Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 28 settembre 2004

Oltre la democrazia. Un itinerario attraverso i classici

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I lavori presenti nella raccolta curata da Giuseppe Duso affrontano il tema della democrazia con lo scopo di capire le aporie e le contraddizioni che sorgono al suo interno.

Il libro propone una rilettura di pensatori classici (i saggi sono di Gennaro Carillo, Claudio Pacchiani, Maurizio Merlo, Giuseppe Duso, Stefano Visentin, Gaetano Rametta, Sandro Chignola, Antonino Scalone), e si interroga sui concetti fondamentali, come la libertà e l'uguaglianza, che ancora oggi definiscono la democrazia, per verificare se e in quali procedure costituzionali essi sono stati e sono tuttora rintracciabili. A questa ricerca si aggiunge il tentativo di individuare i dispositivi per una nuova pratica politica, al fine di recuperare almeno una parte del senso moderno di democrazia.

Ripercorrendo lo sviluppo delle dottrine del giusnaturalismo, che caratterizzano il modo di intendere la politica come dialettica tra soggetto individuale e soggetto collettivo, il volume porta a considerare l'ipotesi che nel meccanismo della rappresentanza la volontà generale confligga con la volontà particolare, cioè che non sempre corrisponda a quella di tutti i cittadini. E' possibile allora che nello Stato democratico si renda evidente una difficoltà di effettiva partecipazione del popolo alla vita politica?

Sulla delimitazione di questo tracciato, con non poche combinazioni di apertura, il saggio di Duso conduce a una riflessione critica sulle differenti interpretazioni del potere. Il concetto stesso di rappresentanza si interseca con quello della legittimazione del potere popolare, con la messa in unità1 delle volontà soggettive, insidiando il dualismo tra coloro che hanno funzione di rappresentanti e coloro che sono rappresentati.

Di fronte alla logica moderna del popolo che dà legge a se stesso mediante delega al rappresentante, Duso giustamente ricorda che è a partire dalle dottrine contrattualistiche che matura la concezione del potere del popolo. Questa fase è effettivamente un punto di partenza importante per capire che nell'ambito delle dinamiche della rappresentanza politica cresce una tensione - proiettata fino ai nostri giorni - tra l'idea di sovranità popolare e l'espressione diretta della sua volontà. Per questo non è azzardato pensare di poter correggere la rappresentanza, ma non basta il ricorso agli strumenti di consultazione diretta dei cittadini, come il plebiscito e il referendum (p.134).

Una volta preso atto del fatto che esiste una differenza tra rappresentanza e soggetti rappresentati, bisognerebbe innescare un primo meccanismo che porti una volta per tutte al superamento della politica basata sulla distinzione antidemocratica tra pubblico e privato, tra la volontà del singolo e quella della maggioranza, rispetto alla quale essa dovrà sempre piegarsi. Ecco perché si può affermare che la rappresentanza è in un certo senso sempre relativa, e che costituisce un fattore di rischio che soppianta il 'buon governo' e gli elementi fondamentali della democrazia in senso moderno, quali il popolo, la libertà e l'uguaglianza.

La verità che molto tristemente emerge dal libro, è che il popolo - inteso come unità degli individui - potrebbe diventare o diventa in molti casi una grandezza ideale, legittimando l'autorità di un soggetto rappresentante la cui azione risulta completamente svincolata dalla volontà dei cittadini e pertanto, c'è sempre la possibilità che la volontà popolare venga 'tradita' dallo stesso corpo rappresentativo. Difatti, riprendendo il dibattito francese della rivoluzione, la logica hobbesiana che vede nel corpo comune la medesima ragione dei cittadini, fino al superamento delle mediazioni rappresentative in Rousseau2, il contrasto tra pubblico e privato mette in luce gli aspetti più vivi della democrazia illusoria (pp.117 ss.). L'espressione della volontà generale inibisce la volontà soggettiva esponendo la comunità civile al rischio della sopraffazione della maggioranza sulle minoranze, mentre la volontà particolare deve rimanere segreta a vantaggio dell'interesse generale. In termini storici il superamento sia delle sovranità medievali, rese possibili in una dimensione gerarchica fatta di privilegi, comando e obbedienza3, sia delle moderne forme di potere costituito, è necessario per comprendere che gli elementi fondamentali della politica moderna non costituiscono un destino.

Attraverso un'analisi della logica di sottomissione alla sovranità feudale e del processo di autorizzazione dell'agire sovrano di matrice hobbesiana (p. 126)4, Duso conduce a riconoscere una effettiva disconnessione del rapporto di comando e obbedienza nell'ambito della rappresentanza: di fatto i cittadini sono diventati semplici privati di fronte alle loro azioni politiche. Laddove la rappresentanza è una forma di autorizzazione, si riscontra che l'obbedienza è dovuta a colui che esercita il potere di tutto il popolo. Se è questa è l'uguaglianza che legittima la costituzione dell'autorità, qui riposa l'origine delle aporie della forma politica moderna. Partendo dal presupposto che in tutte le forme di rappresentanza c'è l'accettazione di un agire autorizzato, l'autore conclude che i cittadini che votano non esprimono la loro volontà perché da milioni di diverse volontà non sarebbe possibile ottenere un'unica volontà del popolo (p. 134).

Per certi versi il ragionamento compiuto da Duso potrebbe sembrare un generico giudizio sulle procedure politiche e sui sistemi di espressione della volontà popolare, ma una lettura approfondita del saggio consente di comprendere che il nodo del problema è un altro. "La continua impossibilità di attingere la realtà del popolo - scrive l'autore - sta nel fatto che questo è concepito come la totalità degli individui uguali" e questo concetto implica un'unità della volontà che ha però alla base una moltitudine di volontà differenti. La verità è che il moderno concetto di uguaglianza è illusorio e contraddittorio perché non può realizzarsi veramente: l'uguale dignità degli uomini deve essere trovata al di là della funzione politica, oltre la democrazia. Occorre aspirare a una comune vita politica degli individui, non semplicemente a garanzia della loro sfera privata, al di là dei meccanismi di maggioranza e minoranza andare cioè, come ribadisce Duso: "oltre la sovranità, oltre il Leviatano, oltre la democrazia come è stata intesa" (p. 138).

All'impostazione e al contenuto dei saggi presenti nella raccolta va il merito di non concedere al lettore una mera ricostruzione storica. Da Erodoto a Tocqueville, fino a Kelsen, il volume offre numerosi spunti interpretativi. Riflettendo sull'espressione potere del popolo - afferma Duso - ci possiamo rendere conto che "tra la democrazia degli antichi e quella dei moderni la differenza non consiste tanto nel modo di esercitare il potere, quanto nel modo complessivo di pensare la politica e i suoi termini fondamentali" (p. 17). Attraverso un itinerario che riesce a escludere una "presunta contrapposizione di modelli antichi e modelli moderni" (p. 26), l'opera consente di scoprire un insieme di concetti che si possono pensare nelle diverse epoche storiche, come connaturati in maniera costante alla natura dell'uomo e alla politica (p. 16).

Il problema dell'esercizio della sovranità come potere che risulta debordante all'interno di sé e sulla sfera sociale o il problema della sopraffazione delle maggioranze sulle minoranze, si muove infatti, lungo una strada che va dalla questione della democrazia illusoria alla configurazione delle forme isonomiche di governo. In entrambi i casi permane la ricerca di un meccanismo che rechi ordine alla vita civile, che stia a guardia della sfera politica per scongiurare il rischio della stasis o il crollo della sovranità. La sindrome del collasso o del ristagno è un pericolo a cui è esposta ogni forma di governo e c'è in ogni caso, una connaturazione malsana che trova origine proprio nella natura passionale dell'essere umano, nella sua naturale predisposizione all'abbandono di ogni regola morale in mancanza di controllo. Quest'idea appare rilevante anche per la storia del pensiero politico e per l'antropologia, come nei contributi di Gennaro Carillo, Claudio Pacchiani e Maurizio Merlo.

Su questa linea, l'operazione esegetica e filologica compiuta da Carillo centra il problema, estrapolando dal celebre capitolo tratto dalle Storie di Erodoto (III, 80, I-6), gli elementi distruttivi del buon governo, i segni indicativi che costituiscono tutto il quadro sintomatologico della tirannide, le patologie del governo aristocratico e della democrazia. La tracotanza (hybris), la sfrenatezza di pulsioni irresistibili che vanno 'oltre i confini del consueto' e l'invidia (phthonos) danno facoltà di violenza al governo autocratico inarbitrato. Sullo sfondo della polemica antitirannica, emergono gli esiti più violenti della hybris, dietro la designazione del governo isonomico, la glorificazione della moltitudine e ancora, dietro la supremazia azzardata del popolo, il governo dei migliori (aristoi). Alla fine oligarchia e democrazia pervengono entrambe alla decadenza in due forme di collasso, la stasis e il complotto. Esiste un unico fattore comune, un motivo costante quanto contrastivo che Carillo riesce a rendere indispensabile per lo studio della democrazia antica: il katechein, il frenare, contenere le passioni imperiose dell'uomo. Katechein è il freno che immunizza il koinon dal conflitto interno sorto per l'eccessiva ambizione individuale ed è allo stesso tempo il freno che arretra la turba inetta a vantaggio del governo dei migliori.

Partendo infine dalla concezione della moltitudine come insieme singulatim dei cittadini, si fa interessante il legame tra l'applicazione della norma e la stessa isonomia, laddove l'arbitrato della legge non può trascendere dall'idea di uguaglianza e libertà (eleutheria) per un completo disarmo della stasis. Da qui, forse con un'eccessiva estensione ai termini più moderni, ma in aderenza al 'pensare la politica', matura il sentire comune che proviene ancora forzatamente dai particolarismi, per sentenziare il potere del tutto. E molto più avanti l'obiettivo del volume di portare il lettore a una riflessione filosofica non statica, sembra raggiunto -non senza un azzardo temporale - se non può non essere notato, ribadisce Antonino Scalone, come per Kelsen ancora "la società non sia per nulla un corpo omogeneo: essa è attraversata da conflitti e interessi contrapposti" e allo stesso modo "il processo legislativo è il luogo in cui questi interessi trovano accomodamento" (p.254).

Il testo recensito

Giuseppe Duso. Oltre la democrazia , Carocci, Roma. 2004. 156592-580-7.
Giuseppe Duso insegna Storia della Filosofia politica all'Università degli Studi di Padova, e da anni coordina un gruppo di ricerca sui concetti politici ora direttore del Centro Interuniversitario di Ricerca sul Lessico Politico e Giuridico Europeo (CIRLPGE) con sede presso l'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa a Napoli. Tra i suoi lavori: La logica del potere. Storia concettuale come Filosofia politica (Laterza 1999), La rappresentanza politica: genesi e crisi del concetto (Franco Angeli 2003), Il contratto sociale nella filosofia politica moderna (Franco Angeli 1998) e Il potere. Per la storia della filosofia politica moderna (Carocci 1999).



1 Sotto questo aspetto è interessante notare come la maggioranza sia unità necessaria per l'ordine e la vita civile, per cui la rappresentanza politica è vista come espressione di unacollettività fatta di volontà differenti che tendono all'unità. Il concetto della reductio ad unum apre altre strade sul problema del rapporto tra l'unità e il molteplice in essa contenuto, ripreso dal Leviatano di Hobbes, e può richiamare, sebbene con termini storici differenti, alla democrazia antica.

2 Per arrivare al concetto della relatività della rappresentanza rispetto alla volontà dei singoli cittadini, Duso si collega al principio di legittimazione e all'autorizzazione concessa dal popolo al sovrano o al corpo rappresentativo. Il problema dell'agire del sovrano si può confrontare con quello del contenimento dell'esercizio delle funzioni politiche in M. Foucault, L'ermeneutica del soggetto, Feltrinelli, Milano, 2003, p.336.

3 Potrebbe essere utile ricordare che si è rintracciata nel Medioevo una certa sensibilità per la soggettività. Si è parlato, ad esempio, di una rappresentazione medievale della soggettività capace di valorizzare la libertà, la dignità e la potestà della persona: cfr. P.Costa, Civitas. Storia della cittadinanza in Europa, Laterza, Roma, 1999, p. 49.

4 Lo scopo di Duso è quello di ravvisare nel Leviatano di Hobbes il nucleo logico della rappresentanza che si afferma nelle moderne costituzioni. Dal momento che le azioni del rappresentante sono azioni autorizzate, allora sono azioni di cui tutti i cittadini sono autori. Si trova qui l'esempio più palese della rappresentanza che rischia di essere inefficace rispetto ai contenuti della volontà comune (cfr. p. 125).

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A cura di:
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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