'agenda. Si tratta di una specifica e articolata idea della democrazia (contestatory democracy) che Baccelli, anche in questo caso attingendo al conflittualismo e all'attivismo repubblicano machiavelliano definisce “democrazia ex parte populi”. Esplicito è il proposito di sviluppare una critica delle concezioni elitiste dei fondatori della scienza politica (Mosca, Pareto) e alle elaborazioni dell''elitismo democratico' del Novecento (da Schumpeter a Dahl e Sartori) e di tentare la costruzione di una concezione postrappresentativa della democrazia. Rilevante, in tal senso, diviene il mantenimento e l'articolazione dei luoghi pubblici e politici dove le istanze della società - che lasciate a se stesse tendono ad esprimersi nei vari corporativismi - possano trasformarsi in proposte politiche generali. Il governo delle città, tratto tipico del repubblicanesimo, torna ad acquisire uno spazio cruciale (cfr. p. 115).

Dalla trattazione di Baccelli emerge come la tradizione repubblicana, sottoposta ad una minuziosa critica e non “stretta” in una teorizzazione sistematica, offra molteplici spunti interessanti. Accanto però a questi, e ai lati 'oscuri' (messi a fuoco anche se non sempre trattati analiticamente), paiono esserci dei lati, per così dire, 'in ombra', ancora da tematizzare compiutamente. Se nel realismo repubblicano convergono, attraverso il “nodo del conflitto”, le interessanti proposte sulla questione dell'appartenenza, dei diritti e dello Stato di diritto, articolando originali concezioni della libertà e della democrazia, ciò che non pare completamente assorbito, nel suo spazio teorico-politico e giufilosofico, è il nodo dell'eguaglianza, che su un piano istituzionale rinvia al rapporto tra sistema politico e questioni economiche, su un piano giuridico alla possibilità di coniugare entro la tradizione repubblicana i diritti sociali, e - potremmo aggiungere - su un piano di storia del pensiero politico all'“incrocio” - tutto da esplorare - tra tradizione repubblicana e culture democratiche e socialiste. Forse in questo caso un richiamo alle “radici” andrebbe avviato, in particolare riallacciandosi non tanto al repubblicanesimo protomoderno di Machiavelli, quanto a quei pensatori radicalmente repubblicani e democratici, come Condorcet, Paine, Wollstonecraft, che, negli ultimi decenni del Settecento, si posero la questione del diritto al lavoro e alla sicurezza sociale all'interno delle istituzioni repubblicane, prefigurando l'idea stessa dei diritti sociali, a partire dai valori chiave dell'eguaglianza e della solidarietà (cfr. G. Peces-Barba, Teoria dei diritti fondamentali, Milano, Giuffrè, 1993, pp. 247-248).

La traiettoria del repubblicanesimo conflittualista che Baccelli articola con precisione, tra storia del pensiero politico-giuridico e filosofia politica, pare possa ulteriormente rafforzarsi se saprà arricchirsi di una riflessione sulla questione dell'eguaglianza e della distribuzione (e produzione) delle risorse (in qualche modo prefigurata alle pp. 124-125). Questo ci pare del resto, un obiettivo imprescindibile se, negli attuali scenari globali - segnati da inaudite disuguaglianze, causa di imponenti flussi migratori e di nuove domande di inclusione, nonché da antiche e nuove forme di schiavitù (da sempre il bersaglio dell'azione repubblicana) - si intende, ricercando, sulla scia di Machiavelli, la 'verità effettuale', mantenere aperta “la possibilità del mutamento, dell'intervento creativo e 'trasformatore'” (pp. XXVI-XXVII).

Il testo recensito

Luca Baccelli. Critica del repubblicanesimo. Laterza. Roma-Bari . 2003. pp. 176.

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A cura di:
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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