Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

Judith N. Shklar, I volti dell'ingiustizia. Iniquità o cattiva sorte?, traduzione di R. Rini, Feltrinelli, Milano, 2000 (Faces of injustice, copyright 1990 by Yale University).

"Fino a che punto l'ingiustizia è inevitabile? E fino a che punto è invece legata alle scelte e all'attività dell'uomo? […] Quando dobbiamo parlare di mala sorte e quando, invece, di ingiustizia? " (148). Sono queste le domande che l'autrice si pone nel volume. La ricerca delle risposte si snoda lungo un affascinante itinerario culturale, da Platone ai libertari americani: quando le nostre vicissitudini sono dovute al caso, e quando invece sono il prodotto di azioni umane? Judith Shklar condivide un assunto di Mary Douglas, secondo cui "la distinzione tra cause naturali e quelle determinate dall'uomo viene sempre stabilita nel corso di un processo sociale di distribuzione delle responsabilità" (M. Douglas, Come percepiamo il pericolo, Feltrinelli, Milano, 1991, p. 42).

In linea generale, siamo turbati dall'idea che il mondo in cui viviamo non sia totalmente determinato: il caso ci spaventa in virtù della sua intrinseca imprevedibilità. L'impossibilità di prevedere il corso degli eventi per evitare il verificarsi di circostanze negative sfocia allora nella necessità di individuare sempre un responsabile delle nostre disgrazie, un colpevole adeguato al peso della sfortuna: "Un mondo arbitrario e casuale è difficile da sopportare, sicché si preferirà incominciare a guardarsi attorno, alla ricerca di qualche agente umano responsabile della cosa" (10). In altre parole, è preferibile essere le vittime di un'ingiustizia che essere quelle della mala sorte. Essendo possibile individuare il responsabile dell'ingiustizia - un soggetto che può essere punito - questa, in qualche modo, viene esorcizzata e fa meno paura. La mala sorte invece, che non può essere punita perché non ha responsabili, continua a ripresentarsi in barba ad ogni tentativo di razionalizzazione. Percepire i rovesci di fortuna come ingiustizie, esprime il rifiuto di essere considerati i più sfortunati tra tutti ("perché proprio io?") ma soprattutto, allo stesso tempo, rende possibile pretendere che sia fatta giustizia.

Tuttavia, è vero che la linea che separa la sfortuna dall'ingiustizia è difficilmente identificabile; non sempre è possibile dire con certezza che gli sfortunati, in realtà, non siano piuttosto vittime dell'ingiustizia o delle discriminazioni: "la linea che separa ingiustizia e sfortuna è una scelta politica, non una semplice regola che si possa assumere come data. Il problema, allora, è non già se tra i due campi vada tracciata una linea divisoria, bensì dove questa linea debba essere tracciata, allo scopo sia di promuovere il senso di responsabilità sia di evitare rivalse casuali" (13-4). Per Judith Shklar, il vero problema è che mentre esistono numerose teorie della giustizia, a tutt'oggi nessuno ha mai definito l'ingiustizia. Semplicemente, essa viene intesa come l'assenza di giustizia. A questa convinzione sfuggono però molte cose, dal senso di ingiustizia delle vittime al rapporto tra ingiustizia privata e ordine pubblico.

Le teorie della giustizia dominanti - al di là delle loro differenze specifiche - sono raggruppate sotto l'etichetta di "modello normale". Si tratta del modello che sostiene che "ogni società politica è governata da norme: le più elementari di esse enunciano lo status e i diritti dei membri dell'assetto statale. Si tratta della giustizia distributiva, e le regole che essa propone sono giuste se corrispondono ai più fondamentali convincimenti etici della società" (27). Per il modello normale, "vittima di un'ingiustizia è solo la persona le cui lagnanze trovino giustificazione in proibizioni sancite da norme: quando non si dà questa coincidenza, avremo solo delle reazioni soggettive della vittima, ossia una sfortuna, non una vera ingiustizia" (16).

La critica del "modello normale" occupa buona parte del volume. In particolare, l'autrice torna spesso sull'analisi del modello aristotelico, che vedeva l'ingiustizia esclusivamente come il prodotto dell'avidità umana. In realtà, "ridurre l'impulso all'ingiustizia alla pura e semplice avidità significa rendere virtualmente incomprensibili la maggior parte dei comportamenti ingiusti […]. L'esito della generosità è ingiusto in due sensi. Innanzitutto, poiché le conseguenze di un atto sono ingiuste se qualcuno ottiene meno - e un altro più di quanto gli spetta - che è poi la definizione stessa dell'ingiustizia. In secondo luogo, perché ciò significa schernire la pubblica giustizia", indebolendone l'efficacia politica (42).

Il fulcro della teoria della Shklar è che, per formulare una corretta teoria dell'ingiustizia, occorre mettersi dalla parte delle vittime; in questo modo è possibile considerare l'immagine che esse hanno della propria condizione, un elemento - questo - di importanza essenziale. In ogni caso, indipendentemente dal fatto che si riesca o meno a tracciare un confine tra sfortuna e ingiustizia, in capo alla società sorgono comunque degli obblighi nei confronti delle vittime (o, se si preferisce, le vittime sono comunque titolari di pretese legittime nei confronti della società). Dopotutto, "a volte la distinzione tra ingiustizia e sventura può anche riuscire dannosa, in quanto induce spesso a fare troppo o troppo poco. Il fatto che un evento sia opera della natura o di un'invisibile mano sociale non ci esime affatto dalla responsabilità di riparare al danno e, nei limiti del possibile, di prevenirne il ricorrere" (69). E ancora: "non solo il merito, ma anche il bisogno rappresenta una valida pretesa per noi come persone e come cittadini" (131).

Sebbene non aiuti a definire l'ingiustizia, la democrazia può stimolare in certa misura una sorta di "solidarietà morale" tendente ad attenuare la gravità della condizione delle vittime. Infatti, "nel pensiero democratico il senso di ingiustizia fa parte integrante della nostra struttura morale e rappresenta la reazione adeguata alle carenze sociali non giustificate" (102). Eppure, il nodo della questione resta da sciogliere: ingiustizia e sfortuna hanno ancora dei contorni assai sfumati, e la considerazione che la società ha comunque l'obbligo di risarcire le vittime ha un suono molto gordiano.

Da questa analisi dell'ingiustizia e della mala sorte non emerge traccia di un confine che le separi. Del resto, la stessa autrice ammette che un tale confine non può essere tracciato. La sola cosa possibile è porsi dalla parte delle vittime, perché: "se non terremo pienamente conto del punto di vista della vittima e non daremo alla voce di quest'ultima tutto il peso che le spetta, le decisioni che prendiamo, quali che esse siano, non potranno che essere ingiuste" (148).


Persio Tincani
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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Corrado Del Bo'
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Angelo Marocco
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Progetto web
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codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

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