Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 14 novembre 2000

A. Verza, La neutralità impossibile. Uno studio sulle teorie liberali contemporanee, Giuffrè, Milano, 2000, pp. 236.

Il libro di Annalisa Verza si presenta come una novità editoriale di indubbio interesse dal momento che si propone di trattare un controverso nodo concettuale delle teorie liberali contemporanee. Oggetto dell'analisi di Verza è la nozione di neutralità dello stato rispetto alle concezioni del bene sviluppate dai suoi cittadini. Il 'fatto del pluralismo', vale a dire la compresenza all'interno delle società occidentali di tradizioni e valori fra loro alternativi, pone allo stato un compito di conciliazione tra visioni etiche differenti, in relazione sia all'aspetto più propriamente giustificativo degli assetti di potere esistenti, sia alla scelta delle politiche attive e dei fini dei quali lo stato stesso dovrà farsi promotore. La soluzione elaborata dalla teoria liberale per fronteggiare questo dilemma consiste nel precetto per cui lo stato è tenuto ad assumere una posizione di imparzialità rispetto alle diverse etiche in conflitto, evitando di schierarsi in favore o contro una qualunque di esse. In questo modo, il problema della giustificazione del governo statale dovrà essere risolto attraverso l'individuazione di un nucleo di princípi fondativi dell'ordine politico (i princípi di giustizia), tali da poter essere ritenuti universalmente accettabili a partire dalla pluralità delle concezioni del bene, perché moralmente prevalenti ed epistemologicamente indipendenti da esse (neutralità delle giustificazioni). Invece, per quanto riguarda la questione dell'azione politica dello stato, questa dovrà svilupparsi in maniera da non interferire a vantaggio dell'una o dell'altra concezione del bene (neutralità dei risultati). L'idea liberale della neutralità dello stato consiste dunque in una pretesa di equidistanza rispetto alle tradizioni culturali da cui provengono i cittadini, equidistanza che d'altra parte implica necessariamente l'idea di una separazione e di un ordinamento gerarchico tra i princípi di giustizia che sono alla base dello stato liberale e i precetti delle diverse dottrine etiche in conflitto.

Il primo capitolo del testo di Verza definisce il concetto di neutralità e i suoi rapporti con l'altra risposta classica al problema del disaccordo etico, il principio di tolleranza. Verza sostiene che tolleranza e neutralità sono separate da uno iato concettuale e che rappresentano risposte diverse al ripresentarsi, sia pure in forme aggiornate, di uno stesso problema. Il principio di tolleranza rappresenta la soluzione più antica al problema della gestione del conflitto, elaborata nella temperie storica e politica delle guerre di religione. La sua applicazione infatti presuppone una situazione in cui due concezioni del bene sono reciprocamente contrapposte; inoltre, procede da un'esplicita presa di posizione in favore di una delle concezioni del bene. Il contenuto essenziale del principio di tolleranza consiste nella limitazione dei compiti dello stato alla conservazione dei beni civili e nella creazione di una sfera privata della coscienza sottratta al potere coercitivo dell'autorità politica. L'origine del principio di neutralità viene invece ravvisata nel tentativo kantiano di costruire un sistema morale fondato unicamente sul carattere universale della ragion pratica e perciò capace di guardare imparzialmente alle diverse concezioni della vita buona. In questa maniera il concetto di neutralità viene collegato al valore dell'autonomia, propria dell'uomo in quanto agente morale. L'eterogeneità strutturale tra tolleranza e neutralità non impedisce tuttavia, secondo Verza, che i due princípi si trovino a coesistere nella prassi politica delle società liberali contemporanee, dal momento che l'applicazione del principio di neutralità può riguardare solo la sfera di quelle concezioni del bene che non presentano eccessive disomogeneità fra loro, e che pertanto possono egualmente riconoscersi nelle formulazioni cardine della giustizia liberale. All'esterno di questa sfera si trovano le concezioni del bene che sono portatrici di valori radicalmente 'altri' rispetto alle precedenti: nei confronti di esse è praticabile solo la tolleranza, sempre che, tuttavia, non si dimostrino totalmente inconciliabili con i valori politici liberali.

A questo punto Verza affronta le due questioni centrali sollevate dal principio di neutralità: quali ragioni morali militano a favore dell'adozione, da parte dello stato, di un atteggiamento neutrale nei confronti delle varie concezioni del bene? Perché, in altri termini, lo stato non dovrebbe piuttosto impegnarsi direttamente nella promozione di determinati valori e virtù? E inoltre: anche ammettendo che lo stato abbia il dovere di mantenersi neutrale, può concretamente operare in maniera imparziale? Il primo ordine di problemi viene esaminato considerando quali concezioni metaetiche complessive possono essere invocate per giustificare la neutralità. In questo senso, appaiono poco convincenti gli argomenti di Ackerman e di Nagel che pretendono di derivare la neutralità rispettivamente dallo scetticismo riguardo ai valori e dalla teorizzazione dell'esistenza di valori oggettivi conoscibili. Più spazio viene riservato alla strategia che riconnette la neutralità al rispetto dell'autonomia degli individui. L'intento di Verza nelle pagine conclusive del secondo capitolo è quello di mostrare le aporie del tentativo rawlsiano di fondare la neutralità sul valore dell'autonomia. La difficoltà essenziale viene rintracciata nello slittamento in cui incorre Rawls da una difesa dell'autonomia come principio metamorale a una rivendicazione dell'autonomia come valore sostanziale, endogeno alla concezione liberale del bene. Solo un'affermazione dell'autonomia intesa nel primo senso potrebbe giustificare la neutralità. In Rawls tuttavia prevale la seconda accezione, per la quale l'autonomia viene fatta coincidere con la facoltà di compiere scelte autonome. Ma per promuovere l'autonomia in questo senso è necessaria la presenza di meccanismi e sistemi per assicurarne il mantenimento, in contrasto con il contenuto del principio di neutralità.

L'ultimo capitolo è dedicato a esaminare il secondo problema proposto, quello riguardante le possibilità di attuazione del neutralismo liberale. In sostanza, si deve valutare se la nozione rawlsiana di neutralità delle giustificazioni si realizzi compiutamente nelle teorie dello stesso Rawls, di Ronald Dworkin e di Charles Larmore. In questa sezione Verza prende in considerazione il metodo seguito di Rawls nella determinazione dei suoi due princípi di giustizia. In particolare l'analisi si sofferma sulle caratteristiche del procedimento seguito nella definizione dei parametri della posizione originaria, il reflective equilibrium, e sugli elementi peculiari del contratto rawlsiano. Le conclusioni sono che la teoria della giustizia del filosofo americano, nonostante le pretese di neutralità, esprime i valori locali propri di una precisa concezione del bene, quella liberale. I princípi di giustizia infatti, che si suppongono derivati seguendo il metodo dell'equilibrio riflessivo, a uno sguardo più attento risultano in realtà incorporati nei giudizi di partenza, che finiscono quindi con il predeterminare l'esito della procedura contrattuale. Anche le analisi che Verza svolge del coerentismo di Dworkin e della teoria contestualista di Larmore confermano pienamente l'assunto secondo il quale la neutralità come atteggiamento imparziale tra le diverse concezioni del bene è impossibile. L'unica forma di neutralità praticabile consiste nel rispetto dell'autonomia degli individui e nell'astensione da ogni interferenza con le loro sfere private. Ma questi princípi non hanno che un carattere parziale in relazione all'insieme delle concezioni del bene: non sono princípi universali, sono princípi liberali.

Nonostante gli indiscutibili motivi di interesse, la ricostruzione della genealogia della nozione di neutralità e dei rapporti con il principio di tolleranza non appare del tutto condivisibile. Nella lettura di Verza neutralità e tolleranza sono presentate come due cose completamente diverse: la tolleranza viene caratterizzata correttamente come un principio politico relativo alla definizione degli ambiti di intervento del potere coercitivo dello stato, la neutralità invece viene ricondotta all'idea kantiana dell'universalità della legge morale. Non si tratta, quindi, di un principio strettamente politico ma di una formulazione che ha alle spalle una teoria etica complessiva che persegue una fondazione di princípi morali universali. E' evidente sin dall'inizio che Verza ha di mira soprattutto la nozione rawlsiana di neutralità – e più in particolare del primo Rawls - tanto che tutto il resto del libro è dedicato quasi esclusivamente a criticare le posizioni del filosofo americano, con qualche riferimento incidentale a Dworkin, Nagel e Larmore. Questo intento polemico porta Verza a costruirsi un concetto di neutralità incentrato sull'asse Kant-Rawls, che viene contrapposto al concetto di tolleranza elaborato dal liberalismo classico da Locke a Mill. Ma forse sarebbe stata più opportuna una ricostruzione storica più articolata, che illustrasse l'evoluzione del principio di tolleranza dalle originarie rivendicazioni della libertà di culto all'enunciazione contemporanea della neutralità statale. L'enfasi sul kantismo di Rawls d'altra parte, quasi che Una teoria della giustizia sia una riproposizione del razionalismo kantiano, si rivela soprattutto funzionale, nell'economia del lavoro di Verza, a preparare le successive critiche alla nozione rawlsiana di autonomia.

Anche le pagine in cui vengono affrontate direttamente le teorie di Rawls sollevano alcune perplessità. Non ci sono molti dubbi sul fatto che i princípi di giustizia di Rawls non siano neutrali: una lunga serie di contributi critici ha messo in luce da tempo il loro profondo radicamento nel contesto sociale e politico americano. Ma l'assunto del libro era quello di proporre un'indagine più radicale intorno alle ragioni concettuali che militano a favore dell'adozione da parte dello stato di un atteggiamento imparziale rispetto alle diverse concezioni del bene e alle possibilità di attuazione di questo disegno. Per portare a termine questo progetto sarebbe stata necessaria innanzitutto una tematizzazione accurata della nozione cardine di autonomia nel contesto della tradizione liberale, soprattutto in relazione al dibattito tra libertà positiva e negativa. Invece Verza si attesta sulla distinzione tra autonomia come valore etico e autonomia come principio metamorale, distinzione che era stata introdotta proprio nella discussione dell'universalismo kantiano, e vi impernia la sua critica delle giustificazioni liberali del principio di neutralità. Questa distinzione, tuttavia, non mi sembra sostenibile perché quello che Verza indica come il principio di autonomia nell'accezione metamorale, vale a dire il principio "in base al quale andrebbero rispettate, in nome dell'autonomia degli esseri umani, quelle che sono le loro scelte o concezioni relative alla buona vita" (p. 121) non è affatto un principio metamorale, è semplicemente un'enunciazione del principio liberale che impone il rispetto della sfera privata degli individui. Per criticare la possibilità della neutralità liberale sarebbe stato preferibile partire proprio da quest'ultimo principio, ricollocandolo nel contesto della tradizione del liberalismo classico, e mostrare come le conseguenze che ne derivino siano in certo modo contraddittorie, dal momento che alcune concezioni del bene finiscono con l'essere discriminate a vantaggio di altre. Questa strada però era in un certo modo preclusa dal momento che la proposta positiva che Verza contrappone alla neutralità rawlsiana consiste in una forma di perfezionismo statale desunta da Joseph Raz e incentrata su una difesa attiva dell'autonomia individuale. Ma questa conclusione non segue dal risultato raggiunto: dal riconoscimento che i princípi liberali non sono neutrali non deriva che il pluralismo possa essere salvaguardato più efficacemente attraverso un sostegno pubblico ai valori culturali dominanti in una certa cultura.

Leonardo Marchettoni

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
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Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


Il settore "Recensioni" è curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.