Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 9 settembre 2003

Fabrizio Sciacca, Ingiustizia politica, Giuffrè, Milano 2003


Il libro di Fabrizio Sciacca si caratterizza per la chiarezza espositiva con cui il tema dell'ingiustizia politica viene articolato nei piani analitico, normativo e “pratico“.
Il lavoro può essere suddiviso in due parti. La prima illustra il dibattito sulla teoria della giustizia, e al contempo espone la posizione dell'autore, che può essere così riassunta: la prospettiva liberale di Rawls è quella più appropriata per definire un'idea di eguaglianza politica rispettosa delle differenze, e quindi garante dell'idea di giustizia nel contesto pluralistico delle società contemporanee. Presupposto di tale ragionamento è la convinzione che la politica non possa mai essere svincolata dall'etica, perché in tal caso perderebbe qualsiasi nesso con la giustizia: citando Iris Young, “il concetto di giustizia coincide con il concetto di politica“ (p.26).
La seconda parte affronta alcune questioni di giustizia/ingiustizia politica tra le più scabrose della nostra epoca, quali la vendetta, il terrorismo, la pena di morte (letta come forma di terrorismo di stato, e quindi esempio di ingiustizia politica), il rispetto dei diritti umani nella globalizzazione. Sotteso a questi tentativi di applicazione della teoria prima esposta sta il concetto di azione, intesa come atto compiuto da una volontà libera; cioè, kantianamente parlando, imputabile a una persona in quanto soggetto morale. Perciò, prima di dichiarare che in un'autorità politica vi sia qualcosa di ingiusto, “occorre che qualcosa sia percepibile nella realtà (un'azione, una decisione, una norma), per essere nella realtà imputabile a qualcuno … Solo a queste condizioni, e sulla base di queste premesse, può essere plausibile l'entrata in gioco dell'etica“ (pp. 57-58).
La prima parte, assumendo rawlsianamente il concetto di giustizia come equa distribuzione, ruota attorno all'idea di uguaglianza. Infatti, dopo aver passato in rassegna le posizioni critiche del principio di giustizia distributiva (il relativismo cognitivo di Boudon, l'etica della politica di Heller), e aver riaffermato le ragioni del pluralismo dei valori, l'autore assume la prospettiva dell'etica del rispetto nella versione ‘personale' di Williams e in quella ‘impersonale' di Nagel. Ciò che accomuna teorie così diverse è la critica alla concezione assoluta dell'uguaglianza; sia essa di tipo sostanziale, cioè legata ai bisogni di natura sociale; sia di tipo formale, legata all'idea dell'uguaglianza delle opportunità. In tutti questi casi viene dedotta la secondarietà del valore dell'uguaglianza rispetto a quello della libertà, e sarebbe quest'ultimo principio a fondare il legame sociale, la prospettiva del ‘noi e l'idea di reciprocità.
“Rendere realistico questo ‘noi' significa riconoscere che in uno spazio politico esso può ben essere conflittuale, contrastivo, differenziale. Qualunque progetto di uguaglianza, anzi, scopre i suoi limiti di praticabilità se rinuncia a questa premessa“ (p.53).
Questo chiama in causa la possibilità di elaborare un senso di giustizia condiviso. Secondo le ipotesi di Rawls il senso di giustizia è un tipico sentire morale che si fonda sul concetto di reciprocità. E' solo con l'equilibrio riflessivo, e cioè con la capacità di tener conto di tutti i possibili giudizi coerenti con le nostre posizioni semantiche, epistemologiche, o metafisiche o psicologiche, che si raggiunge una concezione della giustizia stabile, ma aperta al cambiamento.
“La stabilità del senso di giustizia non coincide per Rawls con l'immodificabilità delle istituzioni, ma piuttosto col fatto che esse rimangano giuste“ (p. 21). Questo è il caso che riguarda propriamente la giustizia politica, campo in cui i giudizi riflessivi cambiano necessariamente, pena la caduta nella dogmaticità. L'equilibrio riflessivo garantirebbe, di converso, la compatibilità dei diversi giudizi e la loro cooperazione sociale in quella che Rawls chiama “società bene ordinata“. Ne consegue un concetto di giustizia politica come giustizia della costituzione, in merito alla quale l'autore inserisce l'interessante confronto Rawls-Höffe-Kelsen circa il problema della legittimazione e della fondazione della teoria della giustizia (pp.30-32).
Quando l'autore passa a trattare il tema della vendetta, però, l'argomentazione della sua impraticabilità nei confronti dell'ingiustizia politica sembra aver poco a che fare con il principio di uguaglianza. Infatti il ragionamento cade sulla necessità dell'imparzialità come garanzia dell'universalità, anche a scapito della tenuta del legame sociale e dell'immediato senso di giustizia.
“Il vendicatore potrebbe essere il migliore conoscitore dei fatti, ma non il miglior giudice: la vendetta ha qualcosa che non funziona. Non è giustificabile a livello utilitaristico (non garantisce certezza sul piano dell'efficienza); non è giustificabile a livello retributivo (non garantisce l'applicazione del criterio della misura)“ (p. 69).
Secondo l'autore, quindi, non è determinante l'idea girardiana che vede nella vendetta il disordine e nell'amministrazione della giustizia la fine della violenza 1, bensì il fatto che di fronte a un'ingiustizia presuntivamente commessa da un'autorità pubblica la risposta non può essere privata: sia perché non può essere risolutiva nei risultati, sia perché rischia di provocare ulteriore ingiustizia nei metodi adottati.
Più interessante mi sembra la discussione sul caso del terrorismo. Ma anche qui, pur tracciando nitidamente le differenze tra il terrorismo “classico“ delle rivendicazioni politiche e territoriali, che ha caratterizzato i conflitti interni a molti stati, e il terrorismo “globale“ dopo l'11 settembre, rispetto all'interrogativo se il terrorismo possa essere annoverato come forma di reazione all'ingiustizia politica, l'autore riconduce tutto il terrorismo , vecchio e nuovo, alla stessa critica stringente. Ne esclude ogni riconoscimento di legittimità, in quanto “se è vero che il terrorismo agisce in base a pretese violazioni di giustizia politica, non è molto chiaro chi, a parte l'autorità politica legittima, dovrebbe essere in grado di giudicare“ (p.80).
Ma questo argomento si può applicare sul piano interno degli stati, mentre sul piano internazionale, mancando quell'autorità politica legittima, potrebbe lasciare aperta la possibilità alla giustificazione dell'atto terroristico. In questo caso l'impossibilità di ogni giustificazione starebbe nell'irrazionalità politica di un attentato come quello delle Torri Gemelle, non riconducibile quindi ad alcuna denuncia di ingiustizia politica. Tuttavia, proprio di fronte a un fenomeno come questo mi pare che si dimostrano i limiti della teoria della giustizia rawlsiana. L'inaccettabilità del terrorismo perché irrazionale non fa i conti con il fatto che esso ha le sue radici in una concezione della vita e del mondo radicalmente altra dalla nostra; mentre va esclusa qualsiasi giustificazione, non va invece esclusa la possibilità che questo terrorismo sia una forma di reazione al sistema di potere globale rappresentato dall'Occidente, con tutto quel che ne consegue nei termini della nostra concezione del mondo e nella nostra disponibilità a modificarla, come sembra suggerire Baudrillard, che pure è un autore ben presente nel libro 2.
Anche l'argomento successivo che, a mio parere giustamente, va a sostenere l'inefficacia della guerra come risposta al terrorismo globale appare parziale rispetto alle premesse. Tutta l'analisi potrebbe portare coerentemente a interpretare la guerra preventiva nei termini di “vendetta“ e quindi a sua volta di ingiustizia; giunti a questo punto, l'argomento utilitaristico sembra insufficiente a criticare l'uso della forza organizzata in un conflitto della portata di quello iracheno, uso che richiederebbe, a chi si assume il compito di proporre una teoria della giustizia valida universalmente, di addentrarsi più a fondo nelle contraddizioni estreme dell'attuale dis-ordine mondiale.
Sul tema delle ingiustizie globali torna prepotentemente il discorso sull'uguaglianza, attraverso i riferimenti a Okun, Sen e Pogge. Ma ben presto il tema della giustizia distributiva si ridisloca sul terreno delle capacità di scelta, dell'identità e del diritto alla libertà della persona come agente morale, unico valido “al di là di ogni cittadinanza e appartenenza, e anche al di là di ogni tentativo di mascherare, attraverso l'inclusività globalizzante, una destituzione del soggetto come portatore di diritti originari“ (p.136).
Così il discorso sui diritti sociali come diritti umani è rimandato all'ambito delle prestazioni pubbliche, ovvero come diritti fondamentali le cui modalità di godimento sono legate alle istituzioni 3.
Le ultime considerazioni riguardano la democrazia e la pace come condizioni di tutela dei diritti umani. Tra il progetto “utopico e pluralista“ del diritto cosmopolitico, che è morale, e il modello “realista e monista“ dell'impero, che è amorale, la terza via dovrebbe essere rappresentata dal rinnovato ruolo delle Nazioni Unite le quali dovrebbero lavorare molto per il primo progetto, “ma renendo presente che accanto al ‘diritto dei diritti umani' occorre far valere sempre di più una politica del diritto umanitario, e in fin dei conti una politica umanitaria del diritto“ (p.158).
Torna quindi alla fine il problema del rapporto tra etica e politica a livello globale, che meriterebbe una ben più ampia trattazione. Auspichiamo, perciò, che l'autore, che dimostra con questo libro di essere un fine conoscitore della teoria della giustizia di Rawls e quindi anche della sua ultima fatica “Il diritto dei popoli“, intenda dedicare a questo tema il suo prossimo lavoro, in quanto esso rappresenta una sfida, sul piano teorico oltre che politico, per la comunità internazionale e per la nostra civiltà in particolare.


Note

1. L'autore si confronta con la teoria che Girard espone nel suo La violenza e il sacro (Adelphi, Milano 1992). Il pensatore francese ritiene che la società nasca su un particolare modalità di gestire e controllare la violenza, che induce un rapporto immediato e sregolato con il sacro: nelle società primitive questa modalità è rappresentata dal rito sacrificale, mentre nelle società moderne è l'amministrazione della giustizia che impedisce la spirale senza fine della violenza. Si vedano, del saggio citato, le pagg. 38-42.
2. Tra gli scritti di Jean Baudrillard sul terrorismo si vedano Lo spirito del terrorismo, RaffaelloCortina, Milano 2002, e Power Inferno, RaffaelloCortina, Milano 2003.
3. Tale distinzione tra diritti umani e diritti fondamentali, cioè tra la loro natura morale e la cogenza giuridica definita dalle istituzioni, viene sostenuta anche richiamando sempre la teoria della giustizia di Rawls, laddove si dice che il principio di differenza, quello che consente di interpretare la giustizia come eguaglianza distributiva, non può estendersi al di là di un sistema chiuso (p.152).

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell' università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.