Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 16 settembre 2002

Ugo Grozio

Eucarestia

Versione italiana, introduzione e nota al testo
di Lucia Nocentini
Forse il corpo ritornerà tale quale era stato un tempo?
Certamente no, ma sarà invece perenne, etereo, fulgido, vigoroso.
E sopravviverà in noi qualche desiderio di talamo, di bevande, o di cibo?
Di certo no, ma godremo lo stesso seppure ignari di questi piaceri, della vita eterna che è propria dei Celesti.
E il sole o i corni della luna forse illumineranno ancora i nostri occhi?
L'unico raggio non sarà che quello della Maestà Divina.
E quale sarà infine il piacere che ci è stato promesso e che ci attenderà là?
È un piacere che non sarà dato di cogliere né certo con l'udito, né con gli occhi e neanche con l'intelletto.
Per potervi pervenire, vivi secondo la regola del Battesimo,
e ti venga in aiuto Dio dal quale ci è stata ordinata.
State lontano da qui o profani, voi che credete solo a ciò
che vi mostrano la bocca, le mani e gli occhi, e a niente più;
che possedete una mente solo insensata, gente succube del ventre e prona a terra,
e che in sostanza siete uomini eccetto che per quello che contraddistingue l'uomo dalle bestie,
di che avete da stupirvi di fronte a questo sacro desco?
Qui, di ciò che è veramente, nulla vedete; e ciò che vedete non è che un nulla.
Ma voi, o Mistici, cui l'aurea luce e il colore delle cose,
che sono contemplati da questo nostro volto, e che la luce del sole diffonde,
non appaiono se non un raggio emanato dalla luce paterna,
voi che avete la mente rivolta a Dio
per il fatto che il vostro animo è partecipe di Dio,
vogliate prestare ascolto a queste parole.
Questo mondo è uno e triplice:
incorporeo, immortale e mortale,
che è quanto viene chiamato Spirito, cielo e terra.
Il Creatore divino del mondo come Amore,
discese dalle parti somme, attraverso quelle intermedie, fino a quelle infime,
e in vario modo rese questo universo partecipe di sé.
Così prese a essere tutto ciò che è,
non appena apparve il suo Perfetto Autore,
unendo come Amore, le parti infime con quelle intermedie e queste con le somme,
affinché fossero tutte ugualmente partecipi del Bene.
Così il gran cerchio si chiude:
e in tal modo tutte le cose esistettero da Dio e per mezzo di Dio.
E dunque tutti gli elementi che si erano diversificati
divenendo eterogenei, poiché non erano più in unità,
furono di nuovo resi una cosa sola,
nuovamente riunificati come dalle mani di un solo creatore.
Ma mentre le altre cose questo debbono a Dio,
cioè il fatto di esistere una sola volta,
invece agli uomini fu dato di poter esistere due volte:
infatti il Creatore Divino, per rigenerarli,
dopo che si erano perduti,
si fece carne, e la carne, nostro pane.
Perciò anche reciprocamente, e con ricorrente vicenda,
occorre che questo pane ritorni ad essere carne,
e questa, a sua volta, Dio.
Il pane è caduco, fragile:
al contrario la carne è celeste, immortale;
è Dio incorporeo, Mente stessa della Mente, da cui promana lo Spirito.
Il termine intermedio e quello iniziale è uguale a quello finale:
così se Carne è Dio e Carne il Pane
all'ora anche il Pane è Dio.
Come la sfera dell'astro semilucente
collocato nella linea di confine tra il giorno e la notte,
ora mentre acquista splendore nel volto,
nella parte in cui si volge a guardare la superficie ricurva, del sole corrusco,
abbandona le terre remote nella nera notte;
ora, rilucendo all'opposto dalla regione inferiore,
volge verso di noi uno splendido raggio,
guardando l'autore della sua luce:
del pari il nostro animo è dato al corpo da Dio,
perciò anch'esso è posto a metà tra la luce e le tenebre.
Certamente felice se possiede in sé qualcosa di splendente
che tende verso l'alto, sì da riflettere luce con luce,
e da vedere, dall'alto, colui che dette forma a tutte le cose,
condannando alle tenebre tutto quanto fosse tenebroso caos.
Ma il medesimo è misero, se, volto in basso il suo raggio,
abbandona Dio e viene a cadere giù nella materia,
che è tanto più vile,
quanto più si allontana dal bene.
Se fu giusto che il Padre morisse del nostro sangue
non appena era disceso a prender parte alle nostre mense,
all'opposto colui che da questo desco umano si innalza fino a Dio,
ha accolto in sé il bene, nutrendosi di un cibo celeste, così come col cibo umano lo perse.
Che nessuna porta dei sensi si apra a noi, ma tutta la forza del nostro spirito deve essere concentrata interiormente:
sono intorpiditi gli occhi degli amanti e le loro membra stordite;
essi che quasi un sacro furore fa uscire da sé, proprio come invasati da un dio.
L'essenza della mente è costitutivamente e totalmente rivolta verso l'alto, o uomini,
e in alto dunque bisogna volgerci.
Questo nostro vivere è morire1;
infatti il corpo vive per mezzo dell'anima, e l'anima per mezzo di Dio,
che è pertanto anima dell'anima, senza cui la nostra anima è morta.
Così la parte terrena uccide ad un tempo sé e anche quella celeste,
a meno che in questa vita, non nasca una nuova vita,
vita che è morte della precedente e pertanto morte della morte:
è la vita stessa che, morta alla vita, generò questa vita.
Cos'è dunque ciò per mezzo di cui veniamo creati?
E' l'acqua del Battesimo, prima madre di tutte le cose.
E quali nutrimenti occorrono alle creature nate,
affinché continuino a vivere e corroborino le loro potenzialità vitali,
trasformandole in potenza vigorosa?
Il pane e il vino.
E' così che gli antichi chiamarono il vino, sangue della terra,
mentre il farro, carne della terra.
Come dunque quel calore che è stimolo alla natura,
provvedendo alla prima vita,
rinnova il volto e l'aspetto delle cose,
sì da unire anche le cose tra loro difformi,
affinché nell'uomo il vino diventi sangue e il pane, carne,
in modo simile anche quest'altro fuoco,
senza in alcun modo opporsi alle leggi della natura,
ma, in quanto Amore, volendoci rendere perfetti
per nutrire l'uomo interiormente
e provvedere in tal modo alla crescita della seconda vita,
mediante una mirabile trasformazione trasmuta la carne in pane e il vino in sangue,
come carne della salvezza e sangue della salvezza;
affinché quella stessa bevanda e quel cibo
che sono soliti nutrire i corpi degli uomini, del pari nutrano il loro spirito:
così ciò che il vino e il pane sono per la carne e per il sangue,
questo appunto anche la carne e il sangue lo siano per lo spirito.
Si tratta di un'antica leggenda:
figlio della mente era Poros (Ricchezza)2,
e a lui che stillava di nettare
si unì Penia (Povertà),
dando vita ad un sacro pegno:
costui era Eros (Amore).
Certamente colui che è nato da Dio, è anch'egli eterno,
in quanto generato da eterno spirito,
signore di tutto ciò che è bello,
archetipo che dà vita al bene e in cui si riflette,
grazia perenne, modello esemplare dell'universo
e immagine del Padre celeste,
che, contenendo tutte le forme ideali delle cose,
le assimila in un unicum,
in cui la potenza divina comprende tutte le cose e sé stessa.
Allora è ricco colui al quale la nostra povertà,
conscia della sua innata e costitutiva finitezza,
si avvicina, essa che nulla possiede,
per saziare con la sua abbondanza, la fame e la sete.
Questa è l'autentica origine dell'Amore:
ma non vi è nessuno che possa amare Dio,
che Dio già prima non ami.
Infatti come l'occhio non vede soltanto con la propria luce,
ma con la luce del sole vede il sole stesso,
ed è il medesimo ciò che è visto e rende visibili tutte le cose;
parimenti anche l'amore di Dio verso di noi è precedente ed è causa del nostro amore verso Dio.
L'uno richiede che si beatifichi, l'altro invece, di beatificare.
Noi certamente siamo sospinti a Dio dalla nostra povertà,
mentre Dio non è certo indotto a volgersi a noi dalla sua,
e tuttavia anche dalla sua,
poiché da quella dell'uomo, che è sua immagine.
Del pari la ricchezza è sicuramente di Dio e non la nostra;
e tuttavia è anche la nostra, essendo in noi, Dio.
Ogni creatura che ama si volge verso ciò stesso che ama: Dio si è fatto uomo per fare l'uomo Dio.
E come la donna e l'uomo congiunti nelle nozze,
si uniscono con un vincolo di amore, e diventano un solo corpo,
non diversamente il vincolo di unione che ci lega a Dio,
è il corpo stesso di Dio.
Vi furono ricchissime messi e vendemmie
che ora sono un solo pane e un solo vino.
Anche se le carni furono sacrificate un tempo, e ora il pane viene spezzato;
e il sangue è stato sparso un tempo, mentre ora viene versato il vino,
ciò nonostante una è la carne e uno il sangue; uno è il pane, come anche il vino;
né sono meno una cosa sola anche costoro per la cui salvezza queste sostanze vengono sacrificate e donate.
Il Re è uno e uno è il popolo;
ma il Re è nel suo popolo e il suo popolo nel Re:
dunque il popolo è il Re medesimo.
Ma il popolo è come il corpo; e il Re come il capo.
Nel capo la mente è ordinatrice del corpo,
cosicché essa nella sua interezza presiede a tutto il corpo,
come pure è interamente presente nelle sue singole membra.
Quel misero padre terreno che ci ha generato nella prima vita,
trasmise alla posterità la contaminazione della carne,
ed è a causa di essa che tutti ugualmente ci separammo da Dio,
come anche l'uno dall'altro,
per cui quello che fummo non siamo più:
diventammo dapprima altro dall'Uno,
e poi da quel qualcosa, più nulla.
Ma il perfetto artefice della nuova vita,
fece dono ai suoi figli della sua carne pura e innocente.
Da esse noi, rigenerati,e nuovamente uniti a Dio,
come anche uniti di nuovo l'uno all'altro,
siamo ritornati ad essere ciò che fummo,
e dalla scissione, ricostituiti in unità con l'Uno:
in tal modo il nulla ritornò ad essere il Tutto.
Come lo spirito unitosi al corpo,
creò la prima vita,
similmente esso, unendosi al corpo del figlio di Dio, generò la seconda vita.
E ciò non tanto per amore verso di sé,
quanto per essere stato amato da Dio.
Per cui la nostra carne non è mai così impura Che Dio non possa purificarci.
L'amore è al contempo morte e vita,
e lo è del pari interiormente ed esteriormente:
perciò occorre che noi moriamo nella nostra carne,
affinché viviamo nella carne di Dio.
L'antica legge ci ordina di amare, e la nuova nulla di diverso:
in primo luogo Dio, e poi anche l'immagine di Dio. Dio ama sé stesso e gli uomini:
pertanto amiamo anche noi gli uomini, come amiamo Dio.
Ma mentre Dio deve essere amato per sé, l'uomo a causa di Dio.
I moti dell'amore sono rivolti al molteplice: solo la quiete è nell'Uno.
Per quanto si estenda per ampio raggio l'orbita del cerchio,
tuttavia ogni sua linea converge in egual modo da essa al centro.
Questo frutto d'amore procura un piacere Che è il massimo di cui sia dato godere,
sì da innalzare fino al cielo gli abitanti della terra, e tale da anteporre l'eternità al tempo.
Ma poi dall'Amore discende anche questa utilità, ossia di dare intrinsecamente vita
a ciò che è simile all'amato,
il che è quanto riguardo all'animo, chiamiamo Meditazione.
Dunque la nostra mente si figura Dio,
e imprime su di sé la sua splendida immagine connettendola al vero;
e infatti la conoscenza è duplice:
l'una è madre dell'amore, l'altra è figlia;
la figlia, inoltre, è molto più perfetta della madre:
poiché mentre l'una è solo simile al bello,
l'altra giunge ad identificarsi totalmente con esso.
Se virtù primaria della mente è la saggezza,
che rappresenta inoltre per noi anche la felicità suprema;
e se essere saggi significa poter comprendere le cose nella loro totalità,
allora saranno felici
coloro che sapranno comprendere tutte le cose nell'Uno,
poiché soltanto la Sapienza Divina può eccellere al di sopra di ogni altra,
essa in virtù della quale e nella quale esistono
e sono comprese tutte le cose.
E' l'Amore a donarci questa beatitudine:
per esso il nostro intelletto,
che non è certo tale da poter abbracciare tutte le idee,
ma può coglierne solo una minima parte,
e, nato a soffrire, da solo è impotente
diventa intelletto puro,
onde poi passare in atto,
allorché si unisce all'intelletto divino, che determina e orienta tutte le cose.
Così la meta finale, Dio, rende perfetta la mente conducendola al di là di ogni meta finita,
essa che costituisce il Principio Primo di tutte le cose, senza mai aver avuto principio.
Ora preghiamo te, nostro Bene Sommo e Supremo,
che tra tutte le cose, solo, sei unico e semplice,
poiché sei ciò che sei,
causa incausata e libera necessità,
somma quiete, motore immobile,
che non può patir nulla, per sua natura, e che onnipotente,
genera e presiede a tutte le parti del creato, quelle somme, le ultime e quelle intermedie,
Vita della vita, Luce della luce, Bene del vero bene,
Natura prima della natura, sempre e in ogni luogo nella sua interezza,
immutabile al di là e al di sopra del mondo,
che è in esso totalmente compreso: l'eterna tua mente comprendendo la realtà essenziale delle cose,
generò una sapienza uguale a sé,
interamente a sua immagine e somiglianza.
Ma di più è da qui che prese ad essere Amore, connettendo ciò che guarda e ciò che è visto,
riverberando in sé la sua propria potenza.
Essere Uno e Trino:
poiché ciò che sei, sai, e vuoi, sono la stessa cosa.
Noi ti preghiamo dunque che, come esisti in te, nella tua essenza,
così conceda di rivelarti a noi tramite la tua opera;
e tu o Santo Spirito, che primariamente ci purifichi come Amore,
respingi lontano da noi il veleno dell'odio,
e ispira alle nostre menti
lo stesso sentimento d'Amore con cui Dio ci ha amato.
Fa' che amiamo con corrispondente amore, questo amore,
sì che esso, nato da fuoco, alimenti continuamente il fuoco.
Ma tu, Suprema Pietà del Sommo Padre,
Autentica Parola,
Ragione e Sapienza,
che quell'Amore riposto profondamente in noi, ci rivela,
e che per amore, per causa nostra, ti sei fatto uomo, uomo senza Padre, Dio senza madre,
sei morto come uomo,
per vincere come Dio, la morte.
La morte è figlia dell'errore:
mentre tu, in quanto Vita, sei padre del Vero.
La Sapienza che promana da te, Possa penetrare profondamente in noi,
Voce sommamente veritiera,
Voce che rende giustizia,
Voce che infonde coraggio,
Via alla salvezza, che ci rendi ricolmi della tua Sapienza,
dissipa dunque queste tenebre,
così che sgorghi per noi luce dalla tua stessa luce.
Ma tu Padre ingenerato, fonte dell'esistenza,
tu che unico esisti in virtù della tua stessa autogenerazione,
Sapienza anteriore alle cose che coesistono con te dall'eternità,
e al quale ci conduce la tua stessa sapienza che da te ha preso origine;
tu che mosso da spirito d'Amore, con la tua parola di Sapienza,
hai ordinato che venisse ad essere tutto quanto era in origine privo di esistenza;
e del pari, con lo stesso moto dello Spirito, hai richiamato all'esserci l'uomo, che, separatosi da te, era divenuto un nulla, privato dell'esistenza.
Con la tua Parola, liberaci da ogni male,
e, in quanto Bontà ricolma di Sommo Bene, concedi anche a noi, beatitudine,
affinché il nostro essere riceva esistenza dal Tuo.
Dio Uno e Trino, fa' sì che noi possiamo amare, comprendere ed essere,
tanto da divenire una cosa sola l'uno per l'altro,
come anche una cosa sola con Te.

1. Il verso risuona di una chiara eco senechiana; cfr. L. ANNAEI SENECAE, Ad Lucilium Epistulae Morales, ed. critica a cura di L. D. REYNOLDS, Oxford, University Press, 1976, t. I, l. III, 20, 1, p. 70. Per maggior chiarezza riportiamo l'intero passo I, III, 20, 1-10, pp. 70-71:
"Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc qoque cum crescitur vita decrescit. Infantiam amisimus. Qemadmodum clepsydram non extremum stilicidium exhaurit, sed quidquid ante defluxit, sic ultima ora qua esse desinimus non sola mortem facit sed sola consummat; tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus. Haec cum descripsisset quo soles ore, semper quidem magnus, numquam tamen acrior quam ubi veritati commodas verba, dixisti, mors non una venit, sed quae rapit ultima mors est ".

2. Per la leggenda di Eros, figlio di Penia e di Poros, cfr. PLATONE, Simposio, 203b-204a-d; per la trad. it. si veda l'edizione a cura di Giovanni Reale (testo critico di John Burnet), Milano, Arnoldo Mondadori, 2001, pp. 95-97.
Di Eros si parla anche nel Fedro. "eros", "Eros", "Amore", ricorrono passim frequentemente anche nel Fedro (vi si possono riscontrare una cinquantina di occorrenze). Nel discorso di Lisia (230e 6-234c 5) e nel primo di Socrate (243e 9-257b 6). Più in particolare a partire da 262c 5 fino a 266c 1, viene esposta l'interpretazione ontologica, su basi dialettiche, della natura dell'Eros.

Quale prius fuerat corpus, num tale redibit ?
No: sed perenne, fulgidum, aetherium, vigens.
Ullane erit thalami potusve cibive cupido?
Fruemur horum nescii, aevo coelitum.
Lustrabitne oculos aut Sol aut cornua Lunae?
Unum jubar Divina Majestas erit.
Qualis erit nobis ibi quae promissa voluptas?
Qualem nec auris, nec oculus, nec mens capit.
Illuc ut venias ex norma vive lavacri ,
Adjutor adsit ille qui jussit Deus.
Procul profani, qui quod os & quod manus
Oculique monstrant, nec quid ultra creditis ,
Queis una mens exsensa , ventri obnoxia
Humoque prona gens , & ut summam loquar,
Homines, nisi qua bestiis differt homo:
Quid has stupetis ad dapes ?
Ejus quod est nihil videtis, quod videtis id est nihil.
At vos, quibus lux aurea & rerum color,
Quem Sole fusum vultus hic noster videt,
Tantum paternae lucis est radiatio,
Et oculus animi est hoc quod est animus Dei,
Audite Mystae.
Mundus hic unus triplex,
Incorpor, immortali, & mortalis est,
Quae sic vocantur, Spiritus, caelum, solum.
Mundi fator Divinus a summis Amor
Per media ad ima venit, & variis modis
Hoc universum particeps fecit sui.
Sic esse coepit qucquid est:
simul exstitit Perfector,
ima copulans mediis Amor, Et media summis,
ut potirentur bono.
Sic coiit ingens circulus:
sic omnia tum per Deum fuere, tum propter Deum.
Quaeque alia fuerant,
quia quod unum est non erant,
Ut facta ab uno rursus unum facta sunt.
Sed reliqua quod sunt hoc semel debent Deo:
Soli bis homines,
quos Creator perditos, ut recrearet,
est Deus factus caro, caroque noster panis.
Inverso ordine
Quare necesse est & recurrenti vice
Ut iste panis Caro, caro fiat Deus.
Panis caducus, fragili: at contra caro
Coelestis, immortalis,
incorpor Deus, Mens ipsa mentis
unde spirant Spiritus.
Mediumque principiumque cum fine est idem,
Caro Deus, & caro panis, & panis Deus.
Utriusque sedis qualis in confinio
Locatus astri semilucentis globus,
Nunc quo corusci Solis orbem respicit
Vultu nitescens deferit nigra abditas
In nocte terras,
nunc ab inferna micans,
Regione nobis candidum obvertit jubar
Inimica cernens lucis auctorem suae:
Sic noster animus corpori datus a Deo,
Hinc medium ipse lucis & caliginis.
Felix profecto, si quod est clarum sui
Tenens superne luce lucem respicit,
Altusque formam cuncta formantem videt,
Damnans tenebris hoc tenebrosum chaos.
Miser sed idem, jubare depresso Deum
Si derelinqui, inque materiam cadit,
Qua quantum abivit a bono,
tantum mala est.
Si jure periit sanguinis nostri parens
Simulatque in epulas a Deo descenderat,
Qui contra ab epulis ad Deum scandit,
bonus esu recepit, sicut esu perdidit .
Nullae patescant sensuum fores,
Intus vocandum est quicquid animo est virium:
Hebent amantum lumina atque artus stupent;
Quos entheatos sanctus externant furor.
Res tota mentis vertitur: sursum, viri,
Sursum est eundum.
Vivere hoc nostrum est mori;
Nam caro per animum vivit, animus per Deum:
Ille animus animi, quo sine animus mortuus.
Terrena sic pars seque aetheriam necat,
Nisi vita in ista, vita nascatur nova;
Quae vita mors prioris, & mors mortis est:
Vita ipsa, vitae mortua, hanc vitam dedit.
Quid illud ergo est quo creamur denuo?
Aqua prima rerum mater.
At quae suppetunt alimenta natis, duret ut vitae tenor,
Et aucta virtus robur in solidum exeat?
Panis, merumque.
Sanguinem terrae, merum dixere veteres:
farra sunt terrae caro.
Ut ergo fomes ille naturae calor
Vitae priori consulens,
vultum novat faciemque rebus, unit & difformia,
Vinum ut sit homini sanguis, & panis, caro:
Sic ignis alter iste, naturae nihil leges moratus ,
nosque perficiens Amor,
Ut intus hominem pascat,
vitae alteri,
ministret auctus,
transitu miro facit de pane carnem, deque vino sanguinem,
Carnem salutis, & salutis sanguinem.
Ut ille potus & cibus, qui corpora
Hominum solet nutrire, mentes nutriat:
Ita quod merum panisque carni & sanguini est,
Hoc jam caro sanguinisque fiunt mentibus.
Antiquus hic est sermo: mentis filium Poron fuisse, cui madendi nectare Permista Penia pignus ediderit sacrum, Hunc esse Erota.
Scilicet Natus Dei Aeternus ipse,
mente ab aeterna satus,
Pulchrumque Princeps,
forma vitalis boni In quo refulget, & perennis gratia,
Exemplar universi, & exemplum Patris,
Species quod omnes continens unum facit,
Quo cuncta vis Divina seque intelligit.
Hic ille dives , insitae quem conscia Privationis nostra paupertas adit,
Ut ejus opibus ipsa , quae nil possidet,
Famem sitimque satiet.
Haec verissima Amoris est origo:
sed nemo Deum, amare possit quem Deus non ante amet.
Nam sicut oculus luce non tantum sua,
Sed Solis ipsum luce Solem conspicit,
Idemque qui videtur & visum facit
Adversus nos sic Dei prior est amo Et causa nostri amoris adversus Deum.
Hic ut beetur quaerit, ille autem ut beet.
Nos certe egestas nostra propellit,
Deum non sua,
tamen sua,
quippe simulacri sui, Dei est profecto, nostra non est copia.
Et nostra tamen est, cum sit in nobis, Deus.
Quod amat in id quod amatur ipsum vertitur:
Deus homo factus ut hominem faceret Deum.
Ac sicut uxor virque consortes thori
Inter se amoris foederantur vinculo,
Unumque fiunt corpus,
haud aliter Deo,
Coetus fidelis corpus est ipsum Dei.
Fuere grana plurima , uvae plurimae,
Qui panis est nunc unus, atque unum merum.
Quanquam caro olim fracta, panis frangitur,
Sanguisque fusus, funditur vinum;
caro tamen una, sanguis unus, panis unus est , unumque vinum:
nec minus quirum usibus
Franguntur, funduntur. Unum sunt hi
Rex unus, unus Populus est:
Rex in suo Populo: Populus in Rege:
Populus, Rex idem.
Sed Populus est ut corpus, & Rex ut caput.
In capite mens est ordinatrix corporis,
Ita sit eadem in tota toto in corpore,
Eademque tota singulis in partibus.
Vitae prioris ille miserandus parens
Contaminatam posteris carnem dedit:
Hac pariter omnes a Deo discessimus,
Et ab altero alter, quodque fuimus non sumus:
Sed aliud ex uno, sed ex aliquo nihil.
Novae sed Auctor optimus vitae, sua pura, innocenti carne donavit suos.
Hac restituti nos uniti Deo,
Et alteri alter,
quod fuimus iterum sumus,
Et aliud unum est, nihil factum omnia:
Conjunctus animus carne cum nostra, facit
Vitam priorem,
carne cum prolis Dei vitam secundam.
Non amans tam se penes,
Quam penes amatum est:
unde non tam nos caro Nostra maculosus, quam Dei puros facit.
Mors amor, & idem vita; mors idem domi forisque vita:
propter hac nostra mori nos carne decet
ut carne vivamus Dei.
Lex vetus amare nec nova aliud praecipit,
Primo Deum, deinde & effigiem Dei.
Deus ipse sese, Deus & ipse homines amat:
Homines amemus igitur, ut amemus Deum.
Propter se amandus Deus: homo propter Deum.
Per multa amoris motus: at in Uno quies.
Utcumque late circuli patet ambitus,
Tamen omnis inde linea in centro coit.
Fructus hic amoris est voluptas maxima,
Terram colentes quae supra coelum locat,
Aeternitatemque antevertit tempore.
At & hic amoris usus,
ex se gignere
quod simile amato est;
hoc in animo dicimus Meditationem.
Nostra mens igitur Deum,
Figurat ipsumque imprimit pulchrum sibi Ligante vero:
namque cognitio est duplex;
Illa est amoris mater, haec filia:
Sed matre multo filia est perfectior:
Ut illa pulchro simile, ita haec pulchro est idem.
Si prima virtus mentis est sapientia,
Eademque nobis ultima est felicitas,
Et sapere cuncta est scire:
felices erunt
Quicunque poterunt cuncta in Uno discere,
Praestare sola quod potest sapientia Divina,
per quam cuncta & in qua cuncta sunt.
Beatitatem donat hanc nobis amor:
Quo noster intellectus, is qui non capit formas quidem omnes,
capere sed tantum potest,
Patique natus agere nhil per se valet,
Fit purus intellectus, inque actum venit,
Ut cuncta Agenti junctus intellectui.
Sic finis absque fine mentem perficit,
Idemque sine primordio primordium est.
Te nunc precamur optimumque & maximum,
Qui solus unus atque simplex es quod es,
O causa causarum, & soluta necessitas,
Quies suprema, motus unde omnis venit,
Nihil ipse patiens, cuncta agens,
primum, ultimum, mediumque,
vitae vita, lux lucis, bonum
Verum boni, natura natura prior,
Semper & ubique totus,
immutabilis, ultra supraque mundum,
at in quo mundus est:
Aeterna tua mens hoc quod est intelligens
Sapientiam progenuit aequalem sibi,
Se mens quanta est compari sub imagine.
At hinc videntem colligans visumque amor
Processit, in se vim repercutiens suam,
Unumqe tria sunt:
nam quod es, scis, vis, idem est.
Oramus ergo qualis existis tibi,
Talem ipse te
per opera nobis exhibe:
Amorque primum sancte purgans Spiritus,
Odii repelle virus,
& quo nos Deus Amore amarit, inde sensum mentibus.
Fac istum amorem nos amemus mutuo,
Ut igne natus ignis ignem nutriat.
At tu suprema maximi Pietas Patris,
Verbumque primum,
Ratioque & Sapientia,
Quem mostrat ille tectus in nobis amor,
Quique ex amore facta nos propter caro es,
Sine Patre homo, sine matre qui fueras Deus,
Homo mortuus es,
ut vinceres mortem Deus.
Mors nata falsi:
Vita tu & Veri parens.
A te fluens nos imbuas Sapientia,
Vox vera,
Vox justifica,
Vox exsuscitans,
Via ad salutem, qua sapientiam Sapiamus omnes:
ergo tenebras disjice,
Ut lux ab ipsa luce lucem proferat.
At tu Parens ingenite, fons substantiae,
Tua ipse origo,
mens coaeternis prior,
Ad quem tua illa nos rapit sapientia
A te profecta,
quique amoris Spiritu,
Permotus omne hoc esse jussisti, tuo
Sapiente Verbo, quod prius fuerat nihil,
Hominenque rursus aliter effectum nihil
Revocasti adesse motu eodem Spiritus.
Per idemque verbum, tolle quodcunque est mali,
Bonusque summo fac bono simus boni,
Nostrum esse, ab esse, ut esse concipiat Tuo
Deus Unus, Unus in tribus, fac nos ita amare, & intelligere & esse,
unum ut simul fiamus alter alteri, atque unum Tibi.
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A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

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