Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 8 settembre 2003

Ingiustizia politica
Replica dell'autore


Presento alcune osservazioni in riferimento alla recensione di Daniela Belliti.

Sul problema della vendetta. Non credo che il punto da me trattato si possa leggere nel senso che "l'argomentazione dell'impraticabilità [della vendetta] nei confronti dell'ingiustizia politica sembra aver poco a che fare con l'uguaglianza". Ho sostenuto che la vendetta sia un rimedio poco efficace contro l'ingiustizia politica, per il semplice fatto che la sua natura "privata" la colloca in una dimensione di unilateralità statica, senza vie d'uscita. Subire ingiustizia vuol dire conoscere i fatti attraverso il dolore (il risentimento o l'indignazione): ma questo non significa essere capaci di erogare giustizia, anche quando il dolore apparentemente non duole più. Ho inoltre utilizzato gli esempi di Friedrich Nietzsche e di René Girard non per confutarli, ma al contrario perché li riconosco molto potenti. Non è che la vendetta non funzioni come procedura, ma il fatto è che essa per sua natura non è imparziale, non può essere pubblica né quindi universale; si può pensare a una procedura vendicatoria 'generale' e persino 'regolamentare', ma non a una procedura dotata di universalità.
Ho osservato che anche nei casi in cui la vendetta privata, come in certe culture, viene contemplata tra le forme esecutive del diritto penale, rimanga comunque un fatto privato. La sanzione come fatto pubblico contiene gli elementi dell'impersonalità e dell'imparzialità; sono convinto che questi siano i tratti costitutivi del presupposto per la lotta contro forme di ingiustizia. E sono altrettanto convinto del fatto che l'imparzialità, in particolare, sia molto più vicina e coerente con l'idea di eguaglianza di quanto si potrebbe obiettare. Certamente, non alla forma assoluta di eguaglianza: ma a forme di eguaglianza sensibili al principio di differenza, sì. L'imparzialità (della sanzione) è in tal senso la condizione della pubblicità – proprio nel senso kantiano – e non vedo altre misure più prossime al concetto di universalità.

Sul problema del terrorismo. Primo punto. Io non ho affatto sostenuto che la pena di morte sia una forma di 'terrorismo di stato'; me lo sono chiesto (il paragrafo in questione si intitola Terrorismo di stato? Ipotesi sulla pena di morte), e ho proposto la seguente tesi, che cito da pp. 105-106: "Se ammettiamo senza difficoltà che il massimo atto di crudeltà sia l'omicidio, la massima crudeltà statale dovrebbe essere la pena di morte; non possiamo a rigore considerare questo tipo di pena come una forma di terrorismo di stato, ma è possibile annoverarla come un caso di ingiustizia politica. Questa tesi non accoglie l'idea che qualsiasi reazione violenta dello stato contro fenomeni terroristici sia contro-terrorismo, ma afferma che la legittimazione statale di azioni che comportano l'uccisione di vite umane come risposta a qualsiasi forma di trasgressione della legge, se non equivale a legittimare una pratica sociale del terrore, rappresenta una grave forma di ingiustizia. Credo che la cartina di tornasole dell'analisi del trattamento politico del rapporto tra legalità e moralità risieda proprio qui: nella capacità di autolimitazione normativa di fronte al fatto dei diritti umani".
Io ho sostenuto che la pena di morte non sia una forma di terrorismo di stato, ma una grave forma di ingiustizia politica (di ingiustizia legalizzata). Mi sembra una sfumatura importante. Terrorismo di stato e pena di morte non sono sinonimi, né si coimplicano necessariamente; pena di morte e ingiustizia politica non sono sinonimi, ma si coimplicano necessariamente.

Secondo punto. Ho dedicato ampio spazio a esaminare le differenze tra il terrorismo classico e il terrorismo post-classico (lo si chiami 'globale' o in mille altri modi, non cambia nulla): differenze talmente radicali da mettere spesso in crisi l'uso linguistico di una medesima parola per due fattispecie così lontane. Ma il mio problema di fondo non muta: se terrorismo politico è uso terroristico della politica, in entrambi i casi non si può e non si deve fare a meno della stessa critica "stringente". Se terrorismo è un fenomeno che è (o potrebbe essere) una reazione a forme di ingiustizia politica, credo sia del tutto pacifico che la soluzione del problema sia demandabile – in entrambi i casi – alla competenza dell'autorità legittima. E non credo che il problema possa valere esclusivamente per il terrorismo interno e non per il terrorismo internazionale o globale, per il solo fatto che in quest'ultimo caso non ci sarebbe un'autorità legittima (o legittimata) a pronunciarsi. È possibile che la reazione di certo terrorismo sia intimamente causata da forme e idee di vita altre da quelle occidentali: su questo punto, concordo con molti scritti di Jean Baudrillard, del quale ho ricordato che già negli anni Settanta – in L'échange symbolique et la mort – coglievano bene certi nodi oggi all'ordine del giorno nell'arena politica internazionale. Ma ritengo anche che – pur prescindendo dall'ipotesi che concretamente non vi sia un'autorità sovranazionale legittima in grado di fare o di dire qualcosa contro il terrorismo globale – il problema non verrebbe meno: chi causa la morte di migliaia di vittime innocenti e silenziose esce fuori dal mondo dell'etica e del diritto, ma non per questo si sottrae al giudizio morale e alla responsabilità penale per ciò che ha fatto. E nell'ipotesi in cui mancasse un soggetto sovranazionale politicamente in grado di giudicare e di sanzionare, ai fini pratici non sarebbe più un problema di filosofia politica, ma di politica del diritto internazionale o di qualcos'altro. Ma la ragione filosofica stringente rimane la stessa per qualunque tipo di terrorismo politico.

Infine. Nell'affrontare problemi spesso dilemmatici, ho fatto mia la convinzione che tutte le prospettive di giustizia, interna e internazionale, non possano prescindere dall'idea di persona e dal fermo rispetto dei pochi ma irriducibili valori sottesi a questa. John Rawls ha adottato una prospettiva sensibile a ciò, e la sua è in tal senso una prospettiva universalizzante; così come lo è quella di Immanuel Kant, che ho tenuto ferma più volte. Altre prospettive sono plausibili. Io ho adottato questa non certo perché meno fallace di altre: ma perché sono convinto che il giusto, se più volatile del benessere, sia anche molto più prezioso. Universalizzare pretese di giustizia nella totalità del globo implica il riconoscere che esistono sempre e comunque alcuni valori in comune senza il rispetto dei quali cade la dignità della persona: l'integrità della vita e il diritto a una vita dignitosa sono tra i primi valori da perseguire, in nome delle persone che noi siamo e dei differenti ideali che abbiamo. È un progetto impegnativo, ma imprescindibile. Non è realizzato e la sua realizzabilità è oggi molto lontana. La filosofia non può dare la risposta ai casi pratici, e la filosofia politica non può produrre l'antidoto contro le varie forme di ingiustizia politica. La filosofia non può risolvere i problemi, perché è impegnata a proporli o a discuterli: altrimenti, nel caso in specie, sconfinerebbe (scadendo) nei decisionismi delle forze politiche di turno, alle quali la storia consegna sempre l'ultima parola. Ma il progetto di una teoria della giustizia internazionale è un'importante sfida filosofica: proprio al cuore di quella tra etica e politica.
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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.