Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 20 dicembre 2000

Philip Pettit, Il repubblicanesimo. Una teoria della libertà e del governo, a c. di Marco Geuna, tr. it. di Paolo Costa, Feltrinelli, Milano 2000, pp. 381 (Republicanism. A Theory of Freedom and Government, Oxford University Press, New York 1997)

  1. Il repubblicanesimo contemporaneo e il recupero di una tradizione dimenticata
  2. La libertà dal dominio nella concezione repubblicana
  3. La teoria del governo repubblicano
  4. Il repubblicanesimo moderno: una tradizione omogenea?

    1. Il repubblicanesimo contemporaneo e il recupero di una tradizione dimenticata

    Il libro di Pettit si inserisce nell'ambito di un filone di pensiero sorto intorno agli anni settanta e teso a riportare alla luce una tradizione politica, quella repubblicana, la cui identità si afferma essere diventata nel tempo irriconoscibile in seguito allo slittamento semantico di molti suoi concetti dall'originario universo di discorso repubblicano a quello liberale. Come ben mette in evidenza Marco Geuna nel suo saggio introduttivo, l'operazione di recupero della tradizione repubblicana ha avuto inizio in ambito storiografico, e più in particolare nell'ambito della ricerca storica sulle origini della rivoluzione e della cultura politica americana. Che le conseguenze di questo “ritrovamento” non dovessero rimanere limitate alla soddisfazione di curiosità meramente archeologiche era implicito nel carattere di antecedente e stimolo a questa discussione storiografica avuto da un'opera fondamentale quale On Revolution di Hannah Arendt, che - come si ricorderà - risale al 1963. Se in linea generale il pensiero della Arendt si può dire abbia costituito la principale fonte di ispirazione di gran parte delle posizioni filosofico-politiche che oggi negli Stati Uniti d'America si oppongono e contrappongono alla tradizione liberale, dai communitarians, alle teorie della democrazia partecipativa a quelle della democrazia deliberativa, On Revolution è sicuramente il testo al quale più specificamente si può ricondurre l'origine del revival repubblicano. Alla Arendt rimandava in modo esplicito Pocock nel suo The Machiavellian Moment, allorché scriveva che la sua ricostruzione del repubblicanesimo voleva raccontare la rinascita di quello che Hannah Arendt aveva definito homo politicus e Aristotele zoon politikon1, tracciando così una linea senza soluzione di continuità tra l'ideale della cittadinanza della polis classica e quello affermatosi a ridosso della rivoluzione americana. Dalla Arendt Pocock riprendeva, del resto, un altro tema fondamentale all'interno del pensiero repubblicano: il problema della durata e della stabilità di una sfera puramente secolare e terrena2. Presente nella ricostruzione del pensiero politico dei rivoluzionari americani proposto dalla Arendt in On Revolution, e parzialmente trascurato da Pocock, era invece il rilievo dato all'influenza che il modello della repubblica romana, più di quello di Atene, ha esercitato sui padri fondatori. La riflessione sulla preponderanza dei riferimenti alla Roma repubblicana nel pensiero repubblicano moderno da Machiavelli ai founding fathers, nei lavori di Skinner e Pettit è divenuta oggetto di una ridefinizione complessiva del repubblicanesimo. Nel descrivere i tratti propri della concezione neoromana della libertà Skinner e Pettit hanno, infatti, inteso prendere decisamente le distanze dall'ideale civico arendtiano e pocockiano, cercando – come scrive Geuna – di “spezzare o per lo meno di ridurre di gran lunga l'importanza di quella continuità tra l'aristotelismo e il repubblicanesimo che era stata enfatizzata da Pocock” (p. XIII).

    Nella prospettiva di Skinner 3 e Pettit, la teoria neoromana della libertà offrirebbe un'alternativa alla visione liberale più credibile e praticabile nelle società contemporanee rispetto all'impegnativo ideale di virtù civica riproposto dalle visioni di derivazioni aristotelica, che Pettit definisce “populistiche”. Il nucleo del c.d. “repubblicanesimo classico” è individuato nell'opera che qui prendo in esame in un ideale di libertà terzo rispetto ai concetti di libertà positiva e libertà negativa, enunciati da Berlin nel suo ormai classico Two Concepts of Liberty, quello di libertà dal dominio.

    Analizzare criticamente quest'opera non è impresa tra le più facili. L'ambiziosa costruzione teorica che Pettit realizza si muove - come sottolinea anche Geuna - tra il piano storico-ricostruttivo e quello filosofico-politico normativo, sottoponendo perciò stesso il lettore ad una molteplicità di stimoli diversi, non solo di carattere teorico. Sebbene, infatti, Pettit cerchi di schermirsi dalle critiche degli storici, affermando nella prefazione di non essere uno storico del pensiero politico, appare difficile legittimare questo suo desiderio di essere risparmiato sul versante storico alla luce dei presupposti da cui deriva, nell'ambito del suo discorso, la necessità di introdurre una consistente parte storico-ricostruttiva. Muovendo dalle premesse metodologiche proprie della intellectual history, presenti sullo sfondo di tutto il revival repubblicano, la ricostruzione storica è finalizzata a riportare in vita l'originario contesto semantico in cui si muoveva il lessico politico repubblicano, per aiutare a riprendere il dialogo con un mondo di cui usiamo ancora alcuni concetti chiave, come quello di libertà, avendo tuttavia perso completamente di vista l'universo di discorso in cui originariamente si collocavano. Per le ragioni appena dette, non risparmierò Pettit dalle obiezioni che potrebbe muovergli uno storico del pensiero politico. Inizierò, tuttavia, dall'analisi del suo concetto di libertà dal dominio e dalla sua teoria del governo, per dare il giusto peso al carattere prioritario che egli assegna all'intento filosofico-politico normativo del suo lavoro.



    2. La libertà dal dominio nella concezione repubblicana

    Prendo le mosse, dunque, dalla teoria della libertà repubblicana. La libertà dal dominio si pone – come abbiamo detto - quale terzo tra la libertà positiva, e le sue traduzioni in termini populistici e maggioritari, e la libertà negativa o come non interferenza, il cui approdo è la difesa della libertà privata. Essere non dominato – secondo Pettit - non implicherebbe necessariamente essere padrone di sé. In questo senso l'ideale della libertà dal dominio sarebbe in grado di distinguersi dalla libertà positiva, nelle due accezioni in cui ne parlava Berlin, ovvero sia come autogoverno sia come padronanza di sé. Al tempo stesso, essere non dominato non vuol dire semplicemente non essere oggetto di interferenza. Può darsi, infatti, il caso in cui sia soggetta ad un padrone benevolo che decide di non interferire nella mia vita privata. Ciò non significa, però, evidentemente che io sia libera, perché la volontà del padrone può mutare e non sono in grado di controllarla. Viceversa, sostiene Pettit, possiamo immaginare una situazione in cui a qualcuno sia consentito interferire nelle mie scelte e nella mia vita, ma solo se quest'interferenza favorisce i miei interessi e sia volta a sottrarmi da situazioni di dominio. “In tal caso – scrive Pettit – non si può vedere nell'interferenza un atto di dominio; la persona interferisce nella mia vita ma non in maniera arbitraria. La persona in questione si rapporta a me non come un padrone, bensì al modo di un agente che gode di una sorta di delega o procura dei miei affari” (p. 34).

    Questa concezione della libertà coincide con una distinzione classica nel pensiero politico repubblicano, distinzione che ritroviamo in Aristotele e Cicerone fino ad arrivare a Sidney, Locke e Montesqueiu: quella tra libertà e licenza, una distinzione che sta alla base dell'idea per cui in ultima analisi – come sostiene anche Pettit – essere liberi vuol dire essere sottoposti al governo della leggi e non degli uomini. Come da più parti è stato rilevato, il problema che questa definizione della libertà comporta è che essa presuppone la possibilità di riconoscere un interesse oggettivo che, proprio in ragione della sua oggettività, ovvero del fatto che il soggetto in condizioni ideali non potrebbe non volerlo, può essergli imposto, anche se in quel momento egli per qualche motivo non è in grado di percepirlo come il suo reale interesse. In sostanza, Pettit sembra proporci qui un ideale “moralizzato della libertà”, che – come ha osservato Ian Carter4 - sposta il problema della giustificazione sui valori morali in base ai quali definiamo la libertà. Qualche esempio può essere utile a questo punto. La società e la scienza medica possono considerare interesse oggettivo per ogni cittadino smettere di fumare. E, tuttavia, penso che pochi di noi sosterrebbero che una legge che preveda una sanzione per chi fuma, anche in situazioni in cui non danneggi altri, proibendoci di fumare ci renda liberi, in quanto tutela un nostro interesse oggettivo. Così come – venendo ad esempi più vicini a quelli proposti da Pettit – appare paradossale sostenere che leggi penali possano non essere percepite come limitazioni della libertà dei cittadini fintantoché corrispondano al loro desiderio di essere protetti.

    Se – come ho sostenuto sopra – la distinzione tra libertà e licenza [che Pettit fa propria nel momento in cui accetta l'idea lockiana per cui la legge può considerarsi creatrice di libertà, in quanto “Non merita il nome di limitazione ciò che serve solo a tenerci lontano da paludi e precipizi ...” (cit. a p. 53)] presuppone quella tra interessi oggettivi e interessi soggettivi, essa finisce inevitabilmente per ricadere – nonostante l'intento contrario dichiarato dall'autore – nella visione positiva della libertà, come padronanza di sé. Come tutte le concezioni in cui la libertà è associata alla razionalità, anche la concezione di Pettit nasconde quella che Berlin definiva una “fissione metafisica dell'io”, che la porta a distinguere un “io più elevato” da uno di natura più bassa. Una volta fatto proprio questo modello - che Santoro ha ridefinito 'modello gerarchico-dualistico' - si finisce per dare per scontata la coincidenza tra comportamento autonomo e comportamento volto al raggiungimento del bene personale. L'individuo autonomo, padrone di se stesso, - osserva Santoro – “deve agire per un proprio 'bene' oggettivamente determinabile, anche a dispetto delle sue concrete volizioni. Una volta sposato il modello “gerarchico dualistico” non si riesce ad ammettere che se un individuo agendo autonomamente commette un reato può certamente essere sanzionato, ma così facendo si limita la sua libertà e la sua autonomia in nome di un altro valore: il benessere di un altro soggetto individuale o collettivo” 5.

    Pettit sembra qui non prendere sufficientemente sul serio le ragioni che stavano dietro la distinzione operata da Berlin tra libertà positiva e libertà negativa. La preferenza che Berlin accordava alla libertà negativa, infatti, aveva assai poco a che fare con l'opzione per una visione liberista o con una mancanza di consapevolezza circa le conseguenze negative che, anche dal punto vista storico, sono derivate dal concepire la libertà come non interferenza quale unico valore da salvaguardare. Essa aveva, invece, molto a che fare con l'idea del pluralismo, cioè con la volontà di confrontarsi con l'esistenza di una pluralità di valori tra loro incompatibili e soprattutto con la necessità di assumersi la responsabilità politica derivante dal fatto (spesso tragico) per cui scegliere in favore di un fine può voler dire doverne sacrificare un altro. Volendo rimanere sul terreno della chiarezza concettuale (privilegiato da Berlin), viene da pensare che teorie come quella di Walzer o quella della Young 6, che pure pongono al centro della loro riflessione la categoria del dominio, offrano dei vantaggi rispetto all'analisi di Pettit, poiché in esse, accanto all'elemento della valutazione delle strutture, meglio emerge come la soluzione del problema del dominio chiami in gioco rivendicazioni di riconoscimento di status o di eguaglianza, non riducibili al valore della libertà,

    Quanto alla possibilità che il concetto di libertà dal dominio offrirebbe, di pensare il repubblicanesimo quale alternativa reale e praticabile al liberalismo, anch'essa merita di essere oggetto di riflessione. Si può osservare in prima battuta come sia difficile tracciare una chiara linea di divisione tra la visione repubblicana e visioni liberali come quelle di John Stuart Mill o John Dewey7. E' certamente possibile “rietichettare” questi autori come “repubblicani”, ma ciò non servirebbe a molto, se non, forse, a rimuovere il significato che essi attribuivano al definirsi liberali. Al di là di quest'osservazione generale, si può notare, d'altra parte, come nulla in linea teorica impedisca da un lato che si possa giungere a giustificare una serie di interventi dello stato in materia di legislazione sociale ed economica facendo appello alla libertà come non interferenza – basti pensare anche qui a John Stuart Mill; e dall'altro come a partire dal legame intrinseco che Pettit sostiene sussistere tra legge e libertà, per cui solo i vincoli derivati da istituzioni che non impongono interferenze arbitrarie garantiscono la libertà, non necessariamente si arrivi alla legittimazione di uno stato attivista, inclusivo e attento ai problemi dell'ambiente e delle minoranze, quale quello che Pettit intende giustificare. Anche qui è possibile fare un esempio: l'esempio – ricordato più volte dai critici di Pettit - è Legge, Legislazione e libertà di Hayek, dove si ipotizza che solo un diritto originato da un processo evolutivo spontaneo possa essere intrinsecamente compatibile con la libertà8.



    3. La teoria del governo repubblicano

    Si può passare adesso all'analisi del modello costituzionale che Pettit propone nel suo libro, ovvero alla sua teoria del governo. Un merito indubbio di questa parte del lavoro consiste nella volontà di non muoversi sul terreno della teoria ideale, spesso privilegiato dai filosofi politici, e di confrontarsi piuttosto con i problemi d’ingegneria istituzionale connessi alla realizzazione pratica del suo ideale di libertà dal dominio (cfr. p. 286).

    Al contrario di chi sostiene un ideale della libertà come non interferenza, colui che sostiene un ideale di libertà dal dominio - sostiene l'autore – sarà meno scettico nei confronti dell'azione dello stato e nello stesso tempo socialmente più radicale. Pettit evidenzia cinque aree principali d'intervento statale, relative alla difesa dai pericoli esterni, alla protezione dai pericoli interni, all'indipendenza personale, alla prosperità economica e alla vita pubblica. Per ragioni ovvie di spazio, non è possibile esaminare qui tutti gli spunti che vengono suggeriti dall'autore per dare un'idea di quelli che potrebbero essere i risvolti di una politica repubblicana. Mi limito solo alla prima area d’intervento, che oggi appare sempre più quale area cruciale. Le aperture al multiculturalismo, presenti nel paragrafo dedicato alla Difesa dai pericoli esterni, incontrano un preciso limite: lo stato repubblicano troverà indispensabile – scrive, infatti, Pettit – limitare l'immigrazione se vuole mantenere il suo carattere repubblicano e se gli preme mantenere vivo l'ethos repubblicano su cui si basa” (p. 184). D'altra parte, - si precisa - poiché il repubblicanesimo non implica una sacralizzazione della dimensione della sovranità statale, lo stato repubblicano potrà essere ben disposto verso la creazione di organismi internazionali e, anzi, potrà addirittura favorire la creazione di istituzioni soprannazionali. Agli organismi internazionali, secondo l'autore, potrebbero essere delegate, sottraendole alle autorità periferiche, un certo numero di questioni interne, tra le quali si menziona il problema se riconoscere o meno eguali diritti civili agli omosessuali o eguali condizioni salariali e lavorative alle donne. Rifacendosi implicitamente agli effetti positivi derivanti da quello che Madison chiamava “principio dell'allargamento dell'orbita”, Pettit sostiene qui che l'elemento della distanza di un organismo, nel caso specifico di un organismo internazionale, da uno specifico problema può in taluni casi costituire di per sé una maggiore garanzia di imparzialità. Quest'apertura sul versante esterno allo stato viene giustificata in base ad una prospettiva che da un lato sembra entrare in tensione con la strategia conseguenzialista e non deontologica di realizzazione della libertà dal dominio scelta dall'autore, dall'altro appare dimenticare quell'esigenza di relativa chiusura che sembrava essere imposta dall'ethos repubblicano.

    Passiamo ora alla delineazione del tipo di congegni istituzionali che meglio possono ridurre al minimo il pericolo che lo stato stesso finisca per divenire un veicolo di dominio. Veniamo alle forme di democrazia e costituzionalismo confacenti all'ideale della libertà dal dominio. Lo stato repubblicano è innanzitutto uno stato di diritto: le leggi dovranno avere carattere generale, dovranno essere pubbliche, intelligibili, coerenti e non soggette a continue trasformazioni (cfr. p. 209). Accanto al principio dell'impero della legge, il costituzionalismo repubblicano fa proprio quello della divisione dei poteri e la richiesta di particolari garanzie contro le maggioranze, quali l'introduzione di carte dei diritti fondamentali e il riconoscimento di vincoli costituzionali sovraordinati alle leggi ordinarie. Il sistema giuridico costituzionale non esaurisce la teoria del governo repubblicano, in quanto la realizzazione degli obiettivi repubblicani esige uno spazio di discrezionalità sia per il legislativo, che per l'esecutivo e il giudiziario. In che modo si può evitare che questi poteri agiscano in modo arbitrario? La risposta di Pettit è la loro contestabilità: “Ciò che conta non è l'origine storica delle decisioni in qualche forma di consenso, ma la loro apertura, modale e controfattuale, alla possibilità della contestazione” (p. 222).

    Quale tipo di processo decisionale garantisce la contestabilità? Due tipi di processi decisionali implicano la possibilità della contestazione: il processo democratico pluralista, basato sulla negoziazione tra gruppi d'interesse in vista di un compromesso e il processo decisionale deliberativo, nel quale le preferenze non sono date, ma si definiscono nell'ambito della discussione. Rifacendosi all'interpretazione del costituzionalismo democratico di Cass Sunstein, Pettit sostiene che solo quest'ultimo tipo di processo decisionale si confà all'ideale repubblicano, in quanto solo esso garantisce che le decisioni rispondano a interessi e desideri pertinenti, solo esso “ha come obiettivo la materializzazione e l'affermazione dei requisiti razionali; non è un processo che attribuisce un ruolo decisivo alla volontà”(p. 241). Una democrazia deliberativa aperta alla contestazione deve considerare l'ipotesi, secondo Pettit, che alcuni gruppi possano non accettare le decisioni prese attraverso il processo deliberativo. In tali casi la costituzione repubblicana dovrà lasciare spazio alla possibilità di forme di obiezione di coscienza, ovvero forme di trattamento speciale per certe persone, e al limite anche ammettere il diritto alla secessione dei gruppi che non si riconoscono più nella costituzione dello stato, e rivendicano il diritto all'autodeterminazione.

    Questa visione della democrazia, fondata sulla contestabilità e non sul consenso, si sposa con una concezione del costituzionalismo di tipo evolutivo: la democrazia – scrive Pettit - “è l'ambiente per la selezione delle leggi tale per cui quelle che sopravvivono si sono dimostrate capaci di resistere alle contestazioni mosse loro”(p. 241). In questo senso la democrazia repubblicana descritta da Pettit si ritiene fedele al modello costituzionale proprio del pensiero repubblicano moderno, in cui la costituzione sarebbe stata concepita, secondo l'autore, come costituita “da leggi di antica data e da regole e consuetudini diffuse e apprezzate dalla comunità”(ivi), e non da un elenco di principi guida. Stranamente, subito dopo aver affermato questa tesi, Pettit cita due autori come Locke e Paine, forse due dei commonwealthmen in cui più è chiara ed esplicita la rottura col paradigma dell'ancient constitution e la scelta per una costituzione scritta frutto della volontà e del consenso della comunità politica. A parte la discutibilità sul piano storico dell'attribuzione a tutta la tradizione dei commonwealthmen di una concezione storica della costituzione, viene da chiedersi se lo stato attivistico che Pettit descrive possa veramente conciliarsi con una visione evolutiva della costituzione e del diritto, ovvero con una visione che elimina il ricorso alla volontà del legislatore o, al limite, anche a quella del potere costituente. Se pensiamo, per esempio, alla concessione che egli fa al diritto di secessione all'interno di una democrazia multinazionale, è evidente che essa è destinata ad entrare in forte tensione con una visione del costituzionalismo all'interno della quale la costituzione è raramente oggetto di emendamenti e di revisioni9.

    Tre ultimi punti vorrei sottolineare a proposito della teoria costituzionale di Pettit. Il primo riguarda la mancata valorizzazione della divisione verticale dei poteri, ovvero della struttura federale. Il secondo punto è il ruolo dei diritti. Pettit sostiene qui che, pur riconoscendo l'importanza del linguaggio dei diritti, il repubblicanesimo non li concepisce come “l'unica risorsa attraverso cui gli individui possono vedere protetta e garantita la loro posizione di non dominio”. Risorse politiche e culturali possono talvolta essere, secondo l'autore, più importanti del riconoscimento formale di diritti. E' un punto questo che avrebbe meritato senz'altro una più ampia analisi, in quanto delinea forse uno degli elementi di più chiara contrapposizione del repubblicanesimo rispetto alle visioni liberali contemporanee. Il terzo aspetto che vorrei menzionare riguarda quello che con Montesquieu potremmo chiamare lo “spirito delle leggi”, ovvero il rapporto tra diritto e costumi, morale, cultura. La struttura costituzionale democratica proposta da Pettit, infatti, non poggia solo sulla forza del diritto, ma chiede il supportp di norme della società civile che sostengano un “habitus di senso civico o di buona cittadinanza”, fondato sulla forza di sanzioni morali come l'approvazione o la disapprovazione. Questo habitus di senso civico è importante perché sia mantenuta una “eterna vigilanza” su coloro che rivestono posizione di potere. Poco ci dice Pettit tuttavia su come produrlo o riprodurlo, qualora – come sembra essere avvenuto in molte società democratiche occidentali – esso appaia quasi irrimediabilmente corrotto, poco si dice anche sulle forme in cui i cittadini potrebbero esercitare forme di vigilanza, essendo divenuta la partecipazione politica - per ammissione dello stesso Pettit – sempre meno attraente nelle società contemporanee. Il senso civico sembrerebbe qui poter originare semplicemente dal fatto che ciascuno di noi non può non riconoscere nella libertà dal dominio non solo un bene individuale ma anche un bene comune, che nessuno può pensare di perseguire in totale solitudine o senza riconoscerlo anche ad altri. Una soluzione che appare prospettare una sorta di eticizzazione della costituzione.




    Vorrei venire in chiusura alle critiche che uno storico del pensiero politico potrebbe muovere alla ricostruzione del pensiero repubblicano di Pettit. La prima, e più generale, concerne la possibilità stessa di individuare un'unica tradizione repubblicana moderna. Come ha sostenuto Marco Geuna in La tradizione repubblicana e i suoi interpreti 10, è difficile e riduttivo presentare il repubblicanesimo come una tradizione omogenea. Pettit avvicina, per esempio, gli autori delle Cato's Letters, Priestley, Price, Ferguson, Montesquieu e gli autori del Federalistacome se potessero considerarsi rappresentativi di uno stesso filone repubblicano, facilmente individuabile in base ad una stessa concezione del governo della legge e della libertà, che si vorrebbe lontana dalle concezioni populistiche. Ma uno studioso del pensiero politico sa che Price e Ferguson si scontrarono proprio sul tema del governo della legge, in base a due diverse concezioni della costituzione, gradualistica ed evolutiva il secondo, sorretta dalla volontà popolare il primo. Uno storico potrebbe anche ricordare che il pensiero dei commonwealthmen radicali degli inizi del settecento - da Trenchard e Gordon, a Price, Paine a Priestley - ha ispirato il costituzionalismo delle prime costituzioni statali americane, ovvero un modello di costituzionalismo assai diverso da quello immaginato successivamente dai federalisti. Nel pensiero del radicalismo whig anglo-americano infatti il lockianesimo subisce una torsione in senso democratico populista che si riflette chiaramente in alcuni tratti tipici delle prime costituzioni statali americane: dalle elezioni annuali, al diritto del popolo di istruire i propri rappresentanti, ad un frequente ricorso al machiavelliano ritorno ai primi principi, inteso ora nel senso della possibilità di emendare periodicamente una costituzione fondata su principi razionali, e non più meramente storici. Il radicalismo whig mostrava, d'altra parte, una sostanziale paura della concentrazione del potere statale, difficilmente conciliabile con la visione attivistica dello stato proposta da Pettit. Paine sostenne, come è noto, che “la società in ogni stato è una benedizione, ma il governo, anche nella forma migliore, non è che un male, e in quella peggiore il più intollerabile dei mali”. L'autonomia della società, affermata dalla tradizione repubblicana, e i presupposti sui quali essa si fondava, tra i quali vanno annoverati l'importanza assegnata al lavoro e alla proprietà, la condanna della povertà concepita come una forma di devianza, il ruolo della religione cristiana come principio di moderazione e contenimento dei desideri, e la stessa separazione tra sfera pubblica e privata, sono aspetti che Pettit sembra troppo semplicemente rimuovere quando prende in considerazione il significato della libertà dal dominio nel discorso repubblicano da Machiavelli ai commonwealthmen.

    Brunella Casalini
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Note

*Questa nota è una rielaborazione della relazione presentata in occasione della discussione del libro di Pettit, tenuta il 1 dicembre 2000, presso il Seminario interuniversitario di filosofia politica toscano, presente anche il curatore dell'edizione italiana del volume, Marco Geuna.

1 Cfr. J. G. A. Pocock, Il momento machiavelliano, vol. II, Il Mulino, Bologna, 1980, p. 923.

2 Cfr. H. Arendt, Sulla rivoluzione, Ed. di Comunità, Torino 1999 (I 1983), pp. 257-258.

3 Per la teoria della libertà neo-romana in Skinner, v. in particolare Q. Skinner, Liberty before Liberalism, Cambridge University Press, Cambridge 1998 (sarà presto disponibile di questo testo un’edizione italiana a c. di M. Geuna, presso Einaudi). Sull’argomento v. M. Ricciardi, Skinner e la libertà neoromana, presso il sito: http://www.unipv.it/deontica/opere/articoli.htm#a-Ricciardi.

4Cfr. I. Carter, Review of Philip Pettit, Republicanism. A Theory of Freedom and Government (formato DOC) http://www.unipv.it/deontica/opere/articoli.htm#n-Carter

5 E. Santoro, Autonomia individuale, libertà e diritti. Una critica dell'antropologia liberale, Edizioni ETS, Pisa, 1999, p. 115.

6 Su I. M. Young, v., su questo stesso sito, la recensione di M. C. Pievatolo a Le politiche della differenza.

7Su questo punto, v.: A. Ferrara, La scoperta del repubblicanesimo “politico” e le sue implicazioni per il liberalismo, in “Filosofia e Questioni pubbliche”, n. 1 (2000) e S. Maffettone, Repubblicanesimo, ivi. Tutto il numero di questa rivista, per altro, è interessante per l'approfondimento delle questioni sollevate dal dibattito sul repubblicanesimo nell'ambito della filosofia politica contemporanea (contiene, infatti, oltre a quelli sopra menzionati, i seguenti articoli: M. Viroli, Repubblicanesimo, liberalismo e comunitarismo; N. Urbinati, Due modelli di repubblicanesimo (e di liberalismo); L. Baccelli, Che fare del repubblicanesimo?; M. Rosati, La libertà repubblicana).

8Cfr. I. Carter, Review of Philip Pettit, Republicanism. A Theory of Freedom and Government, cit.

9Cfr. J. Tully, An Introductory Sketch, in A.-G Gagnon e J. Tully (a c. di), Preface by Charles Taylor, Multinational Democracies, Cambridge University Press, Spring 2001.

10 In “Filosofia politica”, a. XII, n. 1, aprile 1998, pp. 101-132.



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