Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 2 febbraio 2003

La nascita dell'individualismo politico
Replica dell'autrice


Come primo atto dovuto, desidero ringraziare Paolo Aranha, estensore di una lunga ed articolata recensione del mio libro La nascita dell'individualismo politico, per l'attenzione dimostrata nella lettura del testo. In molte occasioni, anzi nella maggioranza dei casi, nella sua lunga disamina segue con precisione e riporta fedelmente il ragionamento che ha guidato la mia indagine sul pensiero di Lutero quale pilastro decisivo per la formazione della politica moderna. Di ciò naturalmente lo ringrazio, pur precisando che il tono generale del suo resoconto - e questa è la prima delle mie contro osservazioni - si addentra con competenza nelle questioni teologiche che formano e costruiscono il pensiero di Lutero, ma non coglie appieno la dimensione più strettamente filosofica che rappresenta la faccia nascosta di tali questioni, e che la mia lettura di Lutero vuole tentare di ricavare come conseguenza di esse.
Poiché - oltre ad una serie di apprezzamenti del quale gli sono debitrice - Aranha mi muove alcune critiche, desidero qui visto lo spazio che mi è concesso, rispondergli in modo altrettanto articolato. La prima precisazione riguarda la dialettica absconditus-revelatus tramite la quale Dio si fa conoscere all'uomo, della quale la recensione mi pare non colga con sufficiente chiarezza le implicazioni. Il fatto centrale - sul quale si fonda la successiva ricostruzione dell'antropologia di Lutero - è che il revelatus, il Cristo morto sulla croce, è il modo in cui l'uomo conosce Dio, ma coincide, per Lutero, con la conoscenza effettiva non di Dio che per l'uomo è impossibile, ma del proprio peccato - e dunque di sé - rappresentato paradigmaticamente dal Salvatore sulla croce. Secondo Lutero, perciò, la conoscenza di Dio si risolve, per l'uomo, in conoscenza dell'uomo e dei suoi peccati, poiché questi, per essenza contrario di Dio, non può conoscere altro che se stesso.
In quest'ottica, il pessimismo antropologico di Lutero non è solo negazione della fiducia umanistica circa le capacità dell'uomo, ma è qualche cosa di totalmente nuovo nel panorama antropologico cristiano. Penso che qui Aranha non colga del tutto il vero senso di quanto da me sostenuto a questo proposito. Con Lutero emerge una visione fortemente innovativa, a mio avviso destinata ad influenzare in profondità la modernità. Quando sostengo che Agostino nega realtà al male - e non solo in reazione al manicheismo, come sembra dire Aranha! - voglio sottolineare che si inserisce in una tradizione consolidata da Platone in poi, che considera il male pura difettività, non-essere. Lutero, invece, attribuisce sostanza al male quando sostiene, come credo di aver dimostrato, che l'uomo è opposizione a Dio. Poiché Dio è il Bene assoluto, l'uomo oltre che non fare, non può essere altro che male. Non assoluto, naturalmente, data la propria condizione contingente, ma certamente totale per quanto riguarda la natura. Del resto, nel Servo arbitrio, quando Lutero sottolinea che l'uomo, come Satana, non può far altro che desiderare se stesso contro Dio, di fatto sostiene la malvagità ontologica e non solo pratica dell'uomo. Per questo motivo, nella ricostruzione di Lutero, ciò che interessa non è se il Riformatore abbia costruito una nuova forma di dualismo religioso, paragonabile allo zoroastrismo o al manicheismo - cosa che certamente non era nelle sue intenzioni - né quanto questo sia compatibile con il cristianesimo, ma a che cosa egli abbia dato effettivamente vita. Il mio tentativo di ricostruzione, filosofico e non teologico, sta proprio nel ricavare da alcuni presupposti teologici di Lutero - e tale è l'impossibilità assoluta per l'uomo di conoscere il Dio nascosto se non a contrario - la conseguenza speculativa necessariamente conseguente. Questa consiste appunto nella frattura insanabile fra trascendenza ed immanenza. Certamente questa è una forma di dualismo, ma questa è appunto la tesi del mio libro: la nascita di un dualismo teoretico - a partire da Lutero, ed a causa delle conclusioni apportate dalla sua opera alla strada già intrapresa dal nominalismo - tra queste due dimensioni, che d'ora in poi - per uno dei più cospicui filoni di pensiero della modernità - avranno ambiti epistemologici completamente separati.
Il punto principale perciò, è la nascita di un'antropologia che si sostanzia nel male, causa ultima di tale radicale scissione, e Lutero non smentisce mai questa sua posizione, pur essendo, com'è ovvio data la sua attività di traduttore, un profondo conoscitore della Bibbia e dei Salmi e dunque della visione dell'uomo quivi presente. Di fatti, in questo, come nota anche Miegge, egli abbandona decisamente il suo autore di riferimento, Agostino, del quale non si possono dimenticare due argomentazioni fondamentali: che dentro l'uomo abita la verità, che tale verità è l'incancellabile impronta di Dio in noi, e che tutto ciò che esiste, in quanto esiste, partecipa della bontà creatrice di Dio. Il male di per sé, non è, è solo l'errore dell'uomo che sceglie i beni sbagliati abbandonando il Bene ed esercitando così la propria libertà di scelta. I beni terreni, di per sé, non sono malvagi, erronei sono gli ordini di finalità che sono loro attribuiti, nell'anteposizione a Dio. In Lutero, invece, il male diviene elemento ontologico caratterizzante l'essere dell'uomo, volontà malvagia di sé, che non può fare altro che esprimere questa sua essenza.
Per quanto riguarda il rilevo mosso da Aranha, quando nega la possibilità di notare 'un di più di peccato' a proposito della ribellione dei contadini, è chiaro che mi stavo riferendo agli effetti dell'azione operata dai contadini, non potendosi dare un 'di più' di fronte al male ontologico. Il peccato dei contadini, agli occhi di Lutero, acquista particolare gravità, perché mette in opera una rivolta contro l'ordine provvidenziale voluto da Dio nell'ordine della storia, e, per di più, in nome della libertà di coscienza. Si potrebbe dire che il male, da agito inconsapevolmente, come spontanea esplicazione del proprio essere, diviene cosciente e collettivo perseguimento di fini erronei, proprio per questo portatori di distruzione ed anarchia a livello generalizzato, e per di più con la pretesa blasfema di creare un ordine che si vuole salvifico, quando invece, per Lutero, la storia è nelle mani di Dio. La questione seguente che Aranha si pone, e che evidentemente non gli sembra del tutto chiara, riguarda le ragioni per cui, a questo punto, ogni legame tra trascendenza ed immanenza non venga completamente reciso, data l'idea che emerge dalla mia lettura di Lutero, di una politica che ubbidisce solamente all'imperativo di assicurare la pace esteriore, trovando criteri autonomi di giudizio e di autoregolamentazione. Giustamente Aranha nota che, date queste premesse, Dio è destinato a scomparire per lasciare al centro della riflessione speculativa la politica. Ebbene, questo è appunto ciò che intendevo porre in evidenza, nel momento in cui ho istituito un confronto tra Lutero e Hobbes. Là dove Lutero non si spinge, essendo la sua vocazione quella del riformatore religioso, dell'uomo dalla fede profonda, del profeta, Hobbes procede con assoluta e rigorosa conseguenza, e la trascendenza, pur non negata, diviene, nel suo progetto politico, assolutamente irrilevante. Così come centrali divengono, d'ora in poi, l'antropologia e la politica su questa fondata, mentre la metafisica- intesa nel senso classico - scompare.
L'ultima critica mossa alla mia ricerca è anche la più netta, poiché Aranha sostiene la mancanza di argomentazioni a sostegno di un assunto fondamentale da me sostenuto a proposito della visione politica di Lutero, e cioè la sua autonomizzazione rispetto alla trascendenza del Regno dei cieli e la sua appartenenza inequivocabile al Regno della carne. Certamente, la posizione di Lutero a questo proposito appare ardua da dipanare. E' vero infatti che, nella sua opera, con il progredire degli anni, esiste una maggiore articolazione di posizioni nella riflessione intorno alla politica, così come chiaramente si manifesta la sua convinzione circa la necessità di formare il popolo tramite il Catechismo, nell'apparente idea di una educabilità della natura umana. Forse che questo è indizio di uno sviluppo nel pensiero di Lutero, divenuto più cauto circa la questione antropologica, e dunque, come dicono i suoi interpreti, soggetto ad una 'maturazione' soprattutto nel campo politico e sociale?
A questo proposito, devo dire con molta chiarezza che, se da una parte è senza dubbio interessante notare le diversità, le modificazioni e le diverse accentuazioni presenti nell'opera di un pensatore come Lutero, sottoposto dalla necessità al confronto con situazioni storico-politiche in continua e ribollente evoluzione, non è tuttavia questo il fine della mia ricerca. Se infatti di cambiamenti nei toni e nelle accentuazioni si può parlare a proposito delle argomentazioni di Lutero nell'analisi etica, politica, sociale, tuttavia ritengo falsificante parlare di evoluzione a proposito degli argomenti fondamentali che ispirano tutta la sua opera e la sua azione. A tali convinzioni egli è rimasto sempre fedele, e grazie ad esse - se siamo disposti a fornire loro il credito che meritano - egli ci offre una chiave di lettura non contraddittoria di tutta la sua opera, al di là di eventuali mutamenti di accenti, che, a mio avviso, non cambiano però la sostanza delle sue argomentazioni. Volendo rendere a Lutero quello che è di Lutero, l'argomento fondamentale ed indiscutibile che lo ispira consiste, a mio avviso, nella convinzione che tutto deriva da Dio, e l'uomo non può fare nulla per andarGli incontro. Come già il Riformatore ci aveva spiegato ne La libertà del cristiano, questo non significa che l'uomo può fare ciò che vuole e comportarsi male a suo piacimento, egli deve cercare il comportamento migliore perché conforme ai principi del Decalogo. Perciò l'uomo va educato secondo il Catechismo. Tuttavia, l'uomo deve sapere in modo altrettanto indiscutibile, che tutto ciò che egli fa è male e che la giustizia gli deriva esclusivamente dall'esterno dai meriti di Gesù Cristo, secondo la divina volontà assolutamente imperscrutabile. Ebbene, la mia argomentazione allora è, che, anche se certamente non siano chiaramente identificabili e nettamente divisibili il regno della carne e quello celeste qui sulla terra, in conformità con l'assunto dell'imperscrutabilità del disegno divino, e dell'impossibilità di un giudizio umano sulle scelte di Dio, tuttavia comportamenti politici ed etici, sia pur rinviati ad una legge naturale coincidente con il Decalogo, poiché non influiscono in niente sulla questione della salvezza né dei singoli né della comunità politica, non possono essere rivolti ad altro che alla conduzione delle cose della carne e a tale Regno completamente appartengono. La ragione inabilitata completamente a comprendere Dio, e la volontà impossibilitata a volgersi a Lui, fanno sì che l'uomo di per sé usi di queste facoltà per fini esclusivamente terreni, dunque carnali per l'organizzazione dei quali soltanto le capacità dell'uomo sono ritenute da Lutero utili e valide. Quanto appartenga poi al Regno di Dio, fa parte del mistero del Deus absconditus, e questo spiega perché non sta a noi indicarne i confini. Ma l'azione dell'uomo, proprio perché è dell'uomo, non può essere altro che carnale. Da ultimo, l'accenno all'ispirazione veterotestamentaria della religiosità di Lutero è riconducibile, secondo me, alla forte convinzione del Riformatore dell'assoluta ed unilaterale verticalità del rapporto Dio-uomo. La cautela è riconducibile alla consapevolezza della vastità di una questione che esula dal campo dell'indagine che mi ero proposta.
Ringrazio Aranha, gli eventuali eroici lettori di questo lungo scambio di opinioni, e la rubrica che ci ha ospitati.




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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


Il settore "Recensioni" è curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.