Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 26 gennaio 2004

Raffaella Baritono, La democrazia vissuta. Individualismo e pluralismo nel pensiero di Mary Parker Follett, Torino, La Rosa, 2001, pp.248.

Mary Parker Follett (1868-1933) è una pensatrice americana interessante - sebbene poco nota -, una pioniera nell'ambito delle relazioni e dell'organizzazione industriale, un'autrice progressista ed un'esponente della corrente di pensiero pluralista. Nata in Massachussetts, studiò ad Harvard negli anni in cui in quella prestigiosa università bostoniana insegnavano personaggi del calibro di George Santayana, Josiah Royce e William James. Nel 1896, pubblicò la sua prima monografia The Speaker of the House of Representatives. Si laureò nel 1898 (summa cum laude). Nonostante l'ottima accoglienza che era stata riservata alla sua prima opera, non entrò mai a far parte del mondo accademico. Mantenne, tuttavia, stretti rapporti con un vasto numero di intellettuali, che andava "dal suo tutor Albert Bushnell Hart ai filosofi H. A. Overstreet e William Ernest Hocking a Roscoe Pound e Louis Brandeis e ad Harold Laski" e comprendeva "il gruppo di intellettuali che avevano fondato a New York la rivista progressista "The New Republic" e in particolare Herbert Croly"(p. 79).

Come tante altre donne bianche della classe media sue contemporanee, la Follett fu attratta dall'impegno nel lavoro di social worker e nel movimento per la riforma municipale. Spiega Raffaella Baritono: l'idea del social work femminile era il risultato di un ribaltamento dell'ideologia delle sfere separate, di quel cult of domesticity o cult of true womanhood con cui nell'Ottocento era stata giustificata l'esclusione delle donne dalla sfera pubblico-politica. L'appropriazione femminile di questa ideologia portò, a cavallo tra Otto e Novecento, ad un suo rovesciamento, che finì col giustificare il ruolo delle donne nel ambito delle attività sociali proprio in virtù della titolarità che era stata loro riconosciuta di valori quali la moralità, la spiritualità e la dedizione all'altro. Così, - scrive Baritono - "Il concetto di maternità come valore sociale e quello della superiorità morale della donna furono utilizzati per giustificare l'impegno delle donne per il miglioramento delle condizioni sociali, e in particolare per la tutela delle madri e dei bambini"(p. 72).

Impegnato a combattere battaglie concrete sui temi della sanità, della maternità e dell'infanzia - questioni per risolvere le quali le donne inventarono nuove professionalità e anche un metodo nuovo -, l'associazionismo femminile crebbe all'inizio del Novecento al punto da divenire capace di influenzare non solo la politica municipale, ma più in generale il concetto stesso di public policy: "l'enfasi sulla motherhood, e sul 'materno', fu trasformata in politica pubblica" (E. Vezzosi, cit. a p. 88). Furono gettate così le basi per lo sviluppo di uno stato sociale, che la storiografia più recente fa iniziare già dall'epoca progressista, e non più come si era ritenuto nel passato col New Deal (cfr. ivi).

Nell'ambito dell'associazionismo femminile, che agiva essenzialmente - ed aveva sempre agito anche nel corso dell'Ottocento - attraverso forme di pressione sui politici e sugli amministratori, questa concezione "maternalista" si sposava talvolta con una visione negativa della politica tradizionale, e soprattutto della rappresentanza attraverso il voto. La stessa Follett in The New State sostenne che per le donne non era tanto importante il diritto di voto, quanto che venisse riconosciuto il contributo effettivo che esse potevano dare e avevano dato nel perseguimento del bene comune (cfr. p. 92).

L'attività di social worker fu per la Follett una delle esperienze formative più significative per lo sviluppo delle sue idee politiche - idee che troveranno la loro più felice sistemazione in opere quali: The New State (1918) e Creative Experience(1924). Grazie al community center movement, in cui fu impegnata fin dal 1900, la Follett capì molto presto l'importanza che nella risoluzione dei problemi sociali, emergenti quotidianamente all'interno della vita di quartiere, avesse il coinvolgimento diretto delle persone interessate, la loro responsabilizzazione. Per la Follett, si doveva lavorare per loro con loro; anche perché il ruolo dell'esperto - ruolo che approfondirà in Creative Experience in contrapposizione alla visione platonizzante di Lippmann - non poteva avere un senso se non in quanto agito all'interno al processo sociale (cfr. pp. 142-145).

Le attività comunitarie nelle quali si lasciò coinvolgere furono per lei una sorta di ricerca sul campo, da cui maturarono intuizioni fondamentali circa l'importanza di incarnare la democrazia, di calarla nel concreto della vita comunitaria, di vederla alla luce della realtà dei processi sociali e delle potenzialità che essa poteva fornire nella risoluzione dei conflitti, piuttosto che come ideale astratto, traducibile in termini numerici. Il lavoro di riformatrice e operatrice sociale le servì inoltre ad entrare in contatto con la realtà del mondo industriale e con le trasformazioni che in esso erano intervenute in seguito alla crescita delle grandi corporations. Da quella realtà ella fu talmente colpita che a partire dal 1925 dedicò quasi ogni suo sforzo teorico proprio all'elaborazione di una scienza manageriale, cui diede un'impostazione decisamente anti-taylorista, privilegiando i concetti di integrazione e cooperazione. Per la sorprendente sensibilità ed attualità che essa rivela nell'intuire l'importanza delle relazioni sociali all'interno dell'impresa, la sua scienza del management ha ricevuto anche in tempi recenti una qualche attenzione da parte degli esperti del settore.

Attraverso la ricostruzione del pensiero della Follett, la Baritono tenta in questo denso e accurato volume anche un recupero di una riflessione, quale quella sul pluralismo, che - a suo avviso - è oggi troppo semplicisticamente identificata con la visione consensualista proposta dalla interest group theory di Robert Dahl e David Truman. "Questa identificazione del pluralismo con la teoria dei gruppi di interesse - scrive la Baritono - ha oscurato e marginalizzato quello che era non una sua variante, bensì il suo nucleo originario: il pluralismo politico degli anni Venti che aveva come punti di riferimento il dibattito europeo - in particolare inglese - sulla crisi del liberalismo classico, sul rifiuto della concezione monistica della sovranità, sulla necessità di trovare forme di riconoscimento politico della realtà dei gruppi e delle associazioni senza negare però la soggettività individuale, sulla critica, quindi, all'individualismo atomistico e, più in generale, alla crisi del concetto monistico di stato" (p. 30).

Pensatori quali Harold Laski, Herbert Croly, John Dewey e la stessa Mary Parker Follett si impegnarono nel tentativo di trovare una terza via tra liberalismo e socialismo e immaginarono modi alternativi per rendere possibile una democratizzazione dei processi decisionali, che fosse compatibile con la complessità delle società industriali avanzate. Contro le visioni della democrazia incentrate sui processi di redistribuzione della ricchezza, che erano destinate a trionfare dopo la II guerra mondiale, i pluralisti americani, e più in particolare - come ha sottolineato anche Lasch - autori come Croly e la Follett cercarono di immaginare nuove forme di partecipazione coinvolgendo gli operai nella gestione delle imprese. Un coinvolgimento, quello dell'operaio nell'auto-governo democratico industriale, ritenuto necessario anche per trovare una forma pacifica di superamento del conflitto di classe ed evitare, dunque, soluzioni più distruttive per l'ordine sociale e politico.

Secondo questi autori - scrive la Baritono - "Di fronte al pericolo del conflitto sociale, del socialismo rivoluzionario e del comunismo l'unica strada percorribile per il liberalismo era quella di accogliere le istanze di giustizia sociale e di riconoscimento di una pluralità sociale che non poteva essere ricompresa nelle categorie di individuo e stato così come il liberalismo le aveva intese fino ad allora" (p. 46).

Il pluralismo americano dei primi decenni del Novecento - che era in stretto dialogo col pluralismo europeo, con pensatori quali George Herbert Cole e Leon Duguit - contribuì a ripensare e rinnovare il linguaggio liberale. Esso propose, innanzitutto, una nuova immagine dell'individuo; valorizzò la realtà dei gruppi e delle associazioni, che considerava un tassello necessario a spiegare tanto i processi sociali (v. in particolare i lavori di Cooley, Ross e Park) quanto i processi politici (v. in particolare il lavoro di Arthur Bentley); avanzò, attraverso le opere di autori quali Lasky, Duguit, Dewey, una critica radicale del concetto di sovranità statale, della sua assolutezza e monoliticità.

Tutti questi temi trovarono una lucida sintesi in The New State, nel quale la Follett giunge a delineare una terza posizione tra il pluralismo di Laski e il neoidealismo di Bosanquet: "Ciò che differenziava la Follett sia da Laski sia da Bosanquet (per citare gli esponenti più rappresentativi delle due posizioni filosofiche) era il concetto pragmatista della relazione come dato fondamentale del processo sociale. Essa cioè - spiega Baritono - poteva in fondo far convivere la pluralità della vita associativa con l'idea di stato perché entrambi erano inseriti in un flusso continuo, in un processo relazionale infinito che doveva impedire la ipostatizzazione di entrambi e soprattutto non annullare l'individualità del singolo né nella volontà superiore dello stato né in quella del gruppo" (p. 127).

Al centro della sua analisi era posto non l'individuo o il gruppo, ma la "dinamica relazionale individuo-gruppo" vista alla luce delle scoperte operate dalla contemporanea sociologia e psicologia sociale (p. 101). Scriveva la Follett: "non esiste una cosa come 'l'individuo', così come non esiste 'la società'; vi è solo il gruppo e l'unità di gruppo [group unit] - l'individuo sociale" (cit., p. 102). L'attenzione alla relazione e alle dinamiche creative del gruppo portava la Follett a parlare di "new individualism". Un termine che Dewey utilizzerà solo a cominciare dagli anni venti - come giustamente osserva Baritono -, ma la cui idea era già stata ampiamente espressa nelle sue opere precedenti. In Democracy and Education (1916), criticando l'idea della mente "come cosa puramente individuale", Dewey evidenziava i limiti del vecchio individualismo con argomenti che verranno ampiamente ripresi (insieme a concetti quali "esperienza creativa") dalla Follett. Scriveva, per esempio:

"Quando si nega il carattere sociale delle attività mentali individuali, diventa un problema trovare i nessi che uniscono un individuo con i suoi simili. L'individualismo etico [... ha] le sue radici nell'idea che la conoscenza di ognuno è del tutto privata, un continente in sé circoscritto, intrinsecamente indipendente dalle idee, dai desideri, dai propositi di tutti gli altri. Ma quando gli uomini agiscono insieme agiscono in modo pubblico e comune" (J. Dewey, Democrazia e educazione, Firenze 1990 (I 1949), p. 381).

L'idea di "individuo sociale" del nuovo individualismo (che in molti autori dell'epoca da Dewey, a James alla stessa Follett derivava dall'influenza di T. H. Green, cfr., pp. 110-111 e la cui massima espressioni a livello filosofico si trova, probabilmente, nel pragmatismo di Mead), come sottolinea Baritono, era il fulcro su cui ruotava l'intero progetto di riforma sociale dell'epoca progressista: era il presupposto sul quale poggiava la possibilità di sperimentare una strada diversa sia dal collettivismo statalistico sia dal liberismo, o più in generale da un liberalismo fondato su un individualismo atomistico (cfr. p. 109).

La rivalutazione della vita associativa, della vita di gruppo, come esperienza creativa tale da consentire insieme la crescita dell'individuo e della società, era la risposta che la psicologia sociale americana e le teorie politiche pluraliste trovarono sia alla crisi della società di massa denunciata dalla psicologia delle folle di Tarde e Le Bon, sia alla degenerazione partitica della politica, alla trasformazione del partito in machine, in macchina organizzativa interessata solo al numero dei voti e soggetta alle pressioni del big business (cfr. pp. 116-117). La Follett, tuttavia, si distaccava - come sottolineato sopra - dalle posizioni pluraliste quando arrivavano a proporre una forma di rappresentanza funzionale. Cosa che le sembrava rischiare semplicemente di "sostituire la tirannia dei gruppi alla tirannia dello stato" (p. 128).

I gruppi, la vita associativa, a cominciare da quella a livello locale, di quartiere, di vicinato, avrebbero irrorato di nuova linfa vitale lo stato federale, coinvolgendo il cittadino in una rete di molteplici relazioni e di fedeltà multiple. La diffusione capillare dei momenti di aggregazione e di comunicazione - come avrebbe suggerito anche John Dewey in The Public and its Problems (1927) -, per la Follett, avrebbe dovuto portare ad una rivitalizzazione del processo democratico. Una speranza che doveva apparire venata di un certo utopismo, soprattutto, se vista alla luce dell'inizio di quel processo di trasformazione dei centri urbani che avrebbe portato negli Stati Uniti d'America al loro progressivo svuotamento dopo la II guerra mondiale.

La parte, forse, più interessante ancora oggi del pensiero politico della Follett - per come emerge dalla ricca e penetrante analisi che ne fornisce questo volume - mi pare costituita dalla sua analisi del conflitto e delle forme in cui può essere risolto, analisi che ella poi applicò alle relazioni industriali e al management. "La Follett individuava, infatti, quattro modi di risoluzione del conflitto: 1) la subordinazione di una parte all'altra; 2) la lotta e la vittoria di una parte sull'altra; 3) il compromesso; infine, 4) l'integrazione" (p. 157). La prima e la seconda soluzione erano inaccettabili in quanto forme di dominio; la terza in quanto soluzione destinata a non durare e foriera di future divisioni. L'unica positiva era l'integrazione, una forma di risoluzione del conflitto che prevedeva una complessa sequenza. Dopo un'articolazione delle diverse posizioni in campo, la fase più importante consisteva nel "rompere i blocchi" attraverso una scomposizione del problema nelle sue componenti al fine di aprire un processo di discussione in cui ad incontrarsi e confrontarsi non fossero individui astratti, ma "attività" (dato che i fatti altro non erano, per lei, che attività di persone in interazione tra loro). L'idea di "integrazione" come forma di soluzione del conflitto presupponeva, come ovvio, una peculiare concezione del potere in cui la dimensione del "potere su" (power over) si dissolveva in quella del "potere con" (power with: di un potere che esisteva solo nella relazione circolare costituiva del processo sociale. "Questo significava - spiega Baritono - che il potere entrava nel circolo virtuoso del processo di integrazione come "potere con" qualcuno e non su qualcuno [...]" (p. 159). Ciò, tuttavia, porta chi scrive ad una conclusione diversa da quella sostenuta dall'autrice di questo interessante e stimolante lavoro: se la Follett ha il merito di proporre una visione non meramente distributiva della democrazia, di superare l'idea di una "ballot box democracy", la sua visione del pluralismo, proprio per la concezione del potere testé esaminata, anticipa l'idea che tornerà nel pluralismo di Truman e Dahl per cui il confronto tra i gruppi funziona all'interno del processo democratico nella misura in cui sussiste un terreno di valori condivisi e i conflitti non sono conflitti di valore.

Links sull'autrice

Riferimenti in rete

La Mary Parker Foundation ha messo a disposizione degli utenti Internet, molte opere della Follett, al seguente indirizzo:
http://www.follettfoundation.org/writings.htm

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

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A cura di:
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codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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