Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 5 settembre 2002

Democrazia, libertà e costituzione in Europa:
frammenti di un dibattito*





1.
Se riflettiamo sul paradigma scolastico relativo alla distinzione tra "forma di stato" e "forma di governo", possiamo trarre una lezione quanto mai istruttiva per comprendere un tratto distintivo della cultura politica contemporanea. Infatti, sovente quest'ultima ha interpretato come carattere peculiare della propria dimensione la seconda più della prima. Si impone pertanto un riferimento alla celeberrima distinzione di Kant tra una forma imperii e una forma regiminis: la prima riguarda il tradizionale carattere della costituzione, che può essere monarchica, aristocratica o democratica, in relazione al numero dei soggetti detentori del potere sovrano; la seconda è riferita al modo in cui il potere viene esercitato, cioè in senso dispotico o repubblicano. Nella definizione del miglior regime politico, egli concluse col concedere superiorità teorica alla "forma di governo" (forma regiminis), includendo la propria idea di repubblica in quest'ultima tipologia. Questa citazione potrebbe perfino apparire inutile, soprattutto se si pensa che l'intera storia del pensiero giuridico e politico è fortemente segnata dalla ricerca intorno a simili categorie; tuttavia, se si abbandona per un attimo il gusto della citazione e ci si cala invece in quella distinzione, appare in modo perfino brusco come l'apparente distonia della classificazione approntata dal grande filosofo nei confronti dei canoni della giuspubblicistica nasconda una verità profonda. Siamo di fronte alla possibilità di ordinare le forme isitituzionali non già sulla base della titolarità del potere (potere di uno, di alcuni o di molti), e dunque in base alla tradizionale concezione che identifica il soggetto al quale è ascritta la sovranità, quanto piuttosto in riferimento alla modalità di esercizio di quello stesso potere. Ora come allora, quest'ultima idea rimanda alla contemplazione da parte della forma istituzionale del principio supremo della libertà, che nel caso della "repubblica" kantiana si esplicita nel concetto di una "costituzione" statuale che contempli il principio della divisione dei poteri.

Da una tale formula consegue immediatamente una verità che ad alcuni teorici della politica è parsa persino scandalosa, ma che si ritrova puntualmente nel pensiero politico di molti filosofi: vale a dire, il fatto che persino una monarchia possa fregiarsi del titolo di 'repubblica'; o meglio, come scrive Kant, possa essere retta "secondo lo spirito repubblicano". Infatti, è necessario aggiungere che, per il filosofo, la forma di stato perfetta, vero e proprio 'compimento' del percorso evolutivo della storia delle istituzioni politiche, coincide con quella che oggi definiamo stato "democratico", cioè con quella stessa "democrazia rappresentativa" che usualmente è definita anche democrazia-liberale: è questa un'idea alla quale Kant concede solo un breve ma esplicito passaggio nello scritto sulla Pace perpetua.

Una tale premessa non è estranea al tema da cui abbiamo preso le mosse, perché, a voler leggere con attenzione il titolo del libro di Siedentop, non può sfuggirci una sorta di riferimento – non importa in questa sede fino a che punto davvero intenzionale – a quella distinzione 'filosofica'. Pertanto, in Europa si parla di democrazia con riferimento non alla "forma di stato" (all'interno della cui tipologia ai giorni nostri si elabora la distinzione tra monarchia e repubblica), ma a quella peculiare idea di "forma di governo" di cui abbiamo scritto, e che non appartenne solo a Kant, ma anche a Montesquieu. Al contrario, attingendo alla tipologia del nostro tempo, si potrebbe dire che, se è vero che uno stato "repubblicano" è sempre democratico (sia esso a democrazia diretta o rappresentativa), uno stato "monarchico" non può mai essere concepito come una repubblica, anche se può ben essere considerato democratico-rappresentativo. Nel nuovo lessico politico europeo il termine democrazia torna ad acquistare quello stesso valore semantico che nel XVIII secolo era stato conferito al termine "repubblica", una corrispondenza di significato che il linguaggio costituzionale americano non aveva mai perduto. Pertanto, appare chiaro che il concetto 'filosofico' di repubblica si fa portatore di una eccedenza di significato che è sconosciuta alle classificazioni 'giuridiche' contemporanee: tutto ciò testimonia come la nozione di "forma di governo" oggi sia stata interamente ricondotta all'interno di categorie potestative, e sia dunque divenuta semplicemente espressione di una funzione interna all'ordinamento statale. In conclusione, dall'evoluzione della storia di questo concetto si può affermare che esso è rappresentativo di un processo di affermazione, sempre più pervasiva, della nozione di sovranità all'interno del mondo politico; un'affermazione che non può non farci tornare alla memoria celebri pagine weberiane.

Il lettore che, non scoraggiato da queste considerazioni introduttive alla discussione del volume dell'anglo-americano Larry Siedentop, vorrà intraprenderne la lettura, noterà ben presto che La democrazia in Europa rappresenta in realtà un lavoro molto meditato. Si tratta di un dato che va rilevato in via preliminare, e che non viene sminuito dalla scelta dello stile che ricorda il pamphlet politico: uno stile sicuramente accattivante, a cui probabilmente deve non poco l'immediata recezione dell'opera nell'ambito del dibattito italiano. Infatti, si tratta di un testo che s'impegna in modo quasi sistematico nell'analisi di ognuno degli elementi sui quali si fonda il governo democratico. Non a caso, il capitolo di apertura dedicato al governo europeo testimonia con irruenza l'aperto dissenso da parte dell'autore nei confronti della flessione assunta dal concetto di "forma di governo" nell'età contemporanea, ricondotta a una mera tipologia dell'amministrazione del potere. Proprio su questa nozione non solo si sono concentrati gli sforzi d'ingegneria costituzionale operati dai padri fondatori dell'Europa, da un altro punto di vista anche molto generosi, ma si sono appuntate pure le molteplici critiche che a quella medesima nozione di governo europeo sono state rivolte da quanti hanno sostenuto – e sostengono tuttora – che quel governo rappresenta in realtà un'esperienza di cesura dalla tradizione del costituzionalismo occidentale, incentrata intorno al primato della libertà e ai canoni della democrazia politica.

Il fatto che nel governo dell'Europa si sia manifestata una novità nei confronti della tradizione costituzionale settecentesca e ottocentesca è cosa abbastanza palese. Ma se si volesse precisare ancor meglio, dovremmo distinguere ulteriormente. Infatti, se è da discutere l'affermazione che la forma di governo europea rappresenta una frattura nei confronti della tradizione democratica, è certo invece che opera una deviazione nei confronti delle tipologie proprie degli stati nazionali. Come abbiamo ricordato, prendendo la nozione di amministrazione del potere quale punto di riferimento per identificare una forma di governo (classificandola dunque come presidenziale, parlamentare, direttoriale e via discorrendo), appare davvero impossibile riproporre queste tipologie in quella europea. Inoltre, appare impossibile esaurire il governo europeo nella linearità con cui sono stati disegnati i rapporti tra le varie sfere di esercizio del potere: quello appare piuttosto come un prodotto di ibridazioni istituzionali. I vari organi dell'Unione rivestono ruoli spesso inediti agli organi corrispondenti degli stati nazionali, primo fra tutti il Parlamento europeo, con la propria peculiare titolarità delle tradizionali competenze di un'assemblea legislativa (per la verità, si tratta di competenze ancora piuttosto ristrette) con quelle proprie degli organi dell'esecutivo. Che dire poi della strana funzione riservata al potere esecutivo europeo, sostanzialmente condiviso da un organismo intergovernativo come il Consiglio, e da quella istituzione innovativa che è la Commissione? Agli occhi di un teorico del costituzionalismo classico potrebbero apparire tutte 'stranezze' giuridiche, le quali in massima parte derivano dalla peculiare genealogia del governo europeo, che (questo non va mai dimenticato) venne alla luce come una vera e propria organizzazione internazionale, e che è ancora in fase di profonda trasformazione. Dobbiamo dunque dare all'Europa una forma di stato "tradizionale"?

Contrariamente a quanti oggi cercano di portare a compimento un'opera politica di unificazione federale dell'Europa, Siedentop denuncia il pericolo del progetto politico unitario; al contrario, egli sostiene apertamente che ci troviamo dinanzi ad una vera e propria involuzione della democrazia in Europa (pp. 4 sgg.). Seguendo questa idea, il primo capitolo conduce a una polemica serratissima nei confronti della burocratizzazione della vita politica europea. La tecnocrazia di Bruxelles starebbe ricalcando le orme dei suoi predecessori "notabili" nella storia della formazione dello stato amministrativo a base nazionale. Seguendo una tale argomentazione, appare con molta chiarezza l'appartenenza di Siedentop a un'area culturale, com'è quella anglosassone, che ritrova nella propria storia nazionale le radici del liberalismo e del costituzionalismo europeo. Pertanto, l'autore non ha timore di contrapporre la propria storia 'patria', condotta all'insegna della difesa della libertà e dello "stato di diritto" (così la traduttrice Cristiana Mennella rende l'espressione rule of law), alla tradizione burocratica e "assolutista" della Francia, che, al contrario, è segnata da una storia istituzionale condotta all'insegna della valorizzazione del centralismo. Quest'ultimo si è manifestato dapprima nella forma del dispotismo imposto dalla dinastia borbonica, cui ha fatto seguito la sua versione democratica, e infine quella cesaristica propria del bonapartismo. Nel nostro tempo, il medesimo spirito centralista avrebbe impresso di sé la dimensione istituzionale europea, non a caso ricondotta da Siedentop a un parto del bilateralismo franco-tedesco che ha guidato la politica europea nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale.

La durezza dell'autore apparirà forse ingenerosa nei confronti di un'impresa – e dei suoi esecutori materiali – che all'origine del proprio progetto politico ha perseguito la pacificazione del continente europeo, oltre che lo sviluppo della ricchezza e del benessere dei suoi singoli stati attraverso la promozione del mercato interno. Tuttavia, all'osservatore attento non può sfuggire che molte delle critiche mosse da Siedentop alla burocrazie dell'Europa appaiono tutt'altro che peregrine. Non è casuale il fatto che gli stessi problemi siano stati posti sul tappeto pure dagli interpreti della politica e del diritto dell'Europa attraverso l'idea della promozione (soprattutto nel periodo successivo alla revisione dei trattati dell'Unione operata prima a Maastricht e poi ad Amsterdam) di tutti gli strumenti adeguati alla valorizzazione dei livelli di governo periferico, rispetto al governo centrale sovranazionale. Di questa prospettiva la formulazione del "principio di sussidiarietà" ha rappresentato e ancora rappresenta la testimonianza di maggior peso. D'altra parte, non era ignoto ai revisori dei trattati l'impossibilità di proseguire sulla strada dell'accentramento amministrativo quando le materie di competenza della regolamentazione europea stavano divenendo di numero e complessità sempre maggiori, e sarebbero state destinate a divenirlo ancor più nella prospettiva di quell'allargamento dell'Unione che al tempo di Amsterdam si era già imposto come uno dei temi maggiormente impegnativi per il futuro, e che lo scorso anno a Nizza ha trovato il primo dei suoi appuntamenti storici.

A rafforzare questa prospettiva c'è poi il fatto che l'allargamento in se stesso avrebbe comportato indubbiamente un miglioramento dello stato della democrazia nei nuovi paesi, costretti a rispettare le condizioni di convergenza, tra le quali è presente – e non in posizione marginale – un capitolo sulla democratizzazione. Pertanto, perché non leggere l'intero processo di unificazione europea come una grande opera in favore della democrazia, estesa finalmente a tutto il continente? Senza per questo misconoscere i meriti del processo di unificazione europea, non è possibile respingere totalmente le tesi di Siedentop, perché, nonostante la verità degli elementi che abbiamo elencato, la sua analisi non manca di cogliere alcuni punti fondamentali. Il quadro si compone così di nuovi elementi, che costituiscono il corpo del secondo e del quarto capitolo, dedicati rispettivamente alle questioni del costituzionalismo europeo e del ruolo che l'esperienza inglese ha svolto nella storia di quest'ultimo, e che ora, scrive Siedentop, non svolgerebbe più.

2.
Alla domanda, non priva di un profondo significato polemico verso i padri della costituzione europea, che dà il titolo al capitolo secondo (Dove sono i nostri Madison?) l'autore premette già la risposta. La costituzione federale dell'Europa sarebbe un miraggio che in realtà tende a occultare la profonda discontinuità che la prassi costituzionale europea ha inaugurato nei confronti della tradizione storica del costituzionalismo, così come quest'ultimo aveva trovato affermazione all'interno degli stati-nazione. In questo luogo si rivelano tre nodi importantissimi per comprendere la tesi di Siedentop: 1) il rapporto, interno al concetto di federalismo, tra "accentramento e decentramento dell'autorità" (p. 36); 2) l'accezione positiva conferita al concetto dello stato, in profonda discontinuità con una parte considerevole di quella stessa tradizione del liberalismo all'interno della quale l'autore pure si colloca (pp. 43 sgg.); 3) il rilievo accordato alla comunità politica, intesa ora nel senso di una comunità di partecipazione alla vita pubblica (p. 41, pp. 50 sgg.).

Come noto, la nozione di federalismo applicata al processo di unificazione europea comporta una profonda ambiguità allorché si muove all'analisi del suo influsso sul modo di concepire l'unità politica. La prima accezione, quella legata ai concetti di unificazione e di centralizzazione del potere dagli stati federati verso lo stato federale, è stato fatto proprio dal federalismo europeo. Una tale accezione si pone in aperto contrasto con l'altro significato, interpretato dalle costituzioni degli ordinamenti a diritto comune. Come notò Dicey, questi ultimi avevano identificato l'idea federale con quella di decentramento politico e amministrativo; cioè, l'avevano ricondotta a una delle forme fondamentali con cui si esercita la divisione del potere (pp. 33-34). La medesima concezione si ritrova i tutti i teorici del "federalismo costituzionale"1. Di conseguenza, per Siedentop il concetto di federalismo identifica solamente una forma di diffusione del potere dal governo centrale ai governi sottoposti, siano essi gli ordinamenti federati, siano esse le comunità locali minori, fino a raggiungere i cittadini veri e propri. Contro questa idea, il federalismo europeo ha invece rappresentato una forma di rafforzamento del governo centralistico di Bruxelles, solo in parte legittimato attraverso il riferimento ad autorità elettive, ma molto più di frequente indirizzato dal potere delle tecnocrazie che fanno riferimento a quella peculiare istituzione che è la Commissione.

Il secondo elemento peculiare da notare è il rilievo che l'autore concede all'elemento della statualità. Questo secondo aspetto appare sùbito singolare, e in ogni caso in aperta contraddizione con la forte ispirazione liberale che invece pervade le pagine precedenti. A una lettura attenta, tuttavia, esso si propone come il carattere distintivo della ricostruzione che Siedentop propone della storia del pensiero politico moderno. Infatti, studiando la storia del liberalismo (soprattutto quella di tradizione inglese e americana) si mostra una precisa interpretazione del concetto dello stato. In quanto espressione di quello stesso potere contro il quale la dottrina di Locke, di Montesquieu e di Hamilton ha inteso rivendicare il primato dei diritti, lo stato appare inesorabilmente come il fiero antagonista della libertà. Pur nel costante appello alla tradizione del costituzionalismo liberale, l'autore conferisce alla statualità un profilo del tutto opposto: questa non è più l'avversario, ma diviene lo strumento attivo e partecipe alla edificazione del 'regno' dei diritti (p. 43, pp. 112 sgg.). Di conseguenza, è lecito affermare che, almeno per questo aspetto, Siedentop appare a pieno titolo all'interno dell'altra grande tradizione del liberalismo europeo, quella che si oppone al cosiddetto classical liberalism in cui prevale lo spirito individualista (e al quale di regola sono ricondotti autori come Adam Smith e Locke). Al contrario di quest'ultimo, il liberalismo di scuola 'continentale' nell'ottocento ha visto con favore il sodalizio con il concetto di comunità politica. Infatti, una tale tradizione ha trovato nello stato un alleato piuttosto che un nemico, e in essa si sono riconosciuti in vario modo autori come Constant, Mill, Tocqueville, Jellinek, Croce o Chabod, creando non pochi problemi agli storici del pensiero politico.

Infine, il terzo elemento degno di nota è l'interpretazione del concetto di comunità politica (civitas). Quest'ultimo tema (di cui dà cenno il terzo capitolo e poi ripreso in modo diffuso) appare in realtà in stretta connessione col secondo, cioè col problema dello stato. Con questo argomento, l'autore intende sostenere che la peculiarità propria del liberalismo, interpretato qui come una teoria politica fondata sul primato dei diritti, è quella di saper andare oltre una mera concezione di tipo individualistico e utilitario. In questo senso, Siedentop si oppone davvero a buona parte degli studi sul liberalismo affermatisi negli ultimi decenni, i quali, al contrario, hanno proposto fortemente la tesi della sua coincidenza con l'individualismo in quanto tale. La fortuna di una tale linea interpretativa è stata garantita dalla situazione generale del nostro tempo, così permeato dal rilievo della dimensione economica nei rapporti sociali, e non solo per via delle note argomentazioni della scuola neoclassica dell'economia.

Con l'affermazione secondo la quale il carattere proprio del liberalismo (ma anche del costituzionalismo che ne rappresenta il precursore) dev'essere ricercato nell'idea dell'autogoverno (dunque, nell'idea di democrazia rappresentativa), Siedentop intende prendere le distanze da tutte le versioni della teoria politica liberale che muovono, in via diretta o indiretta, da una filosofia utilitarista (p. 38). Si mostra in questo luogo con estrema chiarezza come le sue posizioni siano particolarmente polemiche nei riguardi delle soluzioni "neoliberali", le quali si riferiscono invece proprio all'utilitarismo implicito al liberalismo "economico" di Smith, di Ricardo, o dei loro prosecutori contemporanei. Tuttavia, le argomentazioni che lo studioso oxoniense conduce con fermezza contro una tale interpretazione, che ha permeato la cultura politica inglese nell'epoca dei mandati della Thatcher, possono apparire insolite al lettore del continente. Di solito criticati per aver fatto della deregolamentazione la propria ideologia, egli imputa invece ai governi neoliberali proprio la responsabilità di aver imitato il centralismo francese. Il quarto capitolo, dal titolo eloquente: Perché la Gran Bretagna ha perso la sua voce, è dedicato a mostrare come, avendo abbandonato la fiducia negli strumenti della politica, i neoliberali inglesi abbiano risolto il problema della crescita politica dell'Europa in una mera questione "economica", finendo per restare prigionieri delle loro stesse scelte una volta abbandonata l'iniziativa politica nelle mani degli altri paesi europei. Siedentop rivendica una tesi inedita: l'ascesa della Thatcher e del suo partito è stata in realtà il risultato del malessere della società inglese dell'inizio degli anni ottanta, una società che aveva operato in modo definitivo il passaggio all'egualitarismo, determinando in tal modo una perdita dei tradizionali valori di riferimento dei suoi ceti medi. La mancanza di una costituzione scritta impedì la genesi e la diffusione di un sentimento di fiducia e una conseguente volontà di difesa da parte dei cittadini del loro ordinamento; si potrebbe dire, impedì il sorgere di una sorta di "patriottismo costituzionale" che fosse in grado di rinsaldare la fede nella comunità politica. La conseguenza di tutto ciò, prosegue l'autore, fu la vittoria definitiva dell'individualismo. Ma gli strumenti che i governi della Thatcher dovettero impiegare per la politica delle riforme furono orientati secondo un centralismo rigidissimo, e non ebbero altro risultato che il sopprimere le varie sfere di autonomia e di decentramento del potere. In tutto ciò i neoliberali ebbero la via aperta dalla mancanza di una rigidità costituzionale che solamente una costituzione scritta sarebbe stata in grado di proteggere e garantire.

Anche se si volesse tralasciare la valutazione del reale esito che ebbero le riforme politiche della Thatcher sull'ordinamento interno della Gran Bretagna (in merito alle quale le pesanti accuse dell'autore sarebbero da verificare con uno studio empirico2), la questione è davvero molto delicata, perché siamo di fronte al problema dell'interpretazione del liberalismo attraverso un passaggio storico fondamentale per l'intera storia del pensiero politico, vale a dire la transizione dalla società aristocratica alla società democratica ed egualitaria. In altri termini, si tratta di interrogarsi sopra il senso del liberalismo nel nostro tempo, dopo che nel novecento i paesi occidentali hanno compiuto quella gigantesca rivoluzione che è stata segnata dall'emergere della società di massa. Pertanto, il tema della comunità politica appare già introdotto a partire da queste considerazioni, ma questo termine non dev'essere interpretato alla stessa stregua dei pensatori comunitaristi (p. 51): Siedentop scrive che "la dottrina liberale della cittadinanza è un sistema che combatte l'individualismo (...) assai meglio del recente richiamo alla 'comunità' (community)" (Ibid.), la quale in questo luogo assume il senso espresso dal termine tedesco Gemeinschaft, a cui è contrapposta la 'società' (Gesellschaft).

In questo luogo si fa riferimento con molta consapevolezza all'idea che, nel novecento, e ancora oggi, il liberalismo ha dovuto cercare un'integrazione col principio democratico, il quale come tale rappresenta però qualcosa di più della semplice trasposizione dell'idea della libertà nella sfera delle istituzioni politiche. Pertanto, il concetto di democrazia non può essere risolto in quella stessa idea di "rappresentanza democratica" che sta alla base della nozione di democrazia rappresentativa. Se la interpretiamo solamente come procedura, come "processo decisionale", quest'ultima non esaurisce affatto la dimensione semantica del proprio concetto, anche se ci tutela dal confronto con molte delle sue contraddittorietà. È per questa ragione che i suoi teorici provenienti dalla scienza politica ne hanno imposto un'interpretazione procedurale, esposta in forma più o meno radicale3. Le intenzioni di Siedentop sono differenti: anche per via della propria formazione di storico, egli è avvertito sul fatto che studiare concetti quali la democrazia e il liberalismo significa soprattutto confrontarsi con le loro rispettive tradizioni.

Tali questioni sono evocate allorché l'autore si riferisce ad una presunta "schizofrenia liberale" dei tempi recenti (pp. 43-44). Il liberalismo del nostro tempo, scindendosi, avrebbe dato vita da un lato a una versione "utilitarista" ed "egoistica", e dall'altro a una concezione esclusivamente formalistica e "giurisdizionale". La prima è definita come "una forma di liberalismo populista, perché propone una sorta di principio di maggioranza come criterio di politica pubblica" (p. 44). Si oppone a questo un "liberalismo da tribunale", fondato cioè sul "linguaggio della giurisprudenza". Valutando solamente la difesa dei diritti fondamentali come norma di condotta dell'azione nello stato, quest'ultima tipologia di liberalismo diviene "sganciata dalla realtà sociale" (p. 47), e di conseguenza perde la propria efficacia nell'azione politica. Contro una tale forma di crisi del liberalismo contemporaneo, un ruolo decisivo può essere esercitato dalle costituzioni, le quali, "ponendo limiti al potere politico, decentrando l'autorità e promuovendo la partecipazione, possono [...] dare forma ai nostri comportamenti" (p. 48). In questa sede, come scrive ancora l'autore, "il costituzionalismo liberale si presenta come un procedimento anziché come un esito". Entra in gioco il concetto di virtù civica, che però egli distingue con fermezza da qualunque posizione olistica propria delle teorie comunitariste, e che invece associa strettamente al concetto di cittadinanza.

I difetti del comunitarismo (dietro il quale può sovente celarsi una rivendicazione nazionalistica) sarebbero pertanto i seguenti:
1) Il termine comunità evoca sempre un modello di società priva di attriti; al contrario, una società autenticamente liberale non erige a proprio scopo l'organizzazione della società, bensì ritiene centrale il concetto di autonomia.
2) Il pensiero comunitario evoca sempre una forma di disciplina della vita collettiva, facendo forza sull'idea che ad ognuno sia riservato un proprio cómpito preciso nella società. Per questa stessa ragione, esso tende a riproporre nella società moderna il medesimo modello di vita proprio delle società antiche (p. 43).

Contro simili pericoli, il carattere attivo della cittadinanza (il cui modello si ritrova nel patriottismo costituzionale americano) permette di compiere una mediazione tra la caduta "olistica" del civismo rousseauiano e l'assoluto disinteresse per la dimensione della collettività dell'utilitarismo economicistico. Il tema che interviene come un punto programmatico fondamentale è quello dell'influsso che la dimensione "giuridica" dei diritti fondamentali, unita a quella "civica" della partecipazione politica, esercita tanto all'interno dei contesti d'azione dei singoli individui, quanto all'interno delle istituzioni pubbliche. È per questa ragione che "il costituzionalismo liberale rappresenta (...) un sostituto positivo della religione, una religione laica e scevra dei sinistri connotati del nazionalismo" (Ibid.).

3.
Non si può fare a meno di mettere in relazione con le tesi di Habermas i passaggi del volume direttamente impegnati a favore di un'interpretazione gratificante del concetto di patriottismo costituzionale. Una tale sensibilità nei confronti della filosofia politica 'continentale' non ci sembra neppure accidentale allorché Siedentop incentra la trattazione sulla questione delle forme del diritto e sui diritti soggettivi particolari, in questo luogo risolti nel concetto di human rights (che il traduttore rende alla lettera con "diritti umani", ma che vanno pensati in stretta connessione alla nostra figura di "diritti soggettivi"): tutto ciò accade in larga parte degli autori riconducibili all'interno della cultura politica e giuridica anglosassone, (p. 70, p. 254). Riguardo alle proprie conclusioni, ci pare che Siedentop non sposi posizioni molto distanti da quelle che da ultimo ha abbracciato Norberto Bobbio4, il quale però non compare mai in esplicita citazione. Nondimeno il riferimento è molto interessante. Infatti, il confronto tra le posizioni di Siedentop e quelle bobbiane s'impone in merito alla trattazione del concetto di democrazia. Al problema della democrazia si lega strettamente anche la natura della costituzione, e dunque l'interpretazione del costituzionalismo moderno. Si tratta di un momento di estrema importanza per comprendere le tesi politiche dell'autore, perché queste fanno riferimento a una prospettiva molto diversa da quella a cui pare rinviare una lettura specificamente "anglosassone" della storia del pensiero politico.

Una tale prospettiva non può che determinare anche una differenziazione nei confronti delle tesi del costituzionalismo "modernista", definendo nei fatti una profonda distanza da quegli autori che nel novecento lo hanno rappresentano nel modo più coerente: Kelsen, Hintze, Bobbio, Grimm, nonché l'ultimo Habermas. All'interno delle differenze anche profonde che caratterizzano le loro concezioni dello stato e dei diritti fondamentali, costoro appaiono pienamente integrati in una visione peculiarmente moderna del vincolo politico e della costituzione dei diritti da questo derivati: si tratta di una visione che rimane vincolata in modo unitario alla stessa teoria della sovranità5. Nella specificità delle rispettive teorie, non sarebbe troppo distante dalla verità affermare che essi concordano tutti con la tesi secondo la quale l'idea di sovranità a cui oggi fa riferimento la giuspubblicistica, dal punto di vista storico è debitrice alla rivoluzione francese, e dal punto di vista filosofico è stata un'eredità del contrattualismo. Inoltre, una tale tradizione di pensiero tende a istituire un legame sistematico tra giusnaturalismo e contrattualismo. Tutto ciò equivale ad affermare che lo stato che noi oggi concepiamo diviene soprattutto l'eredità di Hobbes, di Rousseau e della "grande nazione". A quest'ultima prospettiva, ci pare, non possono essere affatto ricondotte le tesi costituzionaliste di Siedentop, nonostante una forte convergenza dal punto di vista delle conclusioni in merito al valore della statualità. Infatti, sebbene il comune apprezzamento per il valore dello stato nazionale in alcuni casi tenda a determinare una sorta di comune scetticismo nei confronti del processo costituzionale europeo, la medesima tradizione che abbiamo definito 'modernista' in altri casi è pronta a ricondurre il concetto di federalismo nell'ambito di quella stessa posizione monistica della sovranità che invece si mantiene come l'obiettivo polemico principale del libro di Siedentop.

In altri termini, il fatto che le riserve verso alcuni aspetti del federalismo europeo siano svolte secondo argomenti comuni non toglie che alla base ci siano due teorie diverse, le quali restano in qualche modo antagonistiche. Ci sembra che questa affermazione sia confermata anche quando Siedentop fa riferimento alla necessità per la Gran Bretagna di darsi una costituzione scritta. Nonostante proprio in questa sede le convergenze appaiano più forti che altrove, la valutazione di un legame sistematico tra la teoria 'modernista' della sovranità e il concetto di libertà individuale non risulta privo di attriti con la concezione della libertà politica di cui l'autore ha scritto in precedenza (pp. 108-109); questi evoca una costituzione formale dotata di un alto grado di rigidità per sancire in modo perentorio una dottrina politica molto distante da quella che, con lo stesso procedimento, è posta a fondamento delle costituzioni 'continentali' post-rivoluzionarie. Nel luogo in cui il vincolo della legittimità dal costituzionalismo 'rivoluzionario' era ricercato (e trovato) nel potere demiurgico della "volontà della nazione", secondo la nota traduzione del concetto rousseauiano di volontà generale, in Siedentop il fondamento della legittimità costituzionale risiede nel concetto di libertà, cioè in un concetto di diritto che si afferma come un tratto peculiare di una comunità politica, la quale più della nazione moderna interpreta la città medievale. Secondo la tradizionale formula che è stata ripresa di recente anche da John Finnis, siamo di fronte a un'antitesi tra legge naturale e diritto naturale: un'opposizione tra "natural law" (lex naturalis) e "natural right" (jus naturale). Si tratta di una distinzione tutt'altro che marginale nella teoria politica moderna, come aveva già aveva rilevato Hobbes nella celebre pagina del Leviatano preliminare alla fondazione del patto civile6. Questi riferimenti, che possono apparire scontati a chi ha familiarità con i classici del pensiero politico, ci sembrano però fondamentali per comprendere la peculiarità della via 'costituzionale' intrapresa da Siedentop. L'elemento davvero originale, è la traduzione di questa distinzione classica all'interno di una prospettiva di pensiero liberale che è lontana dal conservatorismo, al quale invece usualmente le tesi "non-moderniste" hanno fatto riferimento. La citazione non può che andare al volume di Leo Strauss, Diritto naturale e storia, in cui la ripresa dell'idea della lex naturae aveva notoriamente condotto a una critica radicale non solo dell'intera tradizione politica moderna (della quale Siedentop non pare essere un paladino dal punto di vista della filosofia politica, e che tuttavia considera positivamente nella propria versione 'costituzionale'), ma anche di quella medievale, per via della sua dipendenza dalla dimensione spirituale del cristianesimo, che per lo Strauss tardo divenne sempre più approssimato a una falsa rivelazione7. Al contrario, per Siedentop una tale tradizione risulta essere in ultima istanza la fonte della concezione della libertà moderna. Se non fossimo trattenuti dalla presenza di molteplici elementi di divergenza (che qui non si possono discutere), verrebbe fatto di dire che, alla fine, l'autore che più si avvicina alla prospettiva fatta propria da Siedentop è Hegel, con la sua idea della "libertà soggettiva" posta alla radice della concezione moderna dei diritti individuali. Com'è noto, per questi la libertà soggettiva è il lascito storico-universale di quella nuova forma di mondo che è stata il cristianesimo. Ma a voler interpretare un diverso passaggio del volume, si vede come l'autore avversi fortemente ogni concezione 'filosofica' della storia, e allora il nostro riferimento sarebbe certamente sconfessato, anche se dal punto di vista della teoria il problema ci sembra possa rivestire un ruolo molto maggiore di una semplice assonanza.

Gli stessi elementi e le stesse difficoltà ritornano nella trattazione del problema della democrazia. Nel formulare un accordo tra le sue due possibili interpretazioni, viene alla luce un nodo legato all'identificazione della forma duplice del significato di questo concetto. Una tale duplicità fa riferimento a sua volta a due soluzioni diverse date al problema della libertà. È possibile svolgere il concetto di democrazia seguendo due profili distinti, il primo negativo, il secondo positivo, i quali si pongono tra loro come antagonistici. Pertanto, ciò che Siedentop esprime con l'idea del "dilemma della democrazia moderna" potrebbe essere riscritto in questi termini. Seguendo l'interpretazione legata al lato 'negativo', Siedentop ricorda come la democrazia sia caratterizzata dal fatto di essere una dottrina politica antitetica all'oppressione e all'eteronomia (p. 59). Una tale eteronomia del potere si era manifestata attraverso le concezioni dello stato di tipo patrimoniale: dapprima nella forma cetuale e corporativa, successivamente in quella 'borghese' dello stato pluriclasse. Di conseguenza, la dottrina della cittadinanza può essere interpretata come una prosecuzione di quella medesima nozione 'autentica' di democrazia che si oppone ad una concezione aristocratica della politica (poco importa se essa abbia le sembianze di un'aristocrazia di ceto o di classe). È chiaro allora che agli occhi di Siedentop il concetto di "potere democratico" esprime quella stessa forma di libertà repubblicana propria della città antica. Tuttavia, il modello di virtù civica al quale essa tende ad approssimarsi risulta di non facile conciliabilità con i tratti distintivi del mondo che si è sviluppato sulla linea della tradizione cristiana. Allora, appare chiaro come in questo luogo ci sia un ritorno (e con grande vigore) del rapporto tra la libertà degli antichi e la libertà dei moderni. Dal punto di vista della storia del pensiero politico ci pare un riferimento inconsueto, ma che allo stesso tempo attesta ancora una volta le difficoltà di mediazione tra l'affermazione democratica, incentrata sui concetti di comunità politica e cittadinanza attiva, e l'enfasi liberale e costituzionale che è incentrata invece sull'idea del primato dei diritti fondamentali. Com'è accaduto in molti classici della filosofia politica moderna (fra tutti, il già rammentato Hegel), la valutazione della centralità della visione del mondo cristiana per l'interpretazione del significato della libertà si sovrappone a una parte della tradizione di pensiero liberale. Croce è stato l'esempio più alto di come la filosofia hegeliana possa essere congiunta a una tale visione politica. Se si volesse tentare di collocare Siedentop all'interno della complessa costellazione del liberalismo, proprio a quella tradizione dovrebbe fare riferimento. Ma è necessaria anche una puntualizzazione: se nei liberali hegeliani le forme 'moderne' della politica dovevano risolversi in una presa di distanza dalla tradizione medievale, perché oramai erano portatrici di una visione del mondo del tutto autonoma (per Croce, la nuova concezione della vita storica), negli autori contemporanei come Siedentop una tale conciliazione con la storia non ci sembra affatto possibile, e di conseguenza, preso in senso filosofico, il loro 'modernismo' appare un mistero.

Tuttavia, fare riferimento a quel paradigma aiuta a chiarire le ragioni della polemica nei confronti del liberalismo contemporaneo. D'altra parte risulta chiaro che l'autore si trova molto più vicino alla tradizione ottocentesca che a quella novecentesca, ispirandosi a un Constant o a un Tocqueville (un autore che appare come il reale punto di riferimento di tutto il libro). Quest'ultima tradizione era volta a riaffermare l'impossibilità di rinverdire tanto la forma antica della libertà, quanto il suo peculiare concetto di cittadinanza repubblicana. Seguendo la stessa idea di Constant, per Siedentop la libertà degli antichi oggi non può essere riproposta come tale, in quanto "segnala senza dubbio l'assenza del presupposto dell'uguaglianza morale o "naturale" ormai noto a tutti noi" (p. 67). In modo antagonistico al concetto antico di cittadinanza, per descrivere la sfera politica i teorici della modernità impiegano il termine società civile, una realtà che dà forma a un concetto di libertà che privilegia la dimensione della singolarità. Un tale legame tra l'elemento morale e il concetto di libertà soggettiva rimanda a sua volta all'apprezzamento fondamentale nei confronti della tradizione del giusnaturalismo. Per Siedentop – questo è un punto fondamentale – il problema è rappresentato dalla necessità di operare una distinzione interna alla tradizione del diritto naturale, alla quale abbiamo fatto riferimento di sopra, e sulla quale ha riportato l'attenzione John Finnis8 (p. 69). Nella tesi di Siedentop il tratto distintivo della natura 'liberale' del giusnaturalismo dei secoli XVII e XVIII in realtà affonda le proprie radici nella tradizione medievale, che tramanda i suoi presupposti e i suoi valori anche alla società democratica moderna, "una società inedita in quanto rifuggiva da ogni forma di "privilegio" - fondando il proprio ordine legale sui diritti e sui doveri dei cittadini" (p. 70). Una tale concezione è stata riformulata su altre basi nel corso del diciannovesimo secolo, allorché al concetto di società è stato assegnato l'aggettivo "capitalista" (Ibid.). Ma in quest'ultimo caso, alla tradizionale idea di cittadino inteso come un soggetto morale 'autonomo', si è sostituito quello di 'consumatore'. Per altri versi, si potrebbe ricordare che una tendenza siffatta è un fenomeno immanente alla natura stessa della democrazia moderna, perché interpreta appieno la sua tendenza a sciogliere gli individui da ogni legame autoritario, e a costruire relazioni sociali "regolate sull'uguaglianza e la reciprocità" (p. 71). Pertanto, la situazione competitiva illustrata da Mandeville si rivela un esito necessario della società democratica moderna, al pari dell'opposta tendenza di una tale società verso la ricerca di condizioni per una maggiore uguaglianza. Da quella radice comune sono sorte così anche le teorie politiche "comunitariste", come nel caso di Rousseau e dei suoi successori, le quali però si sono dimostrate antagonistiche al riconoscimento della dimensione privata (p. 75). L'autore difende tanto il concetto di democrazia rappresentativa (nella sua forma liberal-democratica), quanto la superiorità del concetto dei diritti fondamentali. L'elemento centrale della democrazia moderna diviene così la costituzione, e in particolare la costituzione 'federale', che è in grado di rispecchiare in modo più attento le particolarità interne alla società, articolando la partecipazione del singolo in livelli progressivi e differenti (p. 76).

Possiamo infine chiederci se l'enfasi posta così fortemente sul concetto di cittadinanza democratica possa risultare davvero conciliabile con l'esito del volume, che conferisce indiscussa centralità al fatto costituzionale, quasi le moderne democrazie dovessero essere tutt'uno con le loro costituzioni. Si apre in tal modo la possibilità d'intendere altrimenti la relazione tra libertà e stato, tra diritti e costituzione. Nella modernità sia lo stato sia la costituzione divengono figure di diritto positivo: pertanto, riguardo al loro fondamento si presentano come potenzialmente contraddittorie rispetto alla specificità della tradizione del diritto medievale, un diritto che, secondo l'autore, sarebbe invece la culla della democrazia moderna. Si tratta qui di rendere esplicito un argomento che egli non pone mai. Tuttavia, si comprende bene come attraverso la figura dei diritti soggettivi si faccia riferimento a una forma del diritto che va ben oltre quella posta in accordo con la forma-stato moderna. Se è vero che nel novecento gran parte del contrasto tra le diverse teorie dei diritti è stato determinato proprio dal contesto assiologico in cui esse si muovevano (illustrato da Weber in modo tanto magistrale quanto disarmante)9, allora anche la proposta di Siedentop sembra restare prigioniera di questa stessa problematicità. Per la verità, l'impressione è che egli eviti di scendere in una discussione diretta sull'argomento, anche se il modello teorico al quale fa riferimento appare abbastanza chiaro, e coincide alla fine con l'idea tocquevilliana di una comunità politica che, in virtù della propria particolare condizione culturale e storica, è in grado di deliberare in favore di una costituzione che prevede l'elemento dei diritti come un suo presupposto costitutivo. Perciò, si tratta di un riferimento all'originario carattere peculiare della società americana, un riferimento che però ci allontana dalla specificità della democrazia europea, nel volume stigmatizzata per questo in senso così negativo. Per concordare con l'autore si dovrebbe sposare la tesi – nient'affatto inconsueta per la letteratura politica d'oltreoceano - della 'migrazione' dello spirito democratico dal vecchio al nuovo continente. Solo in America si sarebbe creata una comunità politica democratica al riparo dai pericoli del nazionalismo. Ma anche in questo caso siamo di fronte a due concetti di libertà, quella naturale e morale, e quella artificiale e politica, che si approssimano in modo asintotico, e che per questo restano differenti. Ci sembra che Siedentop in ultima istanza si ritrovi dinanzi alla medesima aporia che già aveva sperimentato quel gran teorico della democrazia che fu de Tocqueville.

Note

* Nota al volume di Larry Siedentop, La democrazia in Europa, Torino, Einaudi, 2001

1. Cfr. D.J. Elasar, Convenant and Constitutionalism. The great frontier and the matrix of federal democracy, in The Convenant Tradition in Politics, III, New Brunswick-London 1997.

2. Ma per un orientamento non troppo dissimile in merito all'effetto delle politiche thatcheriane si veda pure il fortunato lavoro di P. Pierson, Dismantling the Welfare State? Regan, Thatcher, and the Politics of Retrenchment, Cambridge 1994, pp. 132 sgg.

3. Tra gli eminenti, ad esempio, cfr. G. Sartori, Democrazia, Milano 1993 e R. Dahl, On Democracy, New Haven 1998.

4. In modo particolare nel volume L'età dei diritti, Torino 1989.

5. Si veda, ad esempio, il saggio di Bobbio su Hobbes: N. Bobbio, Thomas Hobbes, Torino 1989.

6. Th. Hobbes, Leviathan, cap. 14.

7. L. Strauss, Gerusalemme ed Atene, Torino 1998.

8. J. Finnis, Natural Law and Natural Rights, Oxford 1986.

9. M. Weber, Wirtschaft und Gesellschaft, III, Rechtssoziologie, § 9.


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