Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
bfp
Articoli Riviste | Recensioni | Bibliografie | Lezioni | Notizie | Collegamenti
Home > Recensioni
Ultimo aggiornamento 9 gennaio 2002

Giulio M. Chiodi, Giuliano Marini, Roberto Gatti (a cura di), La filosofia politica di Kant, Milano, Franco Angeli, 2001, pp. 215.


Frequentare i classici e mantenere aperto un dialogo con il loro pensiero non è un modo per fuggire dal proprio tempo, ma per 'comprenderlo'. Questo volume, frutto del primo convegno del Seminario perugino sullo studio dei classici, nasce dall'esigenza di riflettere sul contributo ineludibile che un pensiero come quello di Kant può dare alla problematizzazione e all'analisi della realtà contemporanea. Come sottolineano Chiodi e Alfieri, rispettivamente nell'introduzione e nella conclusione di questo volume, accantonare lo studio dei classici significa arrendersi al disarmo intellettuale, appiattirsi su un nuovo senza quello spessore che permette di dare un senso, per quanto mai univoco o esaustivo, alla realtà. La classicità di un pensiero risiede nella sua capacità di incarnare il proprio tempo e, parimenti, di venirne fuori attraversando le epoche a tal punto da risultare 'contemporaneo'.

Questa riflessione 'corale' sul pensiero politico di Kant, con temi particolarmente attuali nel dibattito filosofico-politico contemporaneo, si articola in tre sezioni, la prima prende le mosse da un'analisi e da un confronto sul cosmopolitismo e sulla pace perpetua (Marini), la seconda esamina la ricezione della filosofia politica kantiana tra ottocento e novecento (Gonnelli), la terza analizza il revival della filosofia politica di Kant nell'ambito del neo-contrattualismo di John Rawls (Veca).

Nel primo articolo definitivo della Pace perpetua (Zum ewigen Frieden 1795) vengono enunciati i tre principi a priori dell'idea di repubblica: la libertà di tutti in quanto uomini, la dipendenza in quanto sudditi, l'uguaglianza in quanto cittadini. Marini, nella prima sezione, chiarisce come, a differenza dello scritto Sul detto comune - antecedente di soli tre anni -, la qualità di cittadino non sia più legata alla sibi sufficientia (indipendenza economica) ma all'uguaglianza. La visione repubblicana di Kant nella Pace perpetua segna una svolta democratica rispetto a Sul detto comune in quanto la libertà è definita, roussovianamente, come autonomia (e non più come libertà negativa) e la cittadinanza è connessa all'uguaglianza, intesa come contemporanea sottomissione di tutti alla legge che si sono dati da sé. La posizione del '95, pertanto, si rivela chiaramente a favore di un suffragio universale e non ristretto. Kant esplicita che una costituzione nella quale i sudditi non sono cittadini è da considerarsi una costituzione non repubblicana, il che indica in modo inequivocabile che i sudditi sono anche cittadini e che vi è un reciproco coimplicarsi dei principi a priori dell'idea di repubblica. Per quel che concerne la struttura della repubblica, Kant distingue fra il criterio della forma imperii e quello della forma regiminis, la prima classificazione si basa sul numero delle persone che detengono il potere statuale, e la seconda sul modo in cui si regge lo stato - repubblicano o dispotico. Il repubblicanesimo si caratterizza per la divisione dei poteri e per il sistema rappresentativo e non va confuso con la democrazia diretta che, priva di strutturazione al suo interno, si presenta come una non-forma (Unform), inevitabilmente dispotica. Kant - sostiene Marini - teorizza la repubblica in senso proprio, con divisione dei poteri e sistema rappresentativo nel potere legislativo: egli per repubblica intende la forma regiminis oggi denominata democrazia rappresentativa.
Riguardo al problema del federalismo in Kant, Marini analizza il chiliasmo filosofico nella Religione entro i limiti della sola ragione, in particolare, l'assetto cosmopolitico ivi previsto con la formula Völkerbund als Weltrepublik, che si può rendere con confederazione di popoli come repubblica mondiale, espressione con cui si allude a popoli che mantengono una loro competenza e configurazione giuridica ma che per le loro dispute si affidano alla competenza di una repubblica sovrastatale, oggi chiamata repubblica federale (Bundesrepublik). Nel caso di una repubblica mondiale (Weltrepublik) potremo parlare di una repubblica federale mondiale (Weltbundesrepublik). Questa ipotesi interpretativa è suffragata da una nota al medesimo passo in cui Kant usa l'espressione Staatverein (Republik freier verbündeter Völker) che si può rendere con unione di stati (repubblica di liberi popoli confederati), ossia una repubblica di repubbliche. Relativamente al problema del sorgere di motivi federalistici, lo scritto sulla Pace perpetua potrebbe apparire un momento di crisi, in cui lo strumento confederativo - come strumento di pace - prevarrebbe sull'ideale di un cosmopolitismo repubblicano. Facendo un confronto fra i due testi Marini osserva come ciò che si presentava unito nella Religione entro i limiti della sola ragione - Volkerbund als Weltrepublik - si scinde nella Pace perpetua: nel secondo articolo definitivo la soluzione prospettata in thesi - positive Idee einer Weltrepublik (repubblica mondiale come idea positiva) - è quella dettata dalla ragion pratica nella sua purezza; quella in hypothesi - negatives Surrogat eines Bundes (confederazione come surrogato negativo) - si presenta come la soluzione che può essere accettata dai moralisti politici, ovvero quella confederale. Per Kant, tuttavia, la soluzione confederale è fragile, la vera soluzione va al di là del surrogato minimalista offerto ai moralisti politici e comprende l'intero orizzonte confederale che, completamente attuato e dispiegato, sembra più atto al passaggio verso l'idea positiva di forma repubblicana con poteri sovrastatali. La Weltrepublik, in altri termini, finirà per imporsi agli stati consociati, sostenuta anche dalla maturazione morale dell'umanità. La visione federale si presenta come il modello più stabile per comporre i conflitti fra i popoli - come confermato da alcuni passi della Metafisica dei costumi - e in quest'ottica il repubblicanesimo di tutti gli stati, insieme e in particolare, sarà la situazione dell'umanità futura, un dovere morale cui approssimarsi infinitamente per garantire pace e libertà.
Duso invita a riflettere sul carattere ideale della costituzione in Kant e sulla nozione di libertà che la permea. Il concetto positivo di libertà indica l'autonomia della volontà che si autodetermina - indipendentemente da cause naturali - a partire dalle leggi della ragione. Per intendere l'idealità che caratterizza la libertà e il suo essere eccedente è necessario chiarire che l'idea, come ciò che pur non ritrovandosi nell'esperienza si presenta come indispensabile al suo significato, è legata all'ambito pratico - a ciò che si fonda sulla libertà - e, come fonte dell'agire, è produttiva nella realtà. Una costituzione secondo il diritto e che promuova la libertà è un'idea della ragione, cui devono ispirarsi la costituzione politica e le leggi, e non un modello da attuare, pena la riduzione della libertà in uno schema. Nei confronti dell'ambito della ragion pura e delle idee nella realtà non si dà mai niente di adeguato. Per tale motivo, proprio in virtù della sua idealità, non ci sarà mai una costituzione giuridica perfetta che realizzi l'idea della libertà, ciononostante è necessario tendere costantemente e il più possibile a questo ideale. L'idea di governo repubblicano non è risolvibile in meccanismi costituzionali che legittimano il potere, né la libertà è attuata dall'esistenza di procedure democratiche, poiché il rapporto tra idea e rappresentatività implica che il rappresentante debba riferirsi costantemente al piano della ragione e della pubblicità, senza mai considerarsi padrone del pensare o agire pubblico.
Fiorillo si interroga sulla concezione politica di Kant nella Pace perpetua, problematizzando il significato dei due principi - eguaglianza e libertà - su cui si fonderebbe, sulla base dell'ipotesi interpretativa di Marini, la democraticità del Kant del 1795. Con il primo principio Kant pare alludere alla reciprocità dell'adempimento dei doveri sociali omissivi di rispetto della libertà altrui, con il secondo, invece, alla pari facoltà di partecipare alla formazione del legislativo, obbedendo alle leggi che ci si è dati. Se si accoglie la tesi - prosegue Fiorillo - che la prestazione del consenso appartenga più alla sfera morale che non a quella pragmatica - come invece si ricava da Marini - la posizione di Kant del 1795 più che un'anima giacobina evidenzierebbe un costituzionalismo della ragione, di carattere morale, in cui la giustizia e l'equità delle leggi sarebbero in grado di fornire una difesa delle libertà civili, rendendo superfluo l'esercizio delle libertà politiche. La carente partecipazione politica sarebbe sopperita dalla facoltà di fare pubblico uso della ragione.
Per Henry i testi kantiani possono essere l'occasione per comprendere i problemi contemporanei della situazione internazionale e del futuro assetto mondiale. Due appaiono le visioni odierne di ordine cosmopolitico che si fronteggiano, una indica l'ambito di manifestazione dell'opinione politica mondiale, l'altra un sistema istituzionale mondiale. Questa alternativa è già rinvenibile nel pensiero kantiano, la prima, nel terzo articolo definitivo della Pace perpetua, con diritto cosmopolitico fa riferimento alla condizione di universale ospitalità, una sorta di Öffentlichkeit in cui l'assetto politico tradizionale è indebolito da nuovi centri decisionali non giuridici (Beck parla, a questo proposito, di globalità culturale), la seconda contempla un diritto cosmopolitico in senso giuridico-istituzionale quale ordinamento repubblicano e federale (Marini). Gli attuali processi di internazionalizzazione delle economie favorirebbero il rafforzarsi delle democrazie rappresentative (più idonee a fruire dei vantaggi del mercato mondiale, rispetto a forme politiche autoritarie), secondo quanto preconizzato dalla visione kantiana, che auspicava un moltiplicarsi dei regimi democratici (favorito anche dall'espansione dei commerci) ai fini del raggiungimento di una pace internazionale, in virtù del necessario e graduale uniformarsi degli ordinamenti ai principi della ragione. Henry, infine, rileva problematicamente come il moltiplicarsi tout court delle democrazie non sia necessariamente garanzia di pace e come il rapporto globalizzazione/proliferare di democrazie non si presenti affatto scevro di difficoltà.
Loretoni analizza il nesso fra pace e progresso in Kant, sottolineando come la pace perpetua rappresenti il compimento di quel procedere della storia verso il meglio, quale punto di incontro tra morale, politica e diritto. Nella Pace perpetua Kant assume, rispetto alla riflessione filosofico-politica prevalente, una posizione atipica, che consiste nella non accettazione della guerra come dato naturale delle relazioni interstatuali e nel presentare la pace quale tema costitutivo della filosofia politica. Nella riflessione kantiana all'idea di progresso, quale procedere lento e graduale, è associata la Klugheit (prudenza), che ha il compito di determinare non scopi e obiettivi politici, bensì la loro attuazione e declinazione temporale.
Marcucci mette in evidenza un argomento cha ha attraversato tutta l'opera kantiana: la pluralità dei mondi, quale eventuale esistenza di abitanti su altri pianeti. Kant, già negli scritti giovanili, prende posizione sulla teoria fontenelliana della pluralità dei mondi con argomentazioni scientifiche basate sulle analogie della natura e sulla probabilità, pur procedendo con una certa cautela. Nella Critica della ragion pura l'esistenza di abitanti su altri pianeti è per Kant una salda fede (Ein starker Glaube), tale fiducia sembra affievolirsi col tempo, così se nella Critica del giudizio questa eventualità diventa soltanto 'opinabile' (Sachen der Meinung), nei suoi ultimi appunti, l'intera questione de pluralitate mondorum è da considerarsi non solo scientificamente non fondata, ma contraddittoria. Preoccupazioni logiche, morali, religiose portano Kant, alla fine dei suoi giorni, a rifiutare una teoria che in gioventù aveva ritenuto un'ipotesi valida.
Riprendendo la distinzione fra forma regiminis e forma imperii, Mazzù osserva come lo spirito del patto originario - che informa la costituzione repubblicana - sia dato dalla rappresentanza del potere legislativo, quale necessario fondamento razionale della politica, reso fruibile da Kant con il meccanismo dell'als ob (come se), mediante cui il legislatore si rappresenta il consenso razionalmente possibile dei sudditi che, a loro volta, si rappresentano la razionalità del legislatore. Sulla base della concezione rappresentativa del potere legislativo, come razionalità cui tutti sono sottomessi, la combinazione ideale fra forma regiminis e forma imperii è indicata nella repubblica monarchica, in quanto - come si legge in Kant - tanto più è ridotta la presenza empirica di chi esercita il potere, tanto più cresce la sua rappresentatività.
Per Tomba l'attuabilità dell'idea non è data dalla sua traducibilità nella realtà concreta - di per sé difettosa - ma la sua realtà effettiva (wirklich) consiste nell'uso pratico della ragione, ovvero nell'agire conformemente all'idea. In questo senso la forma di stato repubblicana e la repubblica mondiale, quali idee che eccedono ogni realizzazione in forma politica, hanno una realtà oggettiva nella pratica politica conforme alla morale. Sulla base di questa prospettiva il modo di governo repubblicano va inteso non come un particolare meccanismo istituzionale, bensì come una pratica di governo che partecipa all'idea di repubblica; parimenti il problema del rapporto tra repubblica mondiale e confederazione di popoli non è riducibile a quello esistente tra idea e sua realizzazione, ma la confederazione può partecipare all'idea di repubblica mondiale qualora 'le massime dei politici si orientino secondo la morale'.
Papa evidenzia come per Kant l'aprirsi della dimensione del mercato abbia dinamicizzato i rapporti fra gli stati, estendendo la loro interdipendenza. Una struttura che realizzi gli interessi comuni fra gli stati deve avere carattere non conflittuale, e neutralizzare la guerra, favorendo la formazione di istituzioni sovrastatuali. In questa prospettiva obiettivo specifico della politica, intesa come spazio di riflessione sulle dinamiche dell'azione sociale, è lo stato di pace, non inteso, tout court, come assenza di conflitto, bensì, come uno stato che deve essere istituito attraverso la messa al bando della guerra - come forma extragiuridica - e attraverso un sistema di leggi pubbliche coattive fra gli stati.
Sciacca affronta la materia del diritto di guerra (Kriegsrecht) che Kant, nella Metafisica dei costumi, tratta in modo sistematico nell'ambito dello jus gentium, che si presenta come un diritto condizionato dalla guerra. La domanda che Kant si pone è quale diritto abbia lo stato di servirsi dei propri sudditi per muovere guerra ad altri stati. La risposta kantiana è che il diritto di guerra del sovrano non è deducibile da una disposizione assoluta sulla libertà dei sudditi, ma dal dovere del sovrano verso il popolo di esigere il servizio militare, nel caso questi abbia deliberato, per mezzo dei suoi rappresentanti, lo stato di guerra. La deduzione di tale diritto da un dovere del sovrano verso il popolo contiene, sul piano politico, una critica nei confronti del dispotismo, suffragata da altri passi rinvenibili nel saggio sulla Pace perpetua.
Valori ritiene - a differenza di Marini - che la monarchia costituzionale, caratterizzata dalla divisione dei poteri e dalla maggior rappresentatività, costituisca la forma di governo più vicina all'ideale repubblicano. La teoria kantiana, pur non potendosi considerare democratica, tuttavia presenta elementi, quali la tutela sempre più vasta dei diritti dell'uomo, l'instaurazione della pace, la divisione dei poteri, che la collocano sulla strada della democrazia. Riguardo al problema della struttura federale in Kant, Valori osserva che la repubblica universale federale è l'obiettivo massimo da perseguire secondo l'idea della ragione, mentre l'obiettivo effettivamente perseguibile è la lega confederale. La lega kantiana sembra risentire delle stesse carenza di cui risentono attualmente le organizzazioni internazionali, ovvero l'incapacità, dovuta alla mancanza di un potere superiore agli stati, di prevenire i conflitti e far rispettare la pace. Tuttavia, più che una critica, si tratta di uno stimolo a cercare una soluzione, senza dimenticare che la repubblica universale, il diritto cosmopolitico e il pacifismo giuridico sono delle indicazioni cui è necessario tendere.
Vitale si chiede se tutte le vie di accesso ai classici siano metodologicamente corrette, se ogni forma di saccheggio vada giustificata o se esistano dei vincoli, nei testi stessi, all'esercizio ermeneutico sui medesimi e al loro ripensamento in chiave teorica. Perché non si parli di appropriazione indebita i vincoli, quanto alla lettera, devono essere dati dal massimo sforzo di esegesi testuale per l'interprete, quanto allo spirito, dal saper cogliere la ratio di fondo del corpus. La ratio kantiana, che costituisce il discrimine fra appropriazione indebita e prospettiva kantiana, è data dal rapporto fra emancipazione degli individui e dei popoli e avvento di una società cosmopolitica, ben espressa dalla prospettiva aperta da Marini.

Nella seconda sezione Gonnelli procede ad una ricostruzione storico filosofica della ricezione del pensiero politico di Kant tra i primi dell'800 e il secondo dopoguerra. La pubblicazione della Rechtslehre nel 1797 fu considerata dagli interpreti un passo indietro rispetto ai suoi scritti precedenti, fatto che ha generato un prematuro abbandono delle sue tesi politico-giuridiche. Gli scritti politici fra il 1793 e il 1797 sembrano costruiti in modo allusivo, quasi criptico, in particolare risulta problematico e tutt'altro che pacifico il rapporto kantiano con la rivoluzione francese. L'esegesi kantiana si concentra sul tentativo di dipanare questo complesso rapporto, ma più che a un dibattito sulla filosofia politica di Kant si assiste esclusivamente ad un dibattito sulla sua posizione politica; in questa prospettiva la negazione kantiana del diritto di resistenza ha indotto alcuni interpreti a presentare il filosofo come antesignano della filosofia nazionale tedesca. Negli anni '80-'90 lo scontro fra adozioni e rivendicazioni di paternità kantiana (da una parte la socialdemocrazia tedesca, dall'altra il nazionalsocialismo) palesa da un lato una presenza del pensiero kantiano solo nella cultura politica tedesca, dall'altro la mancanza di un approccio reale alla sua struttura filosofico-politica, spesso liquidata come precritica. Un primo confronto con il pensiero politico-giuridico di Kant si deve al neokantismo marburghese che, messo di fronte alla spinosa questione del rapporto fra il filosofo e la rivoluzione francese - non senza imbarazzo - giudica la negazione del diritto di resistenza inconciliabile con l'autonomia e attribuisce questa impasse ad una sorta di autofraintendimento; in questo senso il Kant marburghese viene sì recuperato sul piano etico, ma in uno sfondo depoliticizzato. Il periodo fra le due guerre, caratterizzato dallo scontro fra ideologia marxista e liberalismo, segna un periodo di disinteresse verso il pensiero kantiano che si presenta come poco declinabile in un senso piuttosto che in un altro (la collocazione di Kant entro il paradigma marxista o liberale si presenta tutt'altro che lineare). Non era possibile, infatti, collocare Kant all'interno della logica liberale - come emerge da uno studio di Solari - poiché la sua sovranità di stampo roussoviano lo pone fuori dalla linea Locke-Montesquieu, fermo restando la difesa del diritto naturale privato. Il pensiero politico kantiano disvela, piuttosto, il coimplicarsi di potere sovrano collettivo e libertà fondamentali e, in questa linea, il suo problema non è tanto limitare la sovranità statuale, ma elaborare le condizioni che consentano al Recht der Menschheit (diritto dell'umanità) di divenire diritto politico effettivo. Il riaccendersi odierno del dibattito sul kantismo si deve alla pubblicazione di A Theory of justice di Rawls (1971) che, in realtà, più che alla filosofia politica di Kant - in modo non dissimile dal neokantismo - si rivolge alla filosofia morale per trarne l'idea di una giustizia formulabile da un soggetto 'noumenale', che possa tradursi in procedure razionalmente controllate.

Nella terza sezione Veca approfondisce il revival della filosofia kantiana, cui si assiste negli ultimi decenni, riconducibile senz'altro alla diffusione del pensiero di Rawls. Innanzitutto Veca chiarisce in che misura la prospettiva di giustizia come equità proposta da Rawls sia di matrice kantiana, specificando il concetto di autonomia e la sua connessione con la scelta razionale dei principi. Si agisce autonomamente quando i principi della propria azione rappresentano l'espressione più adeguata possibile della propria natura di ente razionale, concettualizzato come libero ed eguale. Rawls applica l'idea di autonomia morale al mondo delle istituzioni politiche e pratiche sociali con la costruzione della posizione originaria, da intendersi come quella situazione iniziale di scelta razionale dei principi di giustizia sotto un velo di ignoranza, che ha per effetto la riflessione della simmetria e uguaglianza fra le persone e l'azzeramento delle contaminazioni che contingenze naturali e sociali hanno sulla selezione dei principi. In questo senso la posizione originaria sembra essere la prospettiva verso il mondo di individui noumenici. Per Veca in almeno due punti vi è una certa discrasia fra posizione rawlsiana e prospettiva etica kantiana: in primo luogo, la scelta razionale dei principi è per Rawls 'collettiva', in secondo luogo la teoria della giustizia è 'umana', rivolta a circostanze empiriche, senza pretese trascendentali immunizzate da contingenze sociali. Rawls, con la sua teoria della giustizia, ha reso paradigmatica l'importanza della strategia di indebolimento e riformulazione di temi kantiani volta a chiarificare i problemi della filosofia politica odierna; in questa chiave può essere letto anche il pionieristico saggio di Williams, L'idea di uguaglianza, che propone l'argomento kantiano dell'eguale rispetto cui hanno diritto gli esseri umani, indipendentemente da etichette e ruoli, in quanto agenti morali. La conclusione di Veca è che non bisogna preoccuparsi di erigere un tempio alla costruzione teorica kantiana ma è necessario saccheggiarla.
A proposito del saccheggio di argomenti kantiani, Fiaschi propone un saccheggio a ritroso: non solo Rawls può saccheggiare Kant, ma anche Kant può, specularmente e con buona ragione, saccheggiare Rawls, evidenziandone eventuali punti deboli. La confutazione delle tesi rawlsiane, fatta attraverso il vaglio kantiano, ha per oggetto il costruttivismo e il concetto di autonomia. Kant non è costruttivista come lo ha inteso Rawls, poiché non si può pervenire ad una teoria politica di portata universale partendo dalle particolarità determinate delle singole ragioni individuali. Il costruttivismo di stampo rawlsiano comporta che i principi di giustizia siano l'esito di una certa procedura di costruzione e presuppone che il discorso politico su ciò che è comune riceva adeguate determinazioni muovendo da punti di vista particolari, senza un universo di senso condiviso. La convergenza di senso in Rawls sembra affidata ad un riconoscimento solo formale, giacchè i contenuti provengono da orizzonti diversi e, al di là di forme procedurali del consenso, non vi è alcun presupposto comune. Rawls sostiene, inoltre, che l'autonomia in Kant è indipendente dall'universalismo. In realtà - prosegue Fiaschi - il principio dell'autonomia è scegliere in modo che le massime cui si ispira la scelta siano comprese nella volontà come una legge universale. La logica che presiede la statuizione dei principi universali della giustizia politica, cioè quella della produzione per aggregazione del consenso, è un a priori ricavato con procedure a posteriori attraverso un improbabile universalizzazione del consenso. Nella filosofia kantiana, invece, il consenso autonomo segue l'universale come legge del volere, non lo determina; pertanto, è lo stesso Kant a criticare il costruttivismo, poiché partendo dall'esperienza, dall'opinione di ciascuno si possono dare regole generali, ma mai universali.
Pievatolo problematizza la ripresa contemporanea di Kant, 'sistematicamente' o 'per via di saccheggio', fatta attraverso il filtro del pensiero di Rawls. Il rischio è che la mediazione rawlsiana faccia perdere quanto di Kant va oltre la legge, con la conseguente riduzione della filosofia politica a filosofia del diritto. Il diritto di Kant va necessariamente connesso a tutto il suo sistema. Mentre in Rawls la libertà e coesistenza degli arbitri sono un dato di fatto, in Kant sono conoscibili solo entro una prospettiva morale. La filosofia politica kantiana non può essere ridotta ad una formula per il diritto; nella Pace perpetua Kant, infatti, non si arresta alla lettera della legge, ma propone uno spazio pubblico in grado di ospitare felicità e cultura come qualcosa di discusso in comune.
De Federicis disamina il rapporto fra la filosofia politica kantiana e la tradizione liberale, rilevando innanzitutto come la sovranità nella Rechtslehre, seppur indubitabilmente monistica, sia contaminata da influssi della dottrina di Montesquieu. Una misura più puntuale del liberalismo del pensiero politico kantiano è data dall'atteggiamento di tale pensiero nei confronti della libertà economiche, quale minore o maggiore significatività assunta dal diritto di proprietà nelle teorie kantiane. Se nel Detto comune l'indipendenza economica è uno dei principi a priori dell'idea di repubblica (ragione che ha indotto molti interpreti a iscrivere Kant nella tradizione liberale) tale principio sfuma nella Pace perpetua a favore dell'uguaglianza, requisito fortemente repubblicano. Lo spostamento verso un aperto repubblicanesimo, nella seconda fase dell'evoluzione del pensiero politico di Kant, mostra la distanza del suo liberalismo dalla filosofia pratica eudemonistica, propria del costituzionalismo americano.
La lettura arendtiana della filosofia politica kantiana, è da considerarsi, per Bazzicalupo, uno snodo significativo del kantismo del '900. Il Kant filosofo del limite, della pluralità che, nella lettura arendtiana, offre frammenti preziosi ad un ripensamento postmetafisico della politica è quello della Critica del giudizio, unitamente a quello del Conflitto delle facoltà e Che cos' è l'illuminismo?. Ne emerge una visione teatrale della politica ove il giudizio estetico attende validità dalla conferma pubblica e il senso comune rappresenta quella facoltà di giudicare che tiene conto a priori del modo di giudicare altrui. Anche Serra sottolinea le suggestioni che Arendt trae da Kant, dal concetto di dignità, alla rifondazione del politico in termini di pubblicità, fino al ruolo svolto dall'immaginazione creativa in quella 'mentalità allargata' (erweiterte) che consente un giudizio intersoggettivo, un giudizio universale realizzato attraverso l'incontro dei vari giudizi. Il Kant della terza critica sarebbe per Arendt il pensatore del mondo della libertà e, quindi, il vero Kant politico. Macera sottolinea come, nella lettura arendtiana di Kant, dal giudizio estetico riflettente venga derivato il giudizio politico, quale Faktum della ragione riflettente inserito nell'ambito della riflessione trascendentale nella Critica del giudizio.
Il rapporto che Habermas intrattiene con Kant appartiene, per Ferrara, alla tipologia del saccheggio più che a quella della rivisitazione filologica. I punti di contatto fra Habermas e Kant sono rappresentati dal senso del limite della ragione, da una ragione formale decontestualizzata e universalistica e dalla centralità del punto di vista normativo, come punto di vista della giustizia e del bene. In Fatti e norme Habermas, però, accusa Kant di subordinare il diritto alla morale, rivendicando, per contro, una cooriginierietà fra diritti e volontà democratica. In realtà in Habermas l'idea di eguale rispetto permane, kantianamente, come limite alla volontà sovrana, ancor prima che questa si sia data regole costitutive che ne rendano possibile il funzionamento. Petrucciani mette in rilievo come la complementarità e cooriginarietà fra autonomia privata e pubblica (libertà negativa e positiva), propria di Habermas, possa essere rinvenuta anche nel pensiero kantiano. Per Kant, infatti, essere liberi può significare, nel senso della libertà positiva, non obbedire se non alle leggi cui abbiamo potuto dare il nostro assenso; ma meritevoli di consenso sono, nel senso della libertà negativa, le leggi che assicurano il dispiegarsi della libertà di ognuno.
Marzocchi sottolinea come l'etica apeliana, quale etica post-convenzionale, rappresenti una prosecuzione e radicalizzazione della prospettiva kantiana. Se da un lato Apel ricerca, kantianamente, un criterio unitario di giudizio per giungere ad un codice morale uniforme e coerente, dall'altro abbandona la via seguita da Kant per giungervi, ovvero il Faktum della ragione (aggirando, in senso lato, la via metaetica), a favore di un'etica adeguata alle sfide del presente. Marzocchi conclude come, seppure l'impostazione di fondo dell'etica apeliana sia di matrice kantiana, il suo essere intrinsecamente discorsiva richiede subito, a differenza della prospettiva kantiana, il passaggio alla dimensione politico-istituzionale.





Indice del volume

Introduzione: Filosofia politica e studio dei classici, di G. M. Chiodi

Sezione I: Kant: libertà, giustizia, ordine cosmopolitico
Per una repubblica federale mondiale: il cosmopolitismo kantiano, di G. Marini
Il carattere ideale della costituzione repubblicana in Kant, di G. Duso
La concezione politica del Zum ewigen Frieden: giacobinismo o costituzionalismo della ragione? di V. Fiorillo
Diritto cosmopolitico e repubblica democratica: categorie kantiane e trasformazioni dell'età attuale, di B. Henry
L'ordine fra gli Stati: pace e progresso nella prospettiva kantiana, di A. Loretoni
Il problema della pluralità dei mondi in Kant, di S. Marcucci
Il potere invisibile della legge, di D. Mazzù
Kant: la "fondazione politica" della pace e l' 'interdipendenza internazionale', di F.Papa
Kriegrecht: un diritto dedotto da un dovere, di F. Sciacca
Idea e pratica della repubblica mondiale, di M. Tomba
L'idea di repubblica e la repubblica federale universale, di F. Valori
L'eredità di Kant politico, di E. Vitale

Sezione II: Kant nella filosofia politica dell'Ottocento e del Novecento
La filosofia politica di Kant tra Ottocento e Novecento, di F. Gonnelli
Kant e il paradigma della teoria della giustizia, di S. Veca
Il Kant di Hannah Arendt, di L. Bazzicalupo
Kant "politico"? A margine del rapporto di Kant col liberalismo, di N. De Federicis
Kant e Habermas: una puntualizzazione, di A. Ferrara
Da Rawls a Kant: saccheggiare a ritroso, di G. Fiaschi
Kant e la "critica della ragion politica" di E. Macera
K.-O.Apel e la filosofia pratica di Kant, di V. Marzocchi
Sulla presenza di Kant nella filosofia politica di Habermas, di S. Petrucciani
Oltre la legge, di M.C. Pievatolo
H. Arendt e I. Kant, di T. Serra

Conclusione: Contemporaneità di un classico, di L. Alfieri


Links sull'autore
Alcuni riferimenti in rete



Come contattarci Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.