Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 21 dicembre 2002

Logica e metafisica nel pensiero giovanile di Leibniz
Replica dell'autore


Ringrazio vivamente per l'attenta recensione della mia monografia. Colgo l'occasione per fare qualche osservazione, rispondendo alle importanti questioni qui sollevate, nella speranza che ciò possa risultare utile al lettore interessato.
Mi viene rilevato di non aver "sufficientemente approfondito", nel complesso, la componente politica insita nella trattazione leibniziana del tema dell'individuo. Partiamo dal presupposto che quando parliamo del concetto di "politica" in Leibniz dobbiamo chiarirne la non univoca accezione ed il riferimento cronologico: si sta alludendo agli scritti giovanili, ai primi anni Ottanta in cui nuove convinzioni realistiche prendono il sopravvento, alla fase monadologia o ad altro? Delimitare l'estensione critica e cronologica del problema è metodologicamente necessario, altrimenti non capisco! Pronunciarsi al riguardo è a dir poco rilevante, visto che si sta trattando di una monografia che si occupa di particolari aspetti della produzione logica giovanile leibniziana. È evidente che, in generale, in un autore come Leibniz il ruolo della politica è centrale, così come è scontato che, spesso, in pensatori di questa mole, i problemi si richiamino in un groviglio talvolta difficilmente districabile. Non dimentico, infatti, che Leibniz, oltre ad essere un sopraffino metafisico ed uno dei più grandi geni matematici di tutti i tempi, è anche un fine diplomatico, incupito dall'orrore di un'Europa messa in ginocchio dalle guerre di religione. L'idea di «ordine» logico e di linguaggio universale conserva anche - e soprattutto - una valenza irenistica, sul fondamento di quel cristianesimo universale, che Giulio Preti, tra qualche pregiudizio e molte buone intuizioni, aveva indagato. Nulla da dire su questo.
Ciononostante, è del tutto legittimo cercare d'individuare un percorso critico ed 'interpellare' (in senso ermeneutico) certe opere in funzione delle risposte che possono offrire rispetto alla domanda che ci si è posta. In altri termini, quando Corsano - ed io ricostruendone i passaggi - studia il pensiero giovanile di Leibniz, si preoccupa di definire lo statuto logico-ontologico dell'individuo sulla base dell'adesione giovanile leibniziana alla tradizione critica del nominalismo. Il problema è prioritariamente di natura logico-metafisica. Configura questione, infatti, interrogarsi sul modo in cui la 'logica dei termini' tenda a giustificarsi sul piano ontologico, una volta determinatasi come tecnica combinata di calcolo di concetti semplici. Non solo. Prima di giungere al De arte combinatoria del 1666, è necessario confrontarsi con i problemi della Disputatio del 1663 sul principio d'individuazione. In relazione a quest'ultima, nel mio libro sottolineo il complesso rapporto tra la componente nominalista, mediata soprattutto da Suárez e Pereira, ed il Corollario III, secondo il quale "Essentiae rerum sunt sicut numeri". L'analisi della funzione critica assunta da Suárez è davvero importante sia rispetto allo studio delle fonti del pensiero logico giovanile leibniziano, sia rispetto agli sviluppi della filosofia analitica moderna: non è un caso, infatti, che la monografia si muova proprio lungo questo duplice asse problematico.
Certo, tutto ciò avrà una valenza politica, ma questa non è ora al centro della riflessione leibniziana. Anche quando riflette sulla categoria della relazione di Suárez, Leibniz lo fa per dare una giustificazione logico-ontologica all'idea di "mondo". Perché logico-ontologica? Perché ogni pensiero ha bisogno di un linguaggio e nel linguaggio si esprime ciò che per il pensiero è esistente, cioè incontraddittorio. Com'è noto, per definire questi passaggi, nelle Meditationes Leibniz parlerà di "definizione reale".
Questo è l'asse interpretativo della lettura corsaniana di Leibniz. Anche quando si giunge ad una codificazione dell'individuo, il problema sarà lo stesso: può la ragione definirlo e penetrarlo, dominandolo completamente? La risposta negativa, tesa ad indurre a parlare di "limiti" della ragione, in un autore descritto come l'entusiasta metafisico del "migliore dei mondi possibili", porta Corsano a definire la posizione di Leibniz in termini di "pessimismo ontologico".
Ripeto: il problema è la chiarificazione dello statuto logico-ontologico dell'individuo; le ricadute politiche sono implicite nella questione e, per di più, quasi del tutto in embrione nel Leibniz ventenne. Non è un caso, infatti, che uno dei grandi punti di riferimento problematici della mia monografia è proprio l'opera del 1666. E proprio in quest'ottica ho citato anche la Methodus nova, nel senso che, nella premessa metodologica dell'opera, si può osservare come individualismo metafisico (Disputatio) e terminismo logico (Dissertatio) trovino qui una felice contemperazione, prima di applicarsi alla trattazione di questioni giuridiche. Ritorna lo stesso impianto interpretativo: importava sottolineare i passaggi relativi alla codificazione del metodo, il resto viene dopo. In definitiva, concordo sul fatto, come si osserva nella recensione, che «la problematica giuridica e politica è cruciale fin dall'inizio della formazione leibniziana», ma qui l'obiettivo era puntato altrove.
Altro passaggio su cui il recensore richiama l'attenzione è quello del rapporto con Hobbes. Nondimeno, sono utili precisazioni e delimitazioni. Il confronto con Hobbes è costante e polisemico. Si gioca su molteplici versanti, attraversa varie stagioni. È vero che non tenendolo presente si capisce ben poco della riflessione etico-giuridico-politica di Leibniz. Ma il problema si costituisce di molteplici percorsi. In funzione della trattazione del mio tema, quel che mi interessava osservare era l'analisi del problema del convenzionalismo linguistico. Quando Leibniz ritiene quella nominalista come la più duttile soluzione alla questione dell'individuazione, accoglie bene l'idea di Hobbes secondo cui non può darsi alcuna forma di realismo segnico.
Se il linguaggio è il frutto dell'accordo interno a singole comunità di uomini, allora la prospettiva è esondare in una forma di relativismo gnoseologico, alle cui spalle aleggia il 'Leviatano' dello scetticismo. E senza un adeguato concetto di Verità non c'è Scienza. Da qui un rapporto con Hobbes costante, ma altalenante: ne è testimonianza proprio la Prefazione al Nizzoli del 1670. Hobbes è definito "plusquam nominalis" in quella "storia del nominalismo" che qui viene tracciata. Non si tratta, tuttavia, di un'accusa: solo della descrizione di una posizione che va migliorata. Ne è testimonianza l'idea dell'"universale distributivo" come sistema di relazioni tra determinazioni individuali. Del resto, nel De arte combinatoria, egli aveva definito il filosofo inglese "profondissimo scrutatore di tutte le cose".
Tali passaggi, forse, vanno letti tutti, in stretta successione, con tutte le loro ambivalenze. Hobbes è una linfa critica che consente a Leibniz di definire i rapporti pensiero-linguaggio-realtà in chiave isomorfica. È, inoltre, un momento di confronto con la tradizione metafisica classica e la spia che consente di cogliere il tenore e la cromatura del suo nominalismo. Tutto questo Corsano lo mette in luce in modo davvero adeguato, rifuggendo da enfasi o da liquidatori giudizi. Egli sottolinea il "coraggio" leibniziano nel far riferimento ad un autore, Hobbes, che, a causa delle note convinzioni materialistiche, non godeva certo di una gran fama nel secolo XVII. Tra i tanti Hobbes, a questo Hobbes ho fatto riferimento per chiarire i termini del problema al centro della mia monografia.
Un'ulteriore questione su cui il recensore richiama l'attenzione è la vicenda dei limiti del «panlogismo» di Couturat. Direi cose ultranote, se ricordassi il ruolo di Couturat come corifeo, con Russell, della Leibniz-Forschung novecentesca. È chiaro che non vale più l'idea di una metafisica come «logica mascherata», così come è evidente che non tutta la vicenda speculativa di Leibniz può essere ricondotta e disciolta nella logica.
Ciononostante, Couturat ha avuto il merito d'aver ricondotto l'attenzione sulla produzione logica, rispondendo egli stesso alle esigenze critiche del suo tempo (ricerca di una lingua internazionale, esperantismo etc.). Ma il problema è, forse, un altro. Con Couturat s'è preso coscienza della continuità dell'opera di Leibniz e di come non potesse essere letta all'insegna del contrasto tra logica giovanile e metafisica matura. Oggi, in fondo, si continua a ragionare proprio sulle maniere in cui le meditazioni logiche leibniziane si riversino nella metafisica ed entrambe nel realismo matematico. Non va dimenticato, al riguardo, l'epistolario col De L'Hospital, né le lucidissime riflessioni, tra gli altri, di Massimo Mugnai. Dunque, anziché sottolineare i limiti della riflessione di Couturat, ormai assai noti e condivisi, bisognerebbe esaltarne le poche ma vigorose virtù, quantunque sempre cum grano salis. Ecco perché quando mi si rimprovera di non aver sufficientemente approfondito i limiti del panlogismo couturatiano non mi si trova tanto d'accordo. Su tali limiti non ho dubbi: sono state scritte pagine autorevoli e, in qualche misura, definitive; sugli ausili che possono venirne ho più di qualche certezza.
Ne era cosciente, del resto, lo stesso Barone. E lo era anche Corsano, che si è sempre dimostrato attento a riflettere sulle posizioni di Couturat, stemperandone i limiti dovuti a certe esasperazioni interpretative ed enfatizzandone il ruolo nella prospettiva del risveglio novecentesco dell'attenzione verso l'intera opera di Leibniz, non solo verso la monadologia.
Un'altra questione davvero importante è stata il dibattito alimentato dalla posizione di Corsano. Ne ho discusso nell'ultimo capitolo del mio libro. L'ipotesi corsaniana di un Leibniz nominalista è forte e decisa. Presta il fianco, però, a qualche perplessità, dal momento che della produzione leibniziana fanno parte la Disputatio del 1663 come la Prefazione al Nizzoli, le Meditationes come le riflessioni sul tema della substitutio. Non a caso, in quel dibattito tutto italiano degli anni Cinquanta e Sessanta sul tema del nominalismo leibniziano, prima il compianto Francesco Barone, poi Paolo Rossi hanno ribadito la componente metafisica, il credo ontologico al fondo di quello che Mugnai, di recente, ha definito il «nominalismo metodologico» di Leibniz. Lucidi e densissimi furono, a tal riguardo, gli scambi Corsano-Barone sul tema del platonismo matematico.
Dunque, anche la tesi di un Leibniz nominalista tutto d'un pezzo va verificata, anche a causa della difficile definizione del problema delle fonti (Giacon). E questo è uno dei limiti dell'impostazione di Corsano, accanto ad una magari altrettanto superata enfatizzazione dei rapporti tra logica e metafisica. Ecco perché, nel commentare le posizioni corsaniane, propongo una netta distinzione tra nominalismo, occamismo e terminismo.
D'altro canto, però, la monografia corsaniana del 1952 trae le mosse dal dibattito degli anni Trenta e s'inserisce nel solco dei suoi studi sul razionalismo moderno. Molto altro si potrebbe aggiungere, evidenziando i punti deboli dell'interpretazione di Corsano, a proposito della trattazione del problema del linguaggio o dell'innesto della matematica sulla logica, questioni che, in effetti, rimangono sullo sfondo. Ma una proposta interpretativa se riesce a spronare le meningi degli studiosi anche intorno ad una sola questione, ha già raggiunto un grandissimo risultato!




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A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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